Il conservazionismo non è mai vano!

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Foto: Unimondo.org

La redazione di Unimondo.org, come molte altre, è quotidianamente sommersa da notizie drammatiche sul fronte della tutela ambientaleinquinamentocambiamento climaticodeforestazione, perdita di biodiversità… sono temi attuali che non è possibile ignorare. Eppure, nonostante tutto, non mancano le buone notizie utili a ricordarci che il conservazionismo non è mai vano! L’ultima è del 2 luglio e mette sotto i riflettori il Tamigi, un fiume per decenni inquinato e dichiarato biologicamente morto. Qui sembra essersi completata un’impossibile transizione ecologica testimoniata dalla nascita di alcuni cuccioli di foca comune (Phoca vitulina), un fenomeno osservato per la prima volta nel 2017, che sembra rivelare come l’estuario del Tamigi stia davvero diventando più pulito e che l’inquinamento industriale ed urbano che aveva sterminato e fatto fuggire questo animale sia stato negli anni notevolmente ridimensionato. 

A dare l’annuncio è stata la Zoological Society of London (ZSL) che per la prima volta conterà tutti i cuccioli di foca nelle principali colonie lungo le coste del Kent e dell’Essex, facendo luce sull’importanza di questo habitat per la foca. La leader del team di ricerca, la biologa conservazionista della ZSL Thea Cox, ha ricordato che “L’estuario del Tamigi da lungo tempo non era più un habitat sicuro per le foche comuni adulte: ora, con il nostro primo sondaggio specifico sull’estuario del Tamigi, speriamo di dimostrare che questo habitat è tornato vitale anche come habitat riproduttivo per questi mammiferi marini carismatici”. L’anno scorso era stata stimata una popolazione di 1.104 foche comuni e di 2.406 foche grigie in tutto l’estuario, un aumento del 14% e del 19% rispetto ai dati del 2016, che dimostrano un sostanziale miglioramento dell’ecosistema Tamigi. Condotto dalla ZSL attraverso una combinazione di sondaggi aerei, costieri e tramite imbarcazioni, il censimento delle foche osserverà anche l’impatto di una serie di minacce emergenti per questi animali, dalle malattie, alle pressioni delle specie selvatiche, ai progetti di costruzione costiera, all’inquinamento da plastica, alla competizione interspecie per cibo/habitat.

Per la Cox “Queste foche sono i predatori al vertice nell’estuario. Sapere quante ce ne sono è un ottimo indicatore della salute dell’estuario, quale habitat è disponibile per loro, quale fonte di cibo è disponibile per loro. In particolare, capire quanti cuccioli hanno, ci dirà molto sul potenziale riproduttivo della popolazione”. Da quando nei primi anni ’70 la caccia alle foche è stata bandita nel Regno Unito e da quando dagli anni ‘90 il Tamigi è stato al centro di diverse campagne per migliorarne la qualità dell’acqua, questi mammiferi marini stanno gradualmente tornando a popolare il fiume, nonostante le minacce non manchino. “Abbiamo visto aumentare i numeri - ha spiegato la Cox - il che è una notizia brillante, ma questo non vuol dire che non siano ancora soggette a minacce. Tra queste potrebbero esserci i principali progetti di costruzione sull’estuario, i progetti di dragaggio e il disturbo in generale causato dall’utilizzo antropico dell’estuario”.  Senza dimenticare che le nuove generazioni di foche dovranno fare i conti anche con la possibile scarsità di cibo e le malattie (nel 2002 un virus ha ucciso quasi un quarto delle foche comuni che vivevano sulla costa orientale dell’Inghilterra), il Tamigi sembra aver completato la sua rinascita e la nascita dei cuccioli di foca potrebbe significare che il suo estuario è tornato ad essere un ecosistema sano.

Un successo che fa il paio con quello annunciato dal WWF International alcune settimane fa durante una riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale in Bahrain: “La Barriera corallina del Belize, uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità al mondo, è stata rimossa dalla lista Unesco del Patrimonio mondiale in pericolo”. Come ha spiegato il WWF si tratta di un’ottima notizia, visto che questo tratto di barriera corallina riconosciuta come sito del Patrimonio Mondiale Unesco fin dal 1996 per quasi un decennio ha fatto parte della lista dei siti considerati “In pericolo a causa della minaccia di danni irreversibili provocati dall’edilizia costiera e dall’esplorazione petrolifera, nonché dall’assenza di un solido quadro normativo che ne tutelasse il valore”. La barriera corallina del Belize fa parte del  Mesoamerican Reef, il secondo più grande sistema di barriera corallina del mondo, un’area dove vivono centinaia di specie animali e vegetali diventata negli anni un’importante risorsa economica per il Belize, con circa 190.000 persone che traggono sostentamento dai redditi generati dal turismo e dalla pesca. Quando il Governo del Belize nel 2016 consentì test sismici con l’utilizzo di airgun per la ricerca di petrolio a soli 10 chilometri dalla barriera, la notizia provocò una forte mobilitazione dei cittadini e di diverse ong ambientaliste come Wwf, OceanaBelize Tourism Industry AssociationBelize Audubon Society e l’Istituto del Belize per la legislazione e la politica ambientale.

Gli sforzi della società civile locale supportati dalla campagna internazionale guidata dal WWF hanno favorito il dietro front del Governo che nel dicembre 2017 ha adottato un’importantissima moratoria sulle esplorazioni petrolifere nelle sue acque. Nel giugno 2018, inoltre, il governo del Belize ha emanato regolamenti stringenti per proteggere le mangrovie e si è impegnato a trasformare in legge l’attuale moratoria volontaria sulla vendita dei terreni pubblici all’interno del sito Patrimonio Mondiale, diventando uno dei leader mondiale nella conservazione marina. Tuttavia per il direttore generale del WWFf International, Marco Lambertini “non è importante solo il risultato in sé, ma anche il modo in cui il Belize lo ha conseguito collaborando e consultando tutte le parti interessate, tra cui Iucn, Unesco, ong e società civile”. L’uscita del sito del Belize dalla lista dei Patrimoni mondiali Unesco in pericolo dimostra che quando i governi, le istituzioni internazionali e la società civile lavorano insieme, è possibile evitare attività dannose che minacciano luoghi unici del nostro pianeta sostituendole con alternative sostenibili in grado di garantire un futuro prospero per tutti. Un modello collaborativo che forse anche altri Stati dovrebbero seguire.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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