Indonesia: scuole e moschee sostenibili

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Foto: Facebook.com

Siamo ancora lontani dal vedere applicata a livello internazionale l’“ecologia profonda”, cioè l'intuizione del filosofo norvegese Arne Næss che già nel 1973 aveva giudicato l'interferenza dell’uomo nel mondo non umano come eccessiva e da arginare attraverso un mutamento culturale radicale che avrebbe dovuto difendere la qualità della vita (non solo umana) come valore intrinseco svincolato dalla ricerca di un tenore di vita sempre più alto. Tuttavia è evidente che il tema della tutela ambientale e i problemi legati alla conservazione ambientale  si stiano facendo sempre più attuali anche in Paesi come l’Indonesia che stanno cercando di coniugare sviluppo e sostenibilità attraverso la ricerca di una maggior consapevolezza ecologica tra la popolazione. Come? Anche se l’arcipelago è il principale esportatore di carbone e produttore di olio di palma del mondo, due industrie che hanno devastato intere foreste cancellando habitat e specie uniche, a Giacarta hanno pensato bene di cominciare dalla scuola con la No-Trash Triangle Initiative, un progetto supportato dalla ong tedesca Aqueis, dalla indonesiana Sea Soldier e coordinato dal Diving resort Coral Eye, nato per far fronte al problema dell’inquinamento da plastica nei mari dell’Indonesia. Lo scopo è quello di incoraggiare gli studenti a prendersi cura dell’ambiente in cui vivono dandogli tutti gli strumenti di informazione utili ad una corretta gestione dei rifiuti. 

Siamo a Bangka Island, nel cuore del “Coral Triangle” indonesiano, l’area con la più ricca biodiversità marina di tutto il mondo. L’isola è circondata da bellissime barriere coralline e da una ancor più incredibile vita sottomarina, “Tuttavia - per gli animatori di No-Trash Triangle Initiative - questo ecosistema unico è sempre più in pericolo a causa della plastica e di altri inquinanti che si riversano quotidianamente negli oceani”. Per questo dallo corso luglio è stato attivato un innovativo programma di educazione ambientale nelle scuole incentrato sulla conservazione degli oceani e la creazione di un modello sostenibile di gestione dell’inquinamento, che una volta esteso ad altre isole potrà far fronte alla sempre più alta quantità di plastica presente nei mari, aiutando così l’Indonesia a preservarne i suoi eccezionali e biodiversi ecosistemi costieri. Il programma di educazione ambientale è stato definito con l’aiuto degli insegnanti di Bangka, per renderlo pertinente ed interessante per gli studenti. A tenere le lezioni sono i giovani volontari indonesiani di Sea Soldier per i quali “Un programma di questo tipo, presentato da ragazzi locali con la passione per il mare, porterà sicuramente gli studenti ad essere più coinvolti ed ispirati nella battaglia contro l'inquinamento”. 

Per gli attivisti di No-Trash Triangle Initiative “Se le nuove generazioni sviluppano una maggior consapevolezza dell’ambiente che li circonda, comprenderanno meglio l’impatto delle loro azioni e questa consapevolezza sarà la parte cruciale nell’implemento delle soluzioni stesse e quindi nella lotta contro l’inquinamento da plastica”. Alla fine del programma, i partecipanti riceveranno un certificato rilasciato dalla scuola che entrerà a far parte del loro curriculum creando una schiera di “Ocean Ambassadors” indonesiani pronti in futuro a formare una generazione di cittadini sempre più attenti al tema ecologico. Una volta che il nuovo programma educativo sarà stato completato nel dicembre 2019, No-Trash Triangle Initiative lavorerà con Sea Soldier per assicurarsi che possa essere replicato anche su altre piccole isole nel Coral Triangle. Oltre alla didattica ecologica nelle scuole, l’iniziativa ha creato una rete logistica che ha permesso di riciclare oltre 5 tonnellate di rifiuti provenienti dal mare intorno all’isola di Bangka e ha attivato un fondo per la ricerca scientifica anche grazie al Coral Eye, un resort nato come centro di ricerca di biologia marina e quindi sensibile a problematiche ambientali, che ogni anno metterà a disposizione 6 borse di studio per progetti di conservazione ambientale. 

Per Jody Umboh, il preside della scuola media di Bangka dove è partito il progetto “Questo programma è molto importante per aiutare i nostri ragazzi a rendersi conto di quanto siano fortunati a vivere in un posto così speciale e di quanto sia importante il loro contributo affinché continui ad esserlo”. Una sensibilità che da qualche anno ha incontrato anche il favore della politica e della religione che assieme stanno cercando di creare 1.000 moschee ecologiche entro il 2020. L’iniziativa, che è stata lanciata dal vicepresidente indonesiano Jusuf Kalla nel 2017, ha cercato di infondere “una preoccupazione per la relazione reciproca tra gli esseri viventi e l’ambiente e per lo sviluppo sostenibile di tutti noi”. Come? Con consulenti e soluzioni tecnologiche innovative ha aiutato le moschee a rifornirsi di energia rinnovabile, a gestire le loro esigenze di acqua e cibo in modo sostenibile, a ridurre e riciclare i rifiuti e a fornire elementi di educazione ambientale ai fedeli. Più in generale il progetto sta cercando di coltivare tra i fedeli mussulmani un senso di gestione del mondo naturale “come fosse una sfida morale imprescindibile”. 

La vinceranno questa sfida? Per Hayu Prabowo, che si occupa di ambiente e risorse naturali per il Majelis Ulama Indonesia (Concilio indonesiano degli ulema) “La maggior parte dei musulmani in Indonesia ascolta più i leader religiosi che il governo. Se un leader islamico dice qualcosa lo farà, ma se il Governo dice qualcosa, potrebbe non farlo”. Il Governo e gli ulema sperano adesso che le prime mille eco-moschee attive entro il prossimo anno rappresentino un esempio per le altre 800.000 moschee del Paese e che anche i luoghi di culto delle altre religioni aderiscano a questa ambiziosa svolta "green". Se è vero che finora l’Islam non si è occupato molto della sostenibilità dei suoi luoghi di culto, per Prabowo la conversione verso la sostenibilità è oggi inevitabile: “Abbiamo bisogno di azioni concrete per aiutare le moschee e le loro comunità  a superare l’imminente crisi idrica ed energetica costruendo resilienza e una nuova consapevolezza verde”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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