I diritti umani in Pakistan…

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Lo scorso mese è morto all’età di 73 anni Choudry Naeem Shakir, avvocato della Corte Suprema del Pakistan. Per cinquant’anni Shakir ha fornito sostegno legale a minoranze, lavoratori e indigenti di tutto il Paese difendendone i diritti davanti al potere e ai metodi brutali della polizia. Per un anno è stato il consulente anche di Asia Bibi, la donna cristiana detenuta in carcere dal 2009, vincitrice dell’edizione 2017 del “Premio Sakharov per la libertà di pensiero” assegnato dall’Unione europea, e condannata alla pena di morte per impiccagione con l’accusa di blasfemia per aver offeso il profeta Maometto. Sicuramente Shakir non si sarebbe stupito leggendo che, oltre ad Amnesty International, anche Il Consiglio dell’Unione europea con il rapporto pubblicato il 16 ottobre su “Diritti umani e democrazia nel mondo nel 2016”, ritiene che in Pakistan permangano un debole sistema giudiziario, la mancanza d’istruzione, la violenza sulle donne, la discriminazione delle minoranze e la minaccia del terrorismo. 

Per il Consiglio quindi, sebbene nel 2016 il Governo di Islamabad abbia adottato alcune misure istituzionali e legali per migliorare la sua democrazia interna, ancora “una serie di preoccupazioni ad ampio raggio che riguardano i diritti umani persistono nel Paese e sono esacerbate da un debole sistema giudiziario, dall’estremismo religioso e dai militanti islamici”. Per questo nel suo rapporto annuale l’Unione parla apertamente di sfide per la sicurezza che continuano a rallentare l’accesso alla giustizia, all'istruzione e dello stato di diritto del Pakistan: “Lo stato di diritto rimane incerto in gran parte del territorio - si legge nel documento - e l’accesso alla giustizia limitato”, alimentando grandi e piccole ingiustizie tra i cittadini e accentuando le difficoltà di donne e bambini per il persistere di fenomeni come gli abusi sessuali, le discriminazioni, i matrimoni forzati e lo sfruttamento minorile.

Come se non bastasse “Nel 2016 il Pakistan ha continuato ad eseguire condanne a morte su un elevato numero di carcerati, in misura di poco inferiore rispetto all’anno precedente”. Gli esempi purtroppo non mancano. Lo stesso giorno dell’uscita del rapporto dell’Unione europea un tribunale del Punjab pakistano ha condannato a morte tre uomini ahmadi con l’accusa di aver violato la legge sulla blasfemia. I giudici hanno stabilito che Mubasher Ahmad, Ghulam Ahmed e Ehsan Ahmed sarebbero colpevoli di insulto al profeta dell’islam per aver fatto a pezzi un poster religioso islamico. Il portavoce della comunità ahmadi ha dichiarato che “Le accuse contro gli imputati e il verdetto della corte sono ingiusti. I condannati tentavano di demolire uno striscione che riportava slogan contro gli ahmadi e incitava al boicottaggio sociale della comunità, già oggetto di pesanti persecuzioni”.

Le minoranze religiose del Pakistan, che per il rapporto dell’Unione “vivono nella paura di persecuzioni e violenze” sono costantemente a rischio e le minacce arrivano a quanto pare anche dalle istituzioni. Gli ahmadi per esempio, da quando nel 1974 la repubblica islamica li ha dichiarati non islamici e quindi “eretici”, sono oggetto di violenze quasi costanti. Già nel 1984 il generale Zia ul Haq aveva introdotto alcune leggi che criminalizzano gli ahmadi che si identificano o si presentano come musulmani e in base a queste leggi, in migliaia, sono stati fermati in tutto il Paese e incarcerati per “crimini” come l’aver pronunciato il saluto islamico “Assalamo Aliku”, l’aver incitato alla preghiera islamica o alla lettura del Corano. Non è un caso, quindi, che il 10 ottobre, Muhammad Safdar, membro del partito di governo, capitano in pensione e genero dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, abbia denunciato gli appartenenti alla comunità ahmadi dipingendoli come “una minaccia per l’intero Paese” e lanciato un appello alle istituzioni pubbliche a “non assumerli nelle forze armate e nell’amministrazione statale”.

Nonostante Sharif abbia ricordato che “tutte le minoranze che vivono in Pakistan sono titolari dei diritti fondamentali, compresa la protezione delle loro proprietà, così come garantito dalla Costituzione e dagli insegnamenti islamici”, prendendo immediatamente le distanze dal genero, la criminalizzazione religiosa, in particolare attraverso il reato di blasfemia, è un tema che divide la società e che ha spesso provocato la reazione violenta di una parte della comunità islamica. In settembre Nadeem James, cristiano del Punjab, è stato condannato a morte “con l’accusa di aver insultato il profeta Maometto su Whatsapp” e in aprile Mashal Khan, studente dell’università di Mardan, era stato linciato dai colleghi del campus dopo che si era sparsa la voce di suoi commenti “che promuovevano la fede ahmadi su Facebook”. In seguito, un’indagine voluta dalla Corte supremaha stabilito che il giovane di 23 anni non ha mai pronunciato offese contro il profeta. Prima di lui però, tra il 1984 e il 2015, almeno altre 256 persone sono state uccise, a 65 defunti è stata negata la sepoltura nei cimiteri islamici e 27 luoghi di culto ahmadi sono stati demoliti.

Ora secondo gli analisti europei, molti miglioramenti sono ancora possibili all’interno del quadro istituzionale pakistano e hanno già avuto luogo soprattutto grazie al trasferimento di alcuni poteri e competenze giuridiche a province e amministrazioni locali. Allo stesso tempo però occorre facilitare l'accesso alle libertà democratiche anche con “l'autonomia per le Ong, che devono diventare pienamente operative” e possono essere molto importanti per lo sviluppo umano del Pakistan. Similmente anche “Il ruolo svolto dalle organizzazioni della società civile nello sviluppo e nell’assistenza umanitaria della società pakistana deve essere potenziato” e contribuire così a far valere i diritti umani in tutta la società pakistana, per buona parte della quale "violence is not our culture".

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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