Nazioni Unite: la nuova missione per lo sviluppo fino al 2030

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Immagine: Ignaziocorrao.it

Tramonta l’era degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delineati a New York nel settembre del 2000. Quindici anni dopo, nello stesso luogo, nel corso di una sessione speciale dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) tenutasi tra il 25 e il 27 settembre, i capi di Stato e di governo del mondo hanno presentato, discusso e adottato il programma di sviluppo globale che andrà a succedere quello dei Millennium Goal, di prossima scadenza a fine anno e ormai ritenuto a tutti gli effetti superato. Dopo appena una decade e mezzo dall’ingresso nel secondo millennio, il mondo appare decisamente trasformato: da una parte il verificarsi di nuovi problemi e dinamiche innescati e accelerati dalla rivoluzione informatica e dalla globalizzazione (è il caso della trasformazione del mondo del lavoro e del devastante fenomeno del landgrabbing), dall’altra parte la decisa riduzione dell’incidenza di alcuni fenomeni su cui si è soffermato in questi anni l’intervento internazionale (come la diffusione dell’Hiv/Aids).

Quella a cui a lungo ci si è riferiti come l’“Agenda post-2015” ha dunque ora visto la luce. La formalizzazione dei cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG, Sustenaible Development Goals) ha seguito un percorso, durato almeno due anni, di analisi dei risultati già raggiunti e dei target individuati, affiancato all’ideazione di una strategia di sviluppo condivisa da tutti gli attori della comunità mondiale. Non solo quindi dai 193 Stati membri dell’ONU, ma anche dalla società civile con le sue associazioni e i suoi gruppi di pressione, e dal settore privato delle donazioni, coinvolto per la prima volta nella definizione del piano mondiale. Sostenibilità è la parola chiave della nuova “road map” dello sviluppo che guiderà l’ONU fino al 2030; un carattere indicato come fondamentale già nel precedente programma che però aveva preferito segnalare nella sua formulazione l’incisivo cambiamento epocale che si voleva andare ad apportare globalmente, in linea con le aspettative che l’alba del nuovo millennio portava con sé.

Non si intende però affatto lasciare da parte la capacità di immaginare un mondo differente, migliore rispetto a quello in cui viviamo. Non a caso sono state le note e le parole di “Imagine” di John Lennon a risuonare nel Palazzo di Vetro all’apertura della sessione, per destare tutti i sognatori in sala e indurli a unirsi nella costruzione di questo mondo immaginato trasformato sulla base di 17 principali azioni, a tanti corrispondono infatti i nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Alcuni dei ben noti Obiettivi del Millennio sono stati meglio specificati e scissi in punti a sé, altri al contrario sono stati ricondotti in un’unica generale azione. Se dunque la necessità di eliminare la povertà estrema resta il primo degli impegni della comunità internazionale (1° obiettivo) ad essa si affianca, con propri target di analisi e sistemi di monitoraggio, l’obiettivo di porre fine alla fame nel mondo garantendo un adeguato nutrimento a tutti gli abitanti del pianeta (2° obiettivo); un intervento quest’ultimo inteso come un vero e proprio indice di una società malata che, nonostante abbia le risorse per soddisfare i bisogni primari di ciascun essere umano, non riesce adeguatamente a dare soluzione a una tale tragedia. La parola d’ordine della “sicurezza alimentare” promossa dalle Agenzie ONU cede però il passo alle istanze dei fautori della sovranità alimentare, non solo ricercando il mito della “Zero hunger” (“Fame zero”) ma anche promuovendo una agricoltura che sia sostenibile. “La realizzazione di condizioni di vita sana per tutti e a tutte le età” (3° obiettivo) va ad accentrare ben tre degli obiettivi del passato programma di intervento: ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere Hiv-Aids, malaria, tubercolosi e altre gravi malattie. La limitazione dei SDG a una generale azione globale per la buona salute e il benessere della popolazione globale fa già discutere, si teme infatti che la riduzione dell’attenzione data al settore (e dunque dei finanziamenti ai programmi in atto) possa determinare un rinvigorimento di certe epidemie o anche la perdita delle buone pratiche raggiunte per la salvaguardia delle gestanti o per la diminuzione della morte dei bambini sotto i 5 anni. Riflessione che poco è attenuata dall’inserimento nel decalogo di un punto specifico volto a garantire globalmente acqua pulita e servizi igienici (6° obiettivo). Il raggiungimento di una educazione di qualità equa e inclusiva (4° obiettivo) e la lotta per ottenere l’eguaglianza di genere (5° obiettivo) restano due impegni ben condivisi dalla comunità internazionale, già attivati nello scorso programma di sviluppo.

Proprio aggettivando come “sostenibile” lo sviluppo ricercato dall’ONU, salvaguardando cioè le condizioni di vita delle future generazioni non spogliandone anzitempo, la comunità internazionale ha scelto di ampliare l’intervento globale su temi sinora meno centrali: l’ecologia, l’economia e la giustizia. L’accesso a un’energia pulita (7° obiettivo), la costruzione di città inclusive, sicure e sostenibili (11° obiettivo), l’azione di misure urgenti per combattere il cambiamento climatico (13° obiettivo), la protezione degli ecosistemi marini (14° obiettivo) e terrestri (15° obiettivo) costituiscono la tanto auspicata agenda “green”, che giunge insieme al primo impegno del governo di Pechino a una riduzione dei gas. La promozione di un’economia differente dall’attuale, che favorisca la crescita economica ma al pari di un’offerta di lavoro dignitoso (8° obiettivo), che miri a un processo di industrializzazione globale purché sostenibile (9° obiettivo) e che favorisca modelli di produzione e di consumo sostenibili (12° obiettivo), non può che risentire della crisi economico-finanziaria in atto e delle sue conseguenze sociali. Infine appare all’interno del programma globale un esplicito riferimento a obiettivi di giustizia sociale: la riduzione delle iniquità all’interno e tra gli Stati (10° obiettivo) si accompagna alla necessaria promozione del diritto alla pace, fondata sullo stato di diritto e sulla tutela dei diritti umani (16° obiettivo), e al rafforzamento del partenariato globale (17° obiettivo).

Un punto, quest’ultimo, che già compariva nell’Agenda del Millennio, ma che dovrebbe risultare superfluo in un sistema globale che quasi 70 anni fa, sulle ceneri della seconda guerra mondiale, ha optato per delegare al dialogo, piuttosto che alla forza delle armi, la soluzione delle controversie e la creazione di un mondo differente, fondato sulla dignità di ciascun essere umano. Al di là della conferma di tale scelta, il mondo chiede oggi con forza l’attuazione di questa volontà.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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