Prosegue l’assedio indiano sul Kashmir

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Foto: Andrea de Franciscis da Osservatorio Diritti

L’assedio indiano sul Kashmir prosegue con forza: dopo il duro colpo all’autonomia della regione di inizio agosto, il gigante asiatico è passato alla repressione del dissenso e all’isolamento di chi ci vive. O almeno è questo che filtra sempre più spesso da media indipendenti e testimoni locali, nonostante il coprifuoco e il blackout delle telecomunicazioni che dura da ormai un mese.
Torture e raid. Una video-inchiesta della britannica BBC è riuscita a raccogliere storie e racconti nella zona meridionale della regione.

“Ci hanno preso a calci, picchiato con bastoni e cavi, ci hanno colpito con scariche elettriche. Ci picchiavano sul retro delle gambe e se svenivamo ci davano scosse elettriche per farci riprendere”, racconta un residente che non ha voluto farsi identificare per paura di ritorsioni. Le sue accuse sono rivolte all’esercito indiano. Che secondo altri testimoni sarebbe andato in alcuni casi anche di casa in casa, durante la notte, alla ricerca di chi aveva contestato la decisione di togliere l’autonomia nominale alla regione del Jammu e Kashmir, così come annunciato dal ministro degli Affari interni, Amit Shah. Da parte sua, l’esercito di Nuova Delhi ha negato tutte le accuse.

Migliaia di arresti. Nel corso dell’ultimo mese, nel Kashmir indiano si sono registrati tra 2.300 e 4.000 arresti (stime delle agenzie d’informazione AP e AFP). Un’azione che è stata possibile con l’uso della legge sulla sicurezza pubblica, che dà la facoltà alle autorità di trattenere un cittadino per ben due anni senza che siano notificate accuse e senza un regolare processo.
Addio autonomia. La tensione è scoppiata il 5 agosto. Ossia quando il governo di Narendra Modi ha revocato due “provvisioni costituzionali”, gli articoli 370 e 35A, che riconoscevano un certo grado di autonomia al Jammu e Kashmir. Regioni che ora sono classificate come “union territories”, amministrate cioè direttamente dalle autorità centrali indiane. Una mossa che rimette in discussione un processo cominciato una settantina di anni fa, quando il Kashmir aveva accettato di far parte dell’India a condizione di mantenere l’autonomia.

Il contesto. L’opposizione alle autorità indiane nella zona è cominciata a crescere in modo importante alla fine degli Ottanta, con la diffusione dell’estremismo hindu e la conclusione della guerra tra Russia e Afghanistan. Fu così che la resistenza popolare, col passare degli anni, è andata a far crescere in alcuni casi la militanza di matrice jihadista. Una situazione che ha portato a una sostanziale militarizzazione della zona, dove oggi sono stanziate tra le 500 e le 700 mila unità, pari a un militare ogni 12 civili. Forze che godono di una sostanziale impunità e che sono state accusate a più riprese di violazione dei diritti umani. Un conflitto “a bassa intensità”, come lo definisce qualcuno, che dal 1989 a oggi ha provocato migliaia di vittime (47 mila la cifra ufficiale, oltre 100 mila morti per le organizzazioni umanitarie).

L’articolo integrale di Maria TaverniniKashmir sotto assedio: l’India manda all’aria l’autonomia e reprime il dissenso, può essere letto su Osservatorio Diritti. 

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