Tutti i costi della bomba

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Foto: Rsi.ch

Come noto, la corsa a dotarsi di armamenti nucleari cominciò subito dopo la fine della seconda guerra mondiale: il possesso di tali ordigni venne visto come essenziale strumento di forza militare e di prestigio politico da parte di molti Stati. Non è un caso che i cinque membri con diritto di veto nell’ambito del Consiglio di sicurezza dell’Onu siano potenze atomiche. Dopo USA e URSS negli anni 40, si dotarono di ordigni nucleari anche la Gran Bretagna (1952), la Francia (1960) e la Cina (1964).

Nel corso della Guerra Fredda, il numero di ordigni presenti negli arsenali crebbe a dismisura, oltre ogni valore ragionevole, in una specie di gioco infantile in cui pareva necessario disporre di un vantaggio numerico, che trascurava ogni criterio di sufficienza. Studiando l'andamento degli arsenali, si vede come vi siano stati dei momenti di grande accelerazione, come nel caso della reazione americana ad una percepita inferiorità missilistica (“missile gap”), tra la fine degli anni '50 e inizio dei '60. Anche qui il ruolo predominante non fu giocato dai dati concreti, dai numeri, dalle analisi razionali, ma solo dalla percezione pubblica e dagli interessi personali di taluni politici arrembanti, che cavalcarono infondate paure patriottiche.

La conseguenza è stata ovviamente uno spreco enorme di risorse, ma soprattutto la creazione di un rischio straordinariamente alto, nel caso di scoppio di un conflitto che avesse visto l'uso di tutti gli arsenali. Tra gli effetti più pesanti troviamo anche la possibilità di un cosiddetto “inverno nucleare”, a causa dell'immissione in atmosfera di enormi quantità di pulviscolo e di fuliggine, che avrebbero ridotto per molti mesi l'arrivo del calore solare sulla Terra.

Per avere gli ultimi dati aggiornati sul nucleare militare (e non solo) nel mondo, un sito da consultare è senz’altro quello del “Bollettino degli scienziati atomici” nel quale si ritrova il famoso “Orologio dell’apocalisse” che ogni anno viene aggiornato secondo una puntuale analisi della situazione geopolitica globale: nel 2017 mancano solo 2 minuti e mezzo alla mezzanotte di una possibile catastrofe bellica.

A proposito del costo degli armamenti nucleari ci sono dati piuttosto impressionanti. Tra il 1945 e il 1996, per costruire le 30.000 bombe atomiche presenti nel loro arsenale, gli Usa hanno speso solo il 7% del loro enorme bilancio militare, mentre ben il 57% dello stesso è stato destinato ai “mezzi di consegna”, quindi aerei, missili, sottomarini. Il 14% è poi stato assorbito dall’individuazione dei bersagli (satelliti, spionaggio ecc.). La bomba non risulta quindi particolarmente costosa di per sé , specie se si considera il beneficio politico che ne consegue; quel che fa lievitare la spesa sono i mezzi necessari per portarla a destinazione . Fa impressione pensare comunque al valore assoluto della spesa legata agli arsenali atomici. Nel caso degli Stati Uniti, dove le informazioni al riguardo sono disponibili, si stima che in tutto si siano spesi nel corso del XX secolo oltre 5000 miliardi di dollari. Una cifra astronomica, talmente grande da riuscire difficilmente immaginabile. Basti dire che tale cifra, sotto forma di una pila di banconote da un dollaro, arriverebbe alla Luna e tornerebbe indietro di un bel po'.

Come abbiamo già detto, costruire la bomba non bastava. Per verificare le caratteristiche e gli effetti degli ordigni nucleari i vari stati compirono oltre duemila test (è di pochi giorni fa la desecretazione di moltissimi filmati di test nucleari statunitensi) , negli ambienti più diversi, nell'aria, nello spazio esterno, negli oceani, alla superficie terrestre e sotto di essa. In particolare gli oltre cinquecento esperimenti svolti in aria provocarono un diffuso inquinamento radioattivo a livello planetario , per porre un freno al quale si arrivò nel 1963 ad elaborare il Limited Test Ban Treaty, un accordo internazionale che bandiva le esplosioni in atmosfera, negli oceani, e al di fuori della Terra. C'è da notare la tragica ironia di un aspetto di questi test. Quando essi furono compiuti sul territorio nazionale degli stessi stati (in alcuni casi vennero invece svolti in colonie o territori lontani dalla madrepatria, come nel caso di Usa, Gran Bretagna e Francia, che testarono in Algeria, Australia e molte isole del Pacifico e dell'Atlantico) la maggior parte delle radiazioni rilasciate colpirono le aree vicine e le popolazioni che in esse risiedevano, che pertanto hanno ricevuto un danno alla salute. Quindi si vede come i test delle bombe, bombe che avrebbero dovuto proteggere la popolazione da attacchi esterni, hanno in realtà danneggiato principalmente proprio loro, i cittadini di quegli stati, e non gli avversari.

Se le testate nucleari sono diminuite in assoluto, ora siamo di fronte a un aumento di Paesi dotati dell’arma più distruttiva: India, Pakistan, Israele, Corea del Nord. Se la proliferazione orizzontale non viene arrestata, cresce il rischio che, prima o poi, in qualche teatro di conflitto, le armi nucleari vengano usate di nuovo, con conseguenze gravissime per quanto riguarda il numero delle vittime e -nel caso le potenze in guerra siano dotate di arsenali molto consistenti- con potenziali effetti negativi sull'ambiente planetario. C'è anche il rischio che, in nazioni militarmente nucleari, prima o poi arrivino al governo gruppi fondamentalisti, che potrebbero essere tentati di esercitare qualche ricatto atomico. Preoccupante è la situazione del Pakistan, dove una cronica violenza ed una precaria stabilità potrebbero vedere le leve del potere -e con esse il controllo sulle armi nucleari- cadere in mano ai talebani locali. Con conseguenze difficilmente prevedibili ma certamente di grande portata anche per le nazioni occidentali.

Anche senza pensare a quale uso potrebbero fare dei fanatici con una bomba nucleare, per avere incubi notturni basta riflettere su come i reattori nucleari civili possano costituire un obiettivo assai attraente per dei terroristi. Dopo l'incredibile abilità mostrata dagli attaccanti dell'11 settembre 2001, non ci si possono fare illusioni sul livello di sicurezza necessario ad evitare un disastro. Non è necessario pensare alla distruzione del nocciolo del reattore, ma è sufficiente immaginare quel che succederebbe se venissero colpite le vasche in cui sono poste a raffreddare le barre di combustibile esaurito; si tratta di semplici piscine, che, se venissero fatte esplodere, immetterebbero nell'ambiente grandi quantità di sostanze radioattive, con conseguenze non troppo dissimili da quanto avvenuto a Fukushima e a Chernobyl. Ricordiamoci inoltre che vi sono alcuni impianti nucleari posti in relativa vicinanza a grandi centri popolati (come ad esempio il reattore Kanupp a Karachi in Pakistan, che nel raggio di 30 km vede la presenza di oltre otto milioni di persone).

Insomma, lavorare per il contenimento e infine per l’abolizione delle armi nucleari sembrerebbe dover essere una priorità assoluta per ogni governante, anzi per ogni persona di buon senso. Confligge però con questo ragionamento la tendenza, in particolare americana, ma anche franco inglese, a cambiare manu militari i regimi stranieri a loro avversi, come insegnano i casi iracheno e libico. Regimi totalitari, antidemocratici, talora aggressivi e provocatori come quello nord coreano (e talora quello russo) sono invece stati lasciati tranquilli, forse perché disponevano di arsenali atomici e dimostravano di esser disposti ad usarli. Una triste lezione per tutti quei dittatorelli e uomini forti che antepongono la propria sopravvivenza politica e i propri interessi a quelli dei propri paesi.

Aggiungiamo infine che la solenne promessa, fatta dalle cinque storiche potenze nucleari, di procedere “in buona fede e in tempi rapidi con misure mirate alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari e al disarmo nucleare e a un trattato per il disarmo generale e completo” (articolo 6 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare) è stata tradita. Questo rappresenta un pessimo segnale per la comunità internazionale tutta. Resta la speranza che la pressione delle potenze non nucleari e delle popolazioni (che sarebbero le vere vittime di ogni conflitto atomico) possa sbloccare la situazione. 

All’Onu in questi giorni si parla proprio di questo: la discussione è mirata a bandire ogni tipo di arma nucleare, sulla base di motivazioni umanitarie, considerando cioè questi ordigni come disumani e indiscriminati. L'iniziativa è promossa da 123 nazioni e vede come capifila l'Austria, l'Irlanda, il Messico, il Brasile, il Sud Africa e la Svezia. La prospettiva di un trattato viene vista come il fumo negli occhi dalle potenze atomiche, che non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai loro arsenali. Una speranza che questo lavoro abbia successo però c'è, specialmente sulla base di analoghe iniziative “dal basso”, tra cui la proibizione delle mine antiuomo del 1997 e delle munizioni a grappolo del 2008. Ci vorranno anni, bisognerà avere costanza e convinzione per portare avanti questo progetto, ma è possibile che una nuova alba stia per sorgere, nella quale gli arsenali di morte man mano si ridurranno fino a sparire.

Mirco Elena

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