Fly baby fly

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Foto: A. Molinari ®

Non è un posto dove sono arrivata per caso. È un posto che ho cercato, che ci tenevo a visitare. È il posto dove il verso delle migrazioni punta a sud, quello dove si interrompono momentaneamente i voli che disegnano il cielo di stormi caleidoscopici. Perché volevo venire qui, in un valico di bosco avvolto dal fogliame d’autunno e da reti di cattura?

Perché è un luogo che emoziona, uno di quelli dove si studiano gli uccelli nei loro viaggi autunnali, uno di quei posti che ti fanno battere un po’ più veloce il cuore. Occorre partire presto e ad arrivare ci si impiega un po’: la strada si snoda tra i prati della Val di Ledro ed è protetta dalle Alpi Ledrensi che, presto al mattino, hanno sguardo ancora assonnato verso valle. Ci si inerpica quindi tra faggi e abeti rossi nel bosco, prima su asfalto e poi finalmente a piedi lungo la forestale che porta verso Bocca di Caset. È lì che sono diretta, alla stazione di inanellamento che, dal 1993, è sito permanente di osservazione e monitoraggio delle migrazioni post riproduttive diurne.

Sul valico si faticano a individuare le reti, che sottili e quasi invisibili accarezzano l’orizzonte e interrompono per poco tempo il volo di fringuelli, cinciallegre, francolini, faneli, lucherini e molti altri piccoli piumati che solcano le rotte del cielo verso climi più favorevoli. 

Presso questa stazione in quota del Muse, Museo delle Scienze di Trento, operano inanellatori professionisti, affiancati da assistenti di campo, tesisti, stagisti provenienti da diverse Università italiane e volontari che, equipaggiati di piccoli sacchettini in cotone, percorrono i circa 500 metri di reti per individuare eventuali ospiti incappati in queste leggere trappole. Mani spesso troppo grandi (alcuni uccellini, come per esempio i regoli, pesano solo 5-6 grammi!) li raccolgono con delicata esperienza per portarli poco più in là alla “casa del check up”: la chiamo così perché, anche se i piccoli pennuti non se ne rendono conto, è davvero un momento importante. Lo è per loro, perché una volta riconosciutane la specie e determinatone sesso ed età, vengono misurati peso, lunghezza dell’ala, muscolo e grasso, stime che possono dare indicazioni sullo stato di salute in previsione del lungo percorso che li attende – alcuni percorreranno, in solitaria o in piccolo stormo, alcune centinaia di chilometri senza fermarsi. Ma è un momento importante anche per la comunità: grazie al piccolo anello che viene chiuso intorno alla zampa (tarso) con apposite pinze e che non pregiudica né disturba la loro capacità di movimento o volo, se ne possono infatti tracciare spostameni e rotte. Non si tratta in questo caso di dispositivi Gps, ma di un articolato e coordinato lavoro di rete con altre stazioni dislocate in altre regioni montane che, a livello alpino e non solo, consente di studiarne le abitudini, le strategie e le dinamiche che ne influenzano le migrazioni. Anche se non tutti i giorni sono uguali qui a Casét e, se a volte gli esemplari inanellati sono oltre 300 al giorno, stamattina ne vediamo pochini, sono milioni gli uccelli migratori che attraversano le Alpi nel corso dei loro periodici spostamenti tra Europa e Africa.

Stazioni di inanellamento come questa sono anche piattaforme ideali per studi in collaborazione con altri Istituti. Un progetto che coinvolge per esempio la FEM – Fondazione Edmund Mach, si approfondisce la conoscenza della connettività migratoria: un campo della ricerca che permette di studiare i rapporti di isotopi stabili (in particolare idrogeno, ossigeno, carbonio, azoto e zolfo) per approfondire l’origine geografica degli uccelli migratori. Tali rapporti variano secondo processi biogeochimici nello spazio e nel tempo, modellando sulla superficie terrestre aree con impronte isotopiche differenti; essi vengono fissati nei tessuti animali attraverso la loro dieta, riflettendo la variabilità isotopica locale. È così che tessuti cheratinici come le piume contengono informazioni preziose sulla località geografica di formazione e accrescimento. 

Un campo affascinante, che racconta di connessioni ecologiche importanti tra areali riproduttivi, di passaggio, di sosta o di svernamento, dando un contributo importante anche alla tutela delle specie minacciate. 

Spostarsi è sempre e per chiunque indice di desiderio o di bisogno: le migrazioni degli uccelli, studiate fin dal 1995 in diversi siti della provincia di Trento distribuiti dai fondovalle ai valichi d’alta quota, sia nella fase prenuziale che in quella post-riproduttiva, sono di fondamentale importanza. Le indagini si concentrano tutt’oggi, in particolare, su fenologia, eco-fisiologia e fattori ambientali: aspetti non sempre intuitivi e di immediata comprensione per chi come me non è tra gli addetti ai lavori ma che, questo è evidente, rappresentano un elemento di ricchezza da difendere e sostenere. Il Progetto Alpi, coordinamento di stampo nazionale avviato nel 1997, si inserisce ad esempio nello schema europeo EURING per lo studio delle migrazioni attraverso l’inanellamento scientifico. Coordinato dal MUSE e dal Centro Nazionale di Inanellamento dell’ISPRA, ha visto negli anni la partecipazione di ben 44 stazioni di inanellamento distribuite in tutto l’arco alpino italiano, nell’ambito del quale si organizzano anche attività educative e dimostrative per far conoscere lo studio e il fenomeno della migrazione attraverso le Alpi ai ragazzi delle scuole o ai visitatori interessati. 

Qui si respira pace: il lavoro nel bosco è duro, si sta al freddo per ore magari sotto la pioggia e non sempre è confortevole. Ma c’è qualcosa negli occhi delle persone che ti accolgono a Casét che dice molto della passione e della motivazione che accompagna le giornate trascorse qui. Si condivide una merenda di montagna, si sfogliano libri e ci si confronta, si raccontano a visitatori curiosi i ritmi e le storie che un leggero battito d’ali porta con sé, prima di volare via di nuovo in evoluzioni solitarie o nella tiepida sicurezza dello stormo. Non sono solo le ricerche quotidiane che rendono essenziale il contributo di un posto come questo, né lo sono solamente le visite programmate o la divulgazione o la formazione scientifica: un valore aggiunto lo garantiscono la spontaneità dell’accoglienza, la pazienza del racconto, la luce che scintilla nelle risposte alle tue domande a volte ingenue, chissà quante volte sentite, eppure ascoltate e accolte come se fossero uniche.

Mentre mi incammino sulla strada del ritorno e alzo gli occhi verso il cielo, so che ai voli di lassù da oggi per me si aggiungerà significato. E quasi senza accorgermene penso a chi nell’incertezza dell’arrivo comincia ogni giorno un viaggio di speranza via terra o via mare, qualunque sia il verso scelto. Ma questa è un’altra storia, che però non può non venirmi in mente mentre rivivo la sensazione recente di una carezza a un corpicino così fragile e forte di piume e gli auguro sottovoce buon viaggio.

Fly baby, fly.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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