Ce li stiamo mangiando tutti!

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Foto: Agoravox.it

“Megafauna” è il termine collettivo utilizzato per indicare gli animali di grandi dimensioni diffusi sulla Terra durante il Pleistocene e poi estinti nel Quaternario. Come nel lontano passato, oggi la “megafauna” dell'Antropocene, se si escludono alcune balene che non se la passano proprio benissimo, sta letteralmente scomparendo. Elefanti, rinoceronti, gorilla, grandi felini, orsi, giraffe, cetacei e altre 153 specie di animali di grandi dimensioni stanno progressivamente diminuendo di numero o sono già in pericolo di estinzione. Come mai? Secondo lo studio “Are we eating the world’s megafauna to extinction?”, pubblicato lo scorso 6 febbraio su Conservation Letters da un team internazionale di ricercatori statunitensi, australiani, canadesi, messicani e francesi “ce li stiamo letteralmente mangiando a causa dell’aumento del consumo di carne”. Lo studio guidato dal professor William Ripple del Department of forest ecosystems and society dell’Oregon State University (Osu), ha riguardato 292 specie di megafauna ed ha concluso che “il consumo umano di carne o parti del corpo animale è il più grande pericolo per quasi tutte le grandi specie della Terra. Quindi, ridurre al minimo l’uccisione diretta di questi animali vertebrati è un’importante tattica di conservazione che potrebbe salvare molte di queste specie iconiche e tutti i contributi positivi che apportano nei loro ecosistemi”.

Come ha spiegato Ripple, professore emerito di ecologia e direttore anche del Forest Biodiversity Research Network“Oggi le specie della megafauna sono le più minacciate e hanno una percentuale più alta di popolazioni decrescenti rispetto a tutte le altre specie di vertebrati messe insieme”. Negli ultimi 500 anni, infatti, la capacità degli umani di uccidere la fauna selvatica, restando a distanza di sicurezza, è diventata sempre più letalmente sofisticata. La caccia e il bracconaggio hanno estinto il 2% delle specie di magafauna e stando ai risultati raggiunti dallo studio coordinato dal professor Ripple “siamo in procinto di mangiarci la megafauna fino alla sua estinzione". I consumatori della medicina tradizionale asiatica, per esempio, "esercitano pesanti prelievi sulle specie più grandi". Un caso scoperto recentemente è quello delle salamandre giganti cinesi, animali che possono arrivare fino a quasi 2 metri di lunghezza e a 30 kg di peso. Questa salamandra rappresenta una delle sole tre specie viventi di una famiglia di anfibi risalenti a 170 milioni di anni fa, ma la sua estinzione in natura è data per imminente. Oltre a soffrire particolarmente l’urbanizzazione e l’inquinamento la salamandra gigante cinese è, infatti, considerata una prelibatezza in Asia, e per questo viene cacciata illegalmente.

Ma non se la passa bene nemmeno lo struzzo somalo, cacciato per la carne, piume, pelle e uova e animali più noti, tutti presenti nello studio, che comprendono balene, squali, tartarughe marine, leoni, tigri e orsi. Di fatto solo negli ultimi 250 anni gli esseri umani hanno estinto nuove specie di megafauna in tutti gli habitat selvatici, comprese due specie di tartaruga gigante, una delle quali definitivamente scomparsa nel 2012, e due specie di cervi. Nello studio si legge che la cattura diretta di megafauna per il consumo umano  "rappresenta la più grande singola minaccia per tutte e 6 le classi di vertebrati analizzati" e che “Caccia e bracconaggio di megafauna per la carne rappresentano una minaccia diretta per il 98% delle specie a rischio comprese nella ricerca. Altre minacce comprendono l’agricoltura intensiva, inquinamento e avvelenamento, l’intrappolamento accidentale, la cattura per uso medicinale e la concorrenza delle specie invasive”. Molti di questi grandi animali hanno poi bassi tassi di riproduzione, quindi una volta che viene aggiunta un'ulteriore pressione diventano estremamente vulnerabili, senza contare il degrado dell’habitat spesso legato al cambiamento climatico e alla desertificazione o deforestazione, tutte minacce che possono avere importanti effetti cumulativi negativi sulle grandi specie di vertebrati. Forse anche per questo Ripple non è molto ottimista e non nasconde che “Mantenere la megafauna rimanente sarà difficile e complicato. Contro ci saranno argomenti economici, così come ostacoli culturali e sociali. Ma se non riconsideriamo, critichiamo e regoliamo i nostri comportamenti, le nostre grandi abilità di cacciatori possono portarci a consumare gran parte dell’ultima megafauna della Terra senza neanche accorgercene in tempo”.

Trofei, bracconaggio illegale, più raramente caccia e pesca di sussistenza, fanno di noi umani dei super predatori, spesso iper tecnologici, che non hanno nemmeno bisogno di entrare in contatto con quello che stiamo uccidendo, per questo negli ultimi 40 anni abbiamo contribuito alla scomparsa del 60% dei mammiferi, rettili, pesci e uccelli presenti in natura. Per il gruppo di studio che ha pubblicato Are we eating the world’s megafauna to extinction? un impegno di conservazione efficace della megafauna “richiederebbe la riduzione al minimo della caccia per la carne”, soprattutto in contesti dove non è chiamata in causa la sussistenza alimentare. Una scelta solo apparentemente facile perché “I valori economici, le pratiche culturali e le norme sociali potrebbero complicare il quadro di questa semplice decisione”. Un quadro dove l’animale è una merce e come tale, che sia grande o piccolo, selvatico o di allevamento, risponde a logiche economiche, ancor prima che alimentari, che poco hanno a che vedere con la tutela ambientale e con la salvaguardia della biodiversità.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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