Nucleare

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"You can guarantee that mining uranium will lead to nuclear waste. You can't guarantee that uranium mining will not lead to nuclear weapons". (Anthony Albanese, Parlamentare dell’Australian Labor Party, Intervista rilasciata al New York Times, 2 agosto 2006)

 

Introduzione

La storia dell’energia nucleare prende le mosse nel 1942 quando un gruppo di scienziati all’interno del progetto Manhattan si dedicò alla realizzazione in laboratorio della prima "reazione a catena" controllata con scopi militari. Da queste sperimentazioni, culminate con le prime bombe atomiche, scaturì nel 1954 il progetto "Atoms for peace”, lanciato dal presidente americano Eisenhower e promosso dall’Onu per l'applicazione civile dell'energia nucleare. A un anno di distanza venne realizzata la prima centrale nucleare della storia, il reattore civile Borax III, in grado di fornire energia elettrica a una cittadina dell'Idaho.

Il processo alla base della nuova tecnologia, enormemente più potente di altre, è la “fissione nucleare”: bombardato con neutroni, un nucleo di uranio si divide in due nuclei più piccoli, generando energia e altri neutroni che, a loro volta, continuano a far dividere i nuclei di uranio dando luogo a una “reazione a catena nucleare”. Le prime centrali degli anni '50 basavano il sistema di raffreddamento sull'utilizzo del gas. Negli anni '60 si passò all'acqua. Per controllare la reazione l'uranio viene immerso in una piscina d'acqua pesante in cui sono poste delle barre di cadmio o borio in grado di rallentare l'attività dei neutroni e assorbirne una parte. La reazione a catena genera calore e riscalda i flussi d’acqua generando forza che muove turbine meccaniche per produrre energia elettrica. Durante questo processo viene emessa radioattività ad alta intensità. Gli oggetti e i metalli esposti alle radiazioni diventano essi stessi radioattivi, ossia scorie radioattive per migliaia di anni.

Negli anni ’60 e ’70 si è assistito a un forte sviluppo della tecnologia e della potenza nucleare (passata da meno di 1 gigawatt (GW) a 100 GW, per poi raggiungere i 300 GW alla fine degli anni ’80). Una battuta di arresto si è avvertita solo nella seconda metà degli anni ’80. Nel 1986 un incidente durante un test di sicurezza alla centrale di Chernobyl (attuale Ucraina, allora Unione Sovietica) diede vita al più grave disastro ambientale del XX secolo, causando la morte di un numero impressionante di persone, come ricorda a distanza di 20 un rapporto redatto da Greenpeace. Lo shock per la tragedia, unito a costi economici e caduta dei prezzi del petrolio, bloccarono nuovi sviluppi della produzione energetica dal nucleare. Solo negli ultimi decenni si conosce un nuovo interesse, sostenuto da una forte lobby economica che promuove il volto sostenibile e sicuro di questa tecnologia dalle numerose criticità.

 

Reattori nel mondo

L'Agenzia Internazionale sull'Energia Atomica (IAEA), nata dalla prima conferenza di Ginevra "Atoms for peace" nel 1955 e da allora impegnata nel controllo e la ricerca nucleare a fini civili, offre un quadro dello stato di sviluppo della tecnologia nucleare nel report Energy, Electricity and Nuclear Power Estimates for the Period up to 2030 del settembre 2008: a livello mondiale si contano 439 centrali (per una potenza installata di 372.202 MW); un terzo di queste si trovano in Europa, dove sono presenti 146 reattori nucleari attivi (in .pdf) in 15 paesi. Sempre secondo i rilevamenti dell’agenzia, nel 2007 l’energia elettrica da nucleare è stata di 2.600 Terawattora, ovvero il 14% del totale dell’energia mondiale (nel 2006 era il 15%, nel 2005 il 16%).

Se invece si parla di energia primaria, la percentuale scende al 6% circa. Fra gli impianti in funzione solo 35 hanno meno di dieci anni e 328 hanno più di 20 anni. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono gli Stati Uniti (104 impianti in funzione), seguiti da Francia (59) e Giappone (53). Si distingue in particolare la Francia che soddisfa il 76% del proprio fabbisogno energetico interno tramite energia nucleare. Come registra la World Nuclear Association, nel gennaio 2009 sono in fase di costruzione 41 reattori nel mondo.

 

Rischi nucleari

Il problema più critico legato alla produzione di energia nucleare è la sicurezza. Nel processo viene emessa radioattività ad alta intensità, letale per uomo e ambiente. I reattori nucleari oggi in funzione (compresi quelli di nuova generazione “a spettro veloce” o “a letto di sfere”) o producono annualmente (fra combustibile esausto, strutture e componenti contaminati) migliaia di tonnellate di scorie radioattive, che, a tutt’oggi non si è in grado di distruggere e che si accumulano nell'ecosistema.

Anche le acque utilizzate nelle miniere per il trattamento del minerale e le polveri sottili originate possono diventare veicolo di contaminazione, così come a rischio di contaminazione è la fase di arricchimento [1]. Vi sono inoltre i rischi connessi al trasporto del combustibile e al normale funzionamento di una centrale nucleare, come la fuoriuscita di materiale con la conseguente contaminazione di suolo, aria ed esseri viventi.

Rilasci di quantità nocive di sostanze radioattive avvengono nella routine delle centrali, come documentato dall'elevata incidenza di leucemia infantile e giovanile nei pressi di centrali nucleari, per esempio vicino alla centrale tedesca di Kruemmel, a Sellafield in Gran Bretagna o, ancora, La Hague in Francia. Senza contare i rischi di incidenti più gravi, come a Chernobyl dove, a distanza di decenni, milioni di persone vivono in territori contaminati da livelli radioattivi insostenibili per la salute umana. L’ultimo incidente a catalizzare l’attenzione pubblica è avvenuto in Francia nel luglio 2008 quando 30 mila litri di acque contaminate da uranio sono finite nel terreno e nel fiume nei pressi della centrale di Tricastin. Incidenti, più o meno gravi, avvengono però ogni anno in tutti gli impianti nucleari, compromettendo ambiente e salute umana.

L’inscindibile legame fra nucleare civile e militare alimenta preoccupazioni di proliferazione o, ancora, terrorismo nucleare. Componenti e infrastrutture per progetti di energia nucleare a fini civili possono essere utilizzati per la costruzione di ordigni nucleari. Nonostante l’implementazione dei controlli internazionali offerti dall’IAEA, secondo l’Illicit Trafficking Database aggiornato a fine 2007 (in .pdf), dal 1993 fino alla fine del 2007, si sono registrati 1.340 incidenti di trafugamento o perdita di materiale nucleare: 18 riguardano uranio altamente arricchito o plutonio (anch’esso impiegato nel processo), alcuni in quantità considerevoli, tenendo conto che sono sufficienti circa 25 kg di uranio arricchito o 8 kg di plutonio per fare una bomba.

 

Le contraddizioni dell'atomo

Nonostante i seri rischi di sicurezza e l’enorme impatto ambientale, nonostante i timori di proliferazione e atti terroristici, la scelta nucleare viene sostenuta da una lobby industriale che minimizza i pericoli, appellandosi a una nuova quarta generazione di centrali “sicure” e presenta la scelta nucleare come soluzione all’esaurimento dei combustibili fossili e lotta al cambiamento climatico.

Parte del mondo scientifico e ambientalisti smentiscono. In primo luogo, le nuove centrali di cui si parla sono ancora in fase di progettazione e non vedranno la luce prima del 2030-2040. In secondo luogo, l'uranio non è una risorsa né rinnovabile né sostenibile e neppure lo sono i materiali per una ipotetica fusione nucleare, ancora in fase di sperimentazione. Se la domanda di petrolio supererà la possibile offerta intorno al 2020 e quella del gas naturale tra il 2030 e il 2060, a differenza delle fonti rinnovabili, anche il nucleare si rivela una strada cieca: con le centrali attuali si prevede il raggiungimento del picco nel 2060; se il numero di impianti dovesse crescere, si sposterebbe al 2040-2050, nello stesso periodo del picco di petrolio e metano.

La quantità di CO2 che viene emessa nel processo di lavorazione dell'uranio è inoltre considerevole, come spiega Sergio Zabot del settore Energia della Provincia di Milano: “Solo le operazioni nel reattore sono senza emissioni di CO2. Tutte le altre fasi della filiera del combustibile - estrazione, frantumazione e macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione di scorie e rifiuti- necessitano di parecchio combustibile fossile e quindi emettono CO2”. Per poter, invece, giungere nel 2050 alla sostituzione del 10% dell’energia fossile si dovrebbero costruire 1.000 nuovi impianti, ma – se anche fosse realizzabile – la costruzione durerebbe decenni e le riserve di uranio si esaurirebbero in breve tempo. La stessa Agenzia internazionale per l’Energia atomica riconosce che il settore non potrebbe venir potenziato così in fretta da essere in grado di rallentare il mutamento climatico.

 

Nuove tendenze nucleariste

Con la prima conferenza di Ginevra "Atoms for peace", nel 1955, le Nazioni Unite iniziarono a esplorare la questione dell’uso civile dell’energia nucleare. L’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica ha poi ufficialmente svolto un ruolo di assistenza e controllo in merito ai programmi nucleari dei paesi membri, anche se l’ente negli anni è stato investito di accuse di promozione del nucleare e della proliferazione militare da parte di diverse associazioni ambientaliste, come per esempio Greenpeace.

Analizzando le dichiarazioni dei responsabili di alcuni paesi, non c’è comunque dubbio che ci si trovi di fronte a una nuova ondata di interesse. Il direttore dell’Agenzia nucleare, Mohamed Elbaradei, ha recentemente ribadito “il diritto e la responsabilità di ogni paese di introdurre l’energia nucleare”, mettendo in luce come negli ultimi anni tutti i 50 stati membri hanno espresso interesse nel considerare l’introduzione dell’energia nucleare e richiesto il supporto dell’agenzia.

Maggiore attenzione è stata dimostrata da Paesi in via di sviluppo, preoccupati per le fluttuazioni dei prezzi dei combustibili, per l’incertezza dell’approvvigionamento e cambiamento climatico. Ciò non toglie che gli investimenti di alcuni paesi medio orientali ricchi petrolio o gas (come Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) abbiano destato preoccupazione per una possibile corsa agli armamenti, in risposta all’intento iraniano di dotarsi di un arsenale nucleare. Di fronte alla prospettiva di un decennio di corsa all’atomo, l’agenzia dell’Onu ha il compito di vigilare su questi intenti.

Ai timori di proliferazione si affiancano le preoccupazioni ambientali che spronano verso le fonti rinnovabili, come sottolineato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) nel suo rapporto sullo sviluppo umano 2007-2008. A livello internazionale il dibattito rimane serrato.

 

Lo slancio europeo

Al momento molti membri europei perseguono programmi nucleari, mentre altri no. All’interno della Comunità europea spetta infatti ai singoli stati decidere il ricorso a questa fonte energetica. Diminuiti considerevolmente dal 1989 quando se ne contavano 177, gli impianti del vecchio continente si concentrano per lo più (125 unità) nell’Europa dell’Ovest. Nel 2007 l’energia nucleare ha coperto il 28% dell’energia commerciale UE (in diminuzione rispetto al 32% del 2002), con il 47% di produzione ascrivibile alla sola Francia. Nell’agosto 2008 il Comitato economico e sociale europeo ha constatato che almeno un terzo delle centrali verrà dismesso entro il 2025.

Eppure anche sul suolo europeo si avvertono nuovi favori nuclearisti. La Commissione europea ha sostenuto la scelta nucleare anche all’interno di un pacchetto di misure per la politica energetica europea finalizzata allo sviluppo energetico e al taglio delle emissioni inquinanti (pacchetto 20-20-20 entro il 2020 ridurre del 20% le emissioni del 1990, aumentare al 20% il contributo delle rinnovabili, ridurre del 20% i consumi energetici).

Alla base dello sviluppo di progetti nucleari a uso civile in Europa si trova il "Trattato della Comunità Europea dell'Energia Atomica" (EURATOM) (nato nel 1957 e oggi al Settimo Programma Quadro), che definisce obblighi e competenze in tema di sicurezza, cooperazione nella ricerca, protezione delle popolazioni, approvvigionamento di minerali e combustibili, impiego di materie nucleari per scopi pacifici. A questo proposito nel novembre 2008 la Commissione europea ha adottato una direttiva che definisce un quadro comunitario per la sicurezza nucleare, in cui si definiscono principi generali per la sicurezza degli impianti nucleari nell’Unione Europea, affidando maggiore potere agli enti di controllo nazionali.

 

Italia: eredità e revival

L’Italia è stata fra i primi paesi a istituire un ente di ricerca per la promozione dello sviluppo dell’energia nucleare per usi civili (1946). Nel 1952 istituì un’agenzia per sviluppare e promuovere il nucleare, poi ristrutturata nel Comitato nazionale per l’Energia nucleare (CNEN). Nel 1959 fu costruito il primo reattore di ricerca a Ispra, vicino Varese. Nel 1966 si raggiunse una produzione di 3,9 miliardi di kWh: l'Italia era il terzo produttore al mondo di energia di origine nucleare. Questo ciclo espansivo, che portò all’attivazione di quattro impianti, si chiuse con l'attivazione della centrale di Caorso (Piacenza) nel 1980.

In seguito al disastro di Chernobyl nacque un atteggiamento critico che trovò espressione nella vittoria del «Sì» ai tre referendum abrogativi sul nucleare del novembre 1987, che prendevano in considerazione l’abrogazione del compenso ai comuni che ospitavano centrali, la localizzazione degli impianti e il divieto all’Enel, allora azienda di Stato, di partecipare a progetti nucleari anche all’estero. Venne quindi sancito l'abbandono del nucleare come forma di approvvigionamento energetico: nel 1988 fu deciso di bloccare l'attuazione di una parte del Piano energetico nazionale che prevedeva la costruzione di nuove centrali nucleari e di chiudere i reattori esistenti entro il 1990.

A vent’anni dal referendum, resta ancora da completare il totale smantellamento, la rimozione e la decontaminazione, sia delle centrali nucleari ex-Enel (Caorso, Trino Vercellese, Latina, Garigliano vicino Caserta), sia dei cinque impianti del ciclo del combustibile per alimentare le centrali, che conservano tutto il loro carico di combustibile irraggiato (uranio e plutonio) e migliaia di rifiuti stoccati.

Oggi, come spiega Enel, circa il 10% dell’energia consumata in Italia è di origine nucleare e viene importata dalla Francia e in parte dalla Svizzera, che a sua volta si approvvigiona da Francia e Germania. Nel maggio del 2008 il governo Berlusconi ha annunciato l’intenzione di costruire nuove centrali nucleari entro 5 anni, nell’intento di ridurre la dipendenza energetica italiana e soddisfare con energia nucleare il 25% del fabbisogno entro il 2030. Col nucleare, secondo l'Esecutivo, l'Italia rispetterà l'accordo europeo “20-20-20” per la lotta ai cambiamenti climatici, riducendo costo dell'energia e importazioni.

Propositi che hanno suscitato una trasversale opposizione di parte del mondo scientifico e movimenti civili, uniti nel confutare queste tesi. “Secondo uno studio del Cesi ricerche – ricordano da Legambiente – anche costruendo 4 mega centrali Epr (reattore nucleare europeo ad acqua pressurizzata) di terza generazione, da 1600 MW ciascuna, risparmieremmo appena 9 miliardi di metri cubi di gas all’anno, praticamente il contributo di un solo rigassificatore di media taglia”.

Al contrario, secondo il WWF, il ritorno all'atomo rischia di trasformarsi essenzialmente in un dispendio di risorse pubbliche: "potrà costare nei prossimi decenni al paese tra i 30 e gli 80 miliardi di euro (a seconda delle diverse stime) per costruire un parco di 10 centrali in Italia, per un totale di 10-15 mila MW di potenza installata. Una scelta costosissima che non risolve il taglio delle emissioni, non migliora la sicurezza energetica e ostacola la diffusione delle rinnovabili, dell’innovazione tecnologica e dell’efficienza energetica".

“L’Italia non ha bisogno del nucleare ma di un serio programma di risparmio, efficienza e sviluppo delle rinnovabili, che garantirebbero realmente la riduzione delle importazioni e la diversificazione delle fonti. E a proposito di ridurre la dipendenza dall’estero – conclude Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente. Chiediamo per l’ennesima volta al ministro di indicarci dove sono in Italia le miniere d’uranio, risorsa scarsa e che dovremo ugualmente importare”.

Legambiente ha lanciato una mobilitazione nazionale "Per il clima contro il nucleare" con l'obiettivo di "ristabilire la verità sulla dannosità del nucleare e la sua inutilità per il raggiungimento del pacchetto clima per l’attuazione del piano 20-20-20” approvato dall’Europarlamento a Strasburgo. Per questo propone una petizione online e invita a promuovere una serie di iniziative a livello locale per un "territorio denuclearizzato".

[1]L’uranio naturale contiene solo lo 0,7% di uranio 235 fissile, mentre il resto è un isotopo non fissile, l’uranio 238. Nei siti di arricchimento, l’uranio viene arricchito di uranio 235, con un aumento dal 3,5% al 5%.

Bibliografia

C. Monguzzi – S. Zabot, Illusione nucleare. I rischi e i falsi miti, Melampo 2008.
Bosio R. - Zoratti A., Come Evitare la Trappola Nucleare. Fermiamo Mr Burns, Arianna editrice.
A. Baracca, L'Italia torna al nucleare. I costi, i rischi, le bugie, Jaca Book 2008.

 

Documenti utili

Chernobyl, il costo umano di una catastrofe (in .pdf)
Getting serious about Nuclear Power ( in .pdf)
Il nucleare non serve all’Italia – dossier Greenpeace, Legambiente, WWF. IAEA Annual Report 2007 (in .pdf)
Energy, Electricity and Nuclear Power Estimates for the Period up to 2030
-Edizione 2008 (in .pdf)

Video

The Chernobyl disaster – the severe days

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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Video

Wolfang Sachs: "Il nucleare? Un ritorno al passato"