A rischio i cervi che danzano sui pascoli fluttuanti dell’India

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È tempo di bramiti. In questi giorni d’autunno, per chi vive vicino ai boschi e per chi, incuriosito da un turismo che promuove avvicinamenti discreti, si concede il regalo di esplorarli, il richiamo d’amore dei cervi vibra nelle orecchie e nel cuore. Mentre ci si lascia affascinare da queste creature maestose ed eleganti, raramente si pensa che siano in pericolo: magari scappa una fugace considerazione sulle minacce della caccia, ma poco altro, perché generalmente siamo abituati a incontrarli all’interno di contesti di tutela. Eppure i cervi non sono al sicuro ovunque allo stesso modo.

In particolare ce n’è uno, il cervo di Eld (Rucervus eldii eldii), che abita a latitudini asiatiche e che è una delle specie di cervidi più a rischio nel mondo. Noto anche come Sangai, questo cervo conta ancora pochi esemplari che pascolano nei prati del Parco Nazionale Keibul Lamjao, nella regione di Manipur (KLNP, India) e costituisce una piccola, unica e isolata popolazione il cui habitat è stato sottoposto a protezione solo in tempi recenti, attivando un approccio multidisciplinare per coinvolgere il mondo della scienza ma anche la società e la politica. 

Il Parco Nazionale Keibul Lamjao è infatti l’ultimo habitat naturale rimasto per il cervo di Eld: si estende su un’area di ca. 40 kmq, dei quali poco più della metà sono pascoli fluttuanti e il resto acque libere e piccole colline. Sono proprio questi pascoli a costituire la peculiarità dell’area, che sta diventando meta di un turismo sostenibile non solo straniero, ma anche indiano. Il Parco garantisce cibo, rifugio e luoghi per riprodursi ai cervi Sangai, considerati estinti fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso, quando fu rintracciata una piccola popolazione di circa 14 individui che riaccese le speranze. Il loro habitat è uno dei più misteriosi e affascinanti al mondo, poco conosciuto e con scarsa disponibilità di informazioni scientifiche sugli aspetti ecologici che lo rendono così speciale. E proprio per la carenza di studi e materiali, anche le strategie di gestione di quello che sembra un miracolo della natura non sono ancora giunte a compimento.

Ma cerchiamo di capire meglio: cosa significa “pascolo fluttuante”? Noto localmente come phumdi, si tratta biomassa galleggiante costituita da suolo e materia organica a vari gradi di decomposizione, che si estende per circa 3 metri sotto la superficie dell’acqua e per circa 3 metri sopra, ospitando oltre 150 specie di vegetazione acquatica, semi-acquatica e terrestre. Nel suo ciclo naturale, durante i mesi di secca il phumdi si appoggia con le radici sul letto del fiume per assorbire i nutrimenti necessari, mentre nei mesi dei monsoni viene quasi del tutto sommerso dalle acque, per poi riemergere nuovamente. Un equilibrio delicato, la cui alterazione provoca il restringimento dello spessore del phumdi che non regge più il peso dei cervi, i quali inevitabilmente si trovano a dover affrontare le difficoltà connesse alla sparizione del proprio habitat naturale. Nonostante il cervo Sangai sia considerato dalle comunità locali un elemento di orgoglio, fino a poco tempo fa regnava l’inconsapevolezza rispetto alle peculiarità che rendono questo luogo unico per la sua sopravvivenza, eppure diventato ostile a causa dell’utilizzo delle risorse naturali (prima tra tutti il pesce) e del pascolo del bestiame. L’area, invasa da elementi di disturbo, stava diventando sempre più pericolosa per i cervi, soprattutto durante la stagione dei calori.

Per far fronte a questa situazione, è stata avviata da parte delle istituzioni locali, a partire dal Dipartimento per le Foreste di Manipur, una serie di azioni di tutela per la conservazione del cervo Sangai, costituita da 4 fasi integrate e multidisciplinari, che combinano: studi scientifici, condotti per oltre dieci anni dal Wildlife Institute of India al fine di rendere accessibili informazioni sia sulla dipendenza dalle risorse da parte delle comunità locali sia sull’impatto di questa dipendenza per l’habitat del cervo Sangai e per i cervi stessi; sensibilizzazione a livello nazionale, destinata a gruppi specifici; advocacy e programmazione di interventi politici, nati da consultazioni con le comunità locali e con altri portatori di interesse, che si ripetono regolarmente per garantire una maggiore consapevolezza per la conservazione del cervo di Eld; sostegno attivo, attraverso workshop e partecipazione attiva delle comunità locali tramite riunioni e incontri, che puntano a fornire alternative all’attuale sfruttamento delle risorse del Parco, insieme alla promozione di iniziative collaterali, che riguardano l’accesso all’acqua e a sistemi igienico-sanitari di qualità e che mirano a garantire anche per la popolazione locale stili di vita dignitosi e sostenibili e progetti di ecosviluppo nei villaggi interessati dal parco o ai suoi confini.

Nel complesso sono attività che hanno creato un ambiente positivo per lo sviluppo di una consapevolezza diffusa rispetto alla ricchezza del territorio di riferimento e alla sua biodiversità, ma anche rispetto allo sviluppo sociale delle stesse comunità locali. Una strada non sempre facile, come per esempio quella percorsa da alcuni giovani, prima formati come guide per un turismo ecosostenibile ma poi costretti a scontare la diffidenza rispetto a un ruolo ancora poco riconosciuto in zona. Due sole guide continuano al momento a lavorare per il Parco, sostenute da “The Sangai Express”, un giornale locale di riferimento che ne garantisce lo stipendio per fare in modo che continuino a compiere un prezioso lavoro di sensibilizzazione e accompagnamento su questi territori, nella speranza che la sfida intrapresa porti ai risultati desiderati. I “guardiani del Sangai” sono anche persone come queste, che non si arrendono e continuano la loro battaglia per preservare un futuro non solo a se stessi e alle proprie famiglie, ma a tutti noi che crediamo che il mondo abbia bisogno soprattutto di persone così per continuare a esistere nelle sue numerose forme di ricchezza e diversità.

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