Spazio al bosco, e le specie spariscono

Stampa

Ho sempre considerato il bosco un rifugio, per me e per le creature che in esso trovano riparo. Un luogo dove puoi entrare a pezzi e uscirne intero, un santuario di emozioni, silenzi, preghiere alzate ai silenzi del cielo, un posto per nutrirsi, proteggersi, nascondersi, ritrovarsi. Un tempio di scoperte. Ma una di queste, recente, è che il bosco non sempre è casa di biodiversità, anzi a volte la falcia, impietoso ma senza cattiva volontà, con quella perentorietà che solo la natura sa avere.

La montagna vive di un delicato equilibrio, minato però da molteplici fattori: l’agricoltura intensiva, la meccanizzazione della sua gestione e della sua fruizione, l’uso indiscriminato di fertilizzanti e pesticidi, l’abbandono dei territori più periferici sono solo alcune delle ragioni che, in secoli di “evoluzione” (perché sì, ci arrendiamo a chiamarla così, ma lasciateci almeno le virgolette), ne minacciano la sopravvivenza. Quando, soprattutto nei prati e nei pascoli di media e alta quota, le attività agricole si riducono drasticamente e l’habitat di alcune specie viene recuperato dal bosco, la foresta non è più scrigno di vita, ma per alcuni ne è la tomba. E ancora una volta complice e artefice di questi mutamenti nelle condizioni che permettono od ostacolano la vita… è l’uomo.

E’ una fotografia delle condizioni della conservazione dell’avifauna del Trentino, e più in generale dell’arco alpino, che non lascia molto spazio all’ottimismo. E le comunità che abitano le zone montane sono protagoniste loro malgrado dei cambiamenti in atto. Come ha scritto Barbara Poggio, docente dell’Università di Trento, in un articolo di qualche settimana fa, “a poco serve promuovere politiche per sostenere la permanenza delle giovani famiglie sul territorio, se poi, al contempo, si va consolidando l'immagine di una comunità chiusa, nostalgica, autoreferenziale, ripiegata su se stessa e sul proprio passato, incapace di riconoscere e fare i conti con le trasformazioni del mondo e della società. Non basterà infatti un sostegno per l'alloggio o un incentivo alla natalità a trattenere nelle valli del Trentino le generazioni più giovani, se la loro percezione sarà quella di soffocare dentro un piccolo mondo antico, stretto più ancora che dalle montagne, dai limitati e rigidi paraocchi di chi ha la responsabilità di governarlo". Lo spopolamento delle zone montane, anche se per diversi motivi, è comunque una questione centrale in una discussione che provi a coniugare le attuali esigenze economiche con le pratiche agricole e di allevamento tradizionali, mal combinate con l’aumento delle monoculture intensive, dell’uso di pesticidi e con la crescente urbanizzazione del fondovalle, dinamiche che non solo modificano profondamente e irrevocabilmente il paesaggio, ma impoveriscono anche flora e fauna autoctone.

Sono cambiamenti che avvengono con tempi molto veloci, difficili da sopportare per gli animali: negli anni più recenti le attività umane hanno modificato in maniera impattante la biodiversità dei territori, incidendo pesantemente e rapidamente il paesaggio e imponendo ritmi di sviluppo con cui la fauna (e la flora) non riescono a stare al passo. In particolare, lo sviluppo delle pratiche agricole che ha caratterizzato gli ultimi anni ha provocato la progressiva scomparsa di molte di quelle specie che prima si erano adattate ai campi e ai pascoli con i tempi che la natura richiedeva.

Tra queste, per esempio, c’è il re di quaglie, rallide migratore, specie minacciata non solo in regione ma anche a livello globale, che oggi si è rifugiata nelle Alpi orientali dove le pratiche tradizionali sono ancora in vigore, abbandonando i fondovalle e le basse quote e adattandosi ad altitudini più elevate a seguito dei cambi nelle colture, dello sfalcio con mezzi meccanici e dell’uso di fertilizzanti. Non se la passano meglio neanche l’averla piccola e la biga padovana, passeriformi che popolano i pascoli di media quota e che soffrono in seguito al rimboschimento naturale conseguente all’abbandono della montagna. Sono le regole della vita? Funziona così, che le specie abituate a contesti agricoli tradizionali o ad ambienti umido-paludosi sono in declino mentre tutte quelle che si adattano ad ambienti forestali (picchi, civette nane e capogrossi proliferano) traggono invece giovamento dal rimboschimento? Sì, e il processo sarebbe anche naturale se non avesse i tempi imposti dalle attività umane, che la natura rifiuta perché non riesce a sostenere. 

Se si escludono casi eccezionali come la tempesta Vaia, che ha profondamente lacerato il territorio modificandone i contorni e le caratteristiche, l’uomo è e rimane il principale responsabile di questa aritmia biologicae occorre che sia l’uomo stesso a farsi carico di mantenere – e dove possibile ricreare – le condizioni necessarie allo sviluppo di popolazioni indispensabili per la biodiversità e per l’equilibrio complessivo dell’ecosistema: la promozione di pratiche agricole compatibili, la gestione degli ambienti prativi e il potenziamento delle Reti di Riserve, che con i loro meccanismi di tutela e promozione sostengono questi processi, si muovono nella giusta direzione. Sono sufficienti? Certamente no. Come in ogni cosa, non è la goccia singola che fa il mare, ma un insieme di persone e attività coordinate e integrate che promuovono percorsi con un obiettivo comune. Il monitoraggio delle stazioni di inanellamento è, per esempio, uno di questi importanti tasselli, volti a migliorare le condizioni per la conservazione delle specie minacciate. E proprio in questo autunno di migrazioni per una buona parte dell’avifauna delle nostre montagne, il nostro augurio va ad accompagnare il loro viaggio, nella speranza che possano ancora tornare sui nostri pascoli e sentirsi a casa.

Ultime su questo tema

“Conflict Plantations”

12 Novembre 2019
Un nuovo rapporto dell’Environmental Paper Network rivela che l’Asia Pulp & Paper è coinvolta in centinaia di conflitti sociali con le comunità locali. (Alessandro Graziadei)

A rischio i cervi che danzano sui pascoli fluttuanti dell’India

06 Novembre 2019
Un parco sospeso sull’acqua per la tutela di cervi che si pensavano estinti. (Anna Molinari)

Davi Kopenawa è il Right Livelihood Award 2019

01 Ottobre 2019
Il famoso sciamano yanomami Davi Kopenawa, soprannominato il “Dalai Lama della foresta”, ha vinto il Right Livelihood Award 2019. (Alessandro Graziadei)

Esistono piante capaci di rimediare ai nostri danni ambientali

24 Settembre 2019
Il variegato mondo vegetale contempla alcuni esemplari particolarmente dotati quando si tratta di condurre operazioni di "bonifica". (Alessandro Graziadei)

Countdown to extincion

17 Settembre 2019
Dieci anni fa le multinazionali aderenti al “Consumer Goods Forum” (CGF) si erano impegnate a fermare la deforestazione. Secondo Greenpeace non lo hanno fatto! (Alessandro Graziadei)

Video

Unesco: Dolomiti patrimonio dell'umanità