“Conflict Plantations”

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Foreste: Greenpeace.org

Nel corso degli ultimi venticinque anni la Asia Pulp & Paper (APP)  è stata considerata come una delle peggiori imprese su scala mondiale. Dopo decenni di deforestazione e violazioni dei diritti umani, nel 2013 la APP si è impegnata a fermare la deforestazione avviando una aggressiva campagna di greenwasching utile a presentarsi come una leader globale della sostenibilitàGreenpeace dal 2013 al 2018 ha fornito suggerimenti nel processo di miglioramenti della politica forestale della APP fino a quando, grazie alle analisi delle immagini satellitari, non ha potuto provare che alcune imprese forestali legate anche alla APP continuavano illegalmente a sfruttare ettari di foresta e di torbiere indonesiane. Già nel 2017 un'indagine condotta dall’Associated Press aveva rivelato che le piantagioni di APP, spesso nascoste dietro una struttura aziendale fatta da un caleidoscopio di aziende minori, erano ancora legate alla deforestazione e agli incendi forestali in sud est asiatico. Oggi qualcosa è cambiato? No! Il nuovo rapporto “Conflict Plantations” pubblicato lo scorso mese mese e realizzato da una coalizione di organizzazioni indonesiane assieme all’Environmental Paper Network (EPN) rivela come la APP, non solo non ha mantenuto le promesse di “responsabilità ambientale”, ma è coinvolta in centinaia di conflitti territoriali con le comunità locali delle isole indonesiane di Sumatra e del Borneo.

L’APP, da quando lo scorso anno ha perso il sostegno Greenpeace (per la multinazionale “un partner prezioso nel nostro percorso verso la sostenibilità”, che aveva portato “a grandi progressi nella lotta contro la deforestazione in Indonesia”) non sembra aver fatto più nulla per migliorare la sua responsabilità sociale ed ambientale d’impresa. A dirlo sono adesso i risultati di mesi di investigazioni che mostrano come in cinque province dell’Indonesia, almeno 107 comunità sono in aperto conflitto con le affiliate APP o con i suoi fornitori e altri 500 villaggi hanno subito una qualche forma di pressione o ricatto dalle imprese della carta legate al colosso asiatico. In questi anni l'espansione delle piantagioni di legno da cellulosa ha avuto impatti sociali enormi sull’economia locale, che ha dovuto fare i conti con un progressivo land grabbing, con lo sfollamento di numerose comunità e con un uso costante della violenza sulle popolazioni indigene. Un atteggiamento che, come per le illusorie promesse di tutela ambientale, rileva che poco è cambiato da quando nel 2013 la APP ha assunto impegni precisi anche per quanto riguarda la risoluzione di tutti i conflitti sociali legati all’impresa della sua filiera produttiva.

Questo nuovo rapporto viene pubblicato proprio mentre in Indonesia si intensifica la crisi degli incendi di cui l’impresa cartaria sembra corresponsabile. La società civile e alcuni media locali, infatti, da mesi hanno indicato l’APP come una delle responsabili dell’attuale situazione, un vizio della multinazionale visto che già nel 2015 la APP era stata coinvolta negli incendi boschivi che hanno causato la morte prematura di 100.000 persone. “Negli ultimi mesi, la nebbia causata da incendi boschivi e di torba ha ricoperto diverse aree di Sumatra e del Borneo e ha reso la qualità dell’aria pessima - ha dichiarato il gruppo ambientalista indonesiano WALHI - e la provenienza degli incendi dalle terre in concessione all’APP o a sue affiliate, insieme alle centinaia di conflitti con le comunità locali, è una prova in più che l’APP non ha mantenuto i propri impegni sociali ed ambientali”. L’APP si è dichiarata totalmente estranea alla nascita degli incendi dolosi, ma ha ammesso l’esistenza di centinaia di conflitti tra i loro fornitori di legname e le comunità locali, sostenendo però “di aver mappato tutti i conflitti in atto” e “di aver risolto il 49% delle controversie”. Per gli attivisti di WALHI però “nessuna informazione specifica, come i nomi o le posizioni dei villaggi, le dimensioni delle aree coinvolte, o dettagli sul processo di pacificazione è stata condivisa con il pubblico”. Così mentre l’APP rinnova la promessa di proteggere le foreste e le comunità, per Brihannala Morgan, attivista del Rainforest Action Network (RAN), “la realtà sul campo racconta una storia diversa, e cioè che sia il conflitto delle comunità che gli incendi in corso mostrano che l’APP ha ancora molta strada da fare per proteggere le foreste, le comunità e il clima. […] La APP deve assicurare che i propri resoconti corrispondano alla realtà sul campo; la trasparenza è necessaria per dimostrare che l’azienda è questa volta seriamente intenzionata a cambiare le sue pratiche criminali”.

Per ora secondo l’EPN “la APP è ancora lontana dal mantenere il proprio impegni alla risoluzione dei conflitti sociali”, e soprattutto “non ha mantenuto il proprio impegno alla completa trasparenza, rifiutando di condividere informazioni dettagliate sui conflitti sociali, nonché gli studi completi sulle foreste di alto valore di conservazione e gli studi sulla torba nelle concessioni dei suoi fornitori”. Di fatto considerando gli impegni sociali e ambientali di buona parte dell’industria cartaria (non solo della APP) per l’EPN siamo ancora molto lontani da un impegno industriale a favore di un futuro più sostenibile e integrato nelle strategie di lotta al cambiamento climatico in cui la produzione di carta sia “più attenta ai diritti umani, compreso il diritto delle popolazioni locali alla terra, producendo occupazione con impatti sociali positivi, equi e senza conflitti” e “impieghi sempre meno fibre vergini eliminando la deforestazione e la perdita di biodiversità con l’uso di materiali riciclati, l'utilizzo delle energie rinnovabili e il risparmio di acqua”. Un cambio di paradigma, però, al momento sembra impossibile a meno di azioni politiche che prendano in considerazione una radicale revisione all’attuale commercio internazionale della carta, che da solo è ancora incapace di salvaguardare il patrimonio forestale e sociale del nostro pianeta.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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