Da 60 anni, l’Italia con le Nazioni Unite

Stampa

Logo dell’anniversario dei 60 anni di adesione dell’Italia all’ONU - Da: Esteri.it

A distanza di poche settimane dalle celebrazioni, lo scorso 24 ottobre, del settantesimo anniversario dell’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), un’altra ricorrenza altrettanto significativa tocca il mondo del multilateralismo: il 14 dicembre 1955 l’Italia fu ammessa all’ONU. Sono trascorsi 60 anni da quella data ma sembrano passate ben più di un paio di generazioni di uomini, di classi politiche, di sistemi economici e geo-politici. Il Paese“ex nemico”, così era definita l’Italia nello Statuto della stessa Organizzazione, nel secondo dopoguerra tentò in più occasioni di essere ammesso all’ONU, una scelta per riabilitare il Paese dopo il ventennio fascista e lo sfacelo della guerra che né la co-belligeranza con gli alleati né l’elaborazione di una Costituzione repubblicana, con un forte impianto a tutela delle libertà fondamentali dei cittadini, erano riuscite da sole a conseguire. La partecipazione nel forum mondiale dell’ONU fu dunque individuata dalla nuova classe dirigente italiana come un elemento essenziale per sancire il ritorno del Paese nel consesso delle potenze democratiche.

Oggi, a sessant’anni di distanza, possono apparire di non facile comprensione le ragioni dell’esclusione dell’Italia dall’Organizzazione internazionale e tantomeno l’individuazione dell’ammissione all’ONU quale tassello fondamentale della politica del nostro Paese. Troppo spesso ci si dimentica che l’attuale sistema di governance globale nasce dalla visione di un gruppo di potenze “alleate”, le cosiddette “nazioni unite”, che durante la seconda guerra mondiale avviarono una lotta di contrasto all’espansione dei fasci-nazismi, alle cui politiche aggressive e di espansione vennero in seguito attribuite le responsabilità dell’avvio del conflitto: Germania, Giappone e Italia. Come andò a finire la guerra è materia di manuali scolastici: la Germania fu occupata ai primi di maggio del 1945 e i suoi principali politici e amministratori furono processati a Norimberga. Il Giappone fu piegato grazie allo scoppio delle due bombe atomiche dell’agosto 1945 su Hiroshima e Nagasaki, e anche in questo caso la classe politica giapponese subì il giudizio del Tribunale di Tokyo, istituito dagli alleati. Il destino dell’Italia fu assai diverso: estromesso dal potere Mussolini e sciolto il Gran Consiglio del Fascismo nel luglio 1943, la nuova Italia del post-armistizio si schierò con gli alleati e avviò una nuova fase della guerra, anch’essa contro i nazisti tedeschi. Un’azione che le garantì un trattamento migliore dei suoi vecchi alleati ora nemici (non subì il giudizio di alcun tribunale internazionale istituito dai “vincitori”), ma nondimeno le comportò l’esclusione dall’ONU, la perdita delle colonie e, di fatto, l’allontanamento dall’alveo delle potenze democratiche occidentali, di cui da tempo faceva parte.

L’impianto antifascista e pacifista delineato dalla Costituzione repubblicana, entrata in vigore il primo gennaio 1948, è dovuto proprio alla volontà della nuova classe politica di indicare un severo distacco rispetto alla politica del ventennio precedente. Sarà proprio la vocazione multilaterale e a forte tutela degli ideali di libertà, democrazia e dignità umana di ciascun cittadino a rendere il nuovo sistema giuridico italiano particolarmente aperto e attento alle istanze internazionali. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” sancisce l’art 11 della Costituzione facendo eco allo Statuto dell’ONU, così come la dichiarazione di diritti civili e politici proclamati nei primi 8 articoli della Costituzione “anticipano” le istanze che saranno raccolte nella Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata all’ONU il 10 dicembre 1948. La connessione ideale tra Italia e ONU fu dunque sin dalle origini dell’Organizzazione assai stretta, tanto da ottenere il privilegio di ospitare sul suo territorio la FAO, l’Organizzazione ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura, e di gestire in amministrazione fiduciaria, fino all’indipendenza, la Somalia. Per 10 anni però le richieste di ammissione nell’Organizzazione internazionale formulate dall’Italia si infransero dinanzi al veto posto dall’Unione Sovietica, in un rinnovato clima politico in cui l’alleanza Usa-Urss degli anni della seconda guerra mondiale si era trasformata nella contrapposizione della guerra fredda che aveva collocato l’Italia a ovest della cortina di ferro. Solo nel 1955, in concomitanza con la prima distensione delineatasi all’indomani della morte di Stalin, l’Italia riuscì a essere ammessa come membro dell’ONU insieme ad altri Stati appartenenti a entrambi i blocchi facenti capo alla due superpotenze.

Ricordare questo travagliato percorso dopo 60 anni da quegli accadimenti può determinare un certo smarrimento. La minore fiducia dell’opinione pubblica e dei politici italiani verso le capacità e le funzioni dell’ONU appare bilanciata dai generosi finanziamenti che il Paese eroga da sempre all’Organizzazione. Gli echi di guerra che però soffiano minacciosi in queste ultime settimane, specie dopo gli attacchi terroristi di Parigi del 13 novembre, hanno visto il dibattito pubblico incentrato sull’opportunità e sui rischi di un eventuale intervento in un conflitto armato piuttosto che intento a rispolverare il vecchio ma immutabile principio costituzionale del ripudio alla guerra. Che il comune intonare di inni nazionali e il leitmotiv della sicurezza potrebbero determinare anche limitazioni alla garanzia di rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali? Per uno Stato che ha individuato una via di uscita alla spirale di violenza e alla dittatura politica del fascismo nell’adesione ai principi e ai valori dell’ONU, incentrati sul dialogo multilaterale, sul rispetto dei diritti umani, sul progresso e sulla giustizia sociale, forse proprio un anniversario di questa portata dovrebbe indurre a una dura quanto mai necessaria riflessione.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

Ultime su questo tema

Tessere la pace

15 Febbraio 2020
In un momento in cui predomina la legge del più forte nei rapporti internazionali, occorre insistere sulla diplomazia e sul multilateralismo. (Piergiorgio Cattani) 

Africa, cresce il terrorismo

10 Febbraio 2020
Per il numero di attacchi e di vittime, quello appena trascorso è stato un anno terribile per il continente. A preoccupare è in particolare la zona del Sahel, dove si è concentrata l’attività jihad...

Le dieci crisi umanitarie “silenziose”: ecco le più ignorate dai media

07 Febbraio 2020
Sono in Africa nove su dieci delle cosiddette "crisi dimenticate", eventi drammatici che hanno coinvolto milioni dispersione. (Lia Curcio)

Sotto-nutrizione e obesità: due facce della stessa medaglia?

04 Febbraio 2020
“Bisogna definire un nuovo approccio per far retrocedere simultaneamente la sotto-nutrizione e l’obesità, perché questi problemi sono sempre più interconnessi”. (Alessandro Graziadei)

Giorno della memoria 2020: significato e riflessioni sul 27 gennaio

27 Gennaio 2020
Il Giorno della memoria cade ogni anno il 27 gennaio. L'evento si celebra ogni anno in Italia e nel resto del mondo: ma cosa si intende per “memoria”? E perché, e soprattutto co...

Video

Onu: Discorso di Salvador Allende