Sud Sudan, il petrolio che uccide

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Foto: Nigrizia.it

Ritorna sulle prime pagine dei giornali, almeno quelli locali e regionali, l’inquinamento devastante provocato dall’estrazione del petrolio in Sud Sudan.

In una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi a Juba, la capitale del paese, il ministro del petrolio, Awow Daniel Chuang, che ha sostituito recentemente il chiacchierato Ezekiel Lol Gatkuoth, ha dichiarato che nell’arco di un paio di settimane una compagnia internazionale inizierà una ricerca ambientale nelle zone petrolifere, per capire i danni provocati dall’incuria delle aziende che gestiscono l’estrazione del greggio e l’impatto sulle fonti di sussistenza e sulla vita stessa della popolazione locale.

Sarà infatti anche valutato l’impatto dell’inquinamento da petrolio nell’aumento degli aborti spontanei, nella nascita di bambini disabili o malformati, nell’insorgenza di malattie sconosciute, denunciati da tempo nelle zone circostanti i pozzi petroliferi, in particolare nello stato di Ruweng, nell’estremo nord del paese, ma in generale in tutto quello che era lo stato di Unity, dove si trovano diversi importanti campi petroliferi. Nella zona si sono verificate non raramente anche morie di bestiame, pure attribuite dalle autorità locali competenti all’inquinamento del territorio. Durante la conferenza stampa, il ministro ha anche parlato di un bambino nato proprio nello stato di Ruweng con gravissime malformazioni che è stato portato a Nairobi, nel vicino Kenya, per accertamenti e, possibilmente, cure.

La percezione del pericolo causato dalla mala gestione dei pozzi per l’estrazione del greggio è altissima fra la popolazione interessata, e non da oggi. Nella zona di Ruweng, e precisamente nella contea di Pariang, già una decina di anni fa i dati raccolti sul territorio dalle autorità sanitarie locali indicavano tra i problemi più rilevanti allergie e dermatiti, attribuite, a quel tempo empiricamente, all’inquinamento ambientale. Già allora si parlava anche di un elevato numero di aborti spontanei, eventi rarissimi prima della perforazione dei pozzi. Nelle altre zone rurali del Sud Sudan si discuteva invece di malaria, malattie respiratorie e diarrea.

Il devastante inquinamento e in genere le violazioni dei diritti umani della popolazione nelle zone petrolifere è denunciato da attivisti e organizzazioni della società civile da molti anni, a partire da ben prima dell’indipendenza del paese. Dal 2001 al 2013 è stata attiva ECOS, European Coalition on Oil in Sudan, una rete di oltre cinquanta organizzazioni della società civile europea - tra cui anche la Campagna italiana per il Sudan di cui Nigrizia è stata parte attiva - che, forse per prima, ha messo in luce gli indicibili abusi perpetrati dalle compagnie petrolifere e dal governo sudanese prima, e sud sudanese poi, sulla popolazione e sul territorio circostante i pozzi. Documenti e ricerche si trovano sul suo sito.  

Il testimone è passato poi all’organizzazione tedesca Sign of Hope che nel 2016 ha pubblicato un’approfondita ricerca durata diversi anni, dal titolo “Oil, power and a sign of hope”, in cui si dimostrava, tra l’altro, la presenza massiccia di metalli pesanti nelle acque superficiali e nella falda acquifera, in particolare attorno al campo petrolifero di Thar Jath, nel sud dello stato di Unity, dove l’organizzazione gestiva un centro di saluteProprio i problemi rilevati nel lavoro quotidiano di cura della popolazione hanno dato origine alla ricerca. E proprio i metalli pesanti che hanno inquinato la falda acquifera della zona sono ora ritenuti i probabili responsabili delle malformazioni fetali che provocano gli aborti spontanei o la nascita di bambini malformati, eventi che si verificano in quelle zone in percentuale molto maggiore che nel resto del paese.

Abraham Ngor, ministro dell’Informazione dello stato di Ruweng, in un’intervista con l’agenzia di stampa turca Anadulu, ha dichiarato che sul territorio di sua competenza solo dall’inizio di agosto sono nati due bambini gravissimamente malformati, senza gambe, dita, mani e occhi. Dal 2017, secondo i dati raccolti nella zona, ci sono stati 267 aborti spontanei, 12 bambini che non sono sopravvissuti al parto e 10 nati malformati. Ngor ha anche sottolineato che i suoi dati si riferiscono alla popolazione che vive nei centri abitati più vicini alle strade percorribili. Non ci sono rilevazioni per coloro che vivono in zone rurali remote, difficilmente raggiungibili, dove abita la maggior parte della popolazione di Ruweng.

Finora il governo di Juba non ha affrontato in modo efficace la situazione, anzi ha fortemente scoraggiato le ricerche. Si è limitato a programmare lo spostamento degli abitanti dalle zone più inquinateL’esportazione di petrolio, che è arrivata fino a 250mila barili al giorno prima della guerra civile e che si attesta ora sui 175mila, costituisce il 98% delle entrate nel bilancio statale. Al prezzo corrente del greggio si tratta di 5,5 milioni di dollari al giorno, tra i 165 e i 170 milioni al mese. L’ingente gruzzolo costituisce inoltre l’occasione più rilevante di appropriazione indebita, vizio di cui è generalmente accusata la leadership del paese, la cui forma di governo è definita ormai come una cleptocrazia. Secondo ricerche dell’organizzazione americana The Sentry, i proventi del petrolio hanno anche finanziato la guerra civile che ha portato il paese sull’orlo della dissoluzione.

Con la conferenza stampa di mercoledì scorso a Juba, il governo potrebbe aver segnalato un cambio di atteggiamento. Secondo l’agenzia Analudu, il ministro del petrolio sud sudanese avrebbe infatti espresso l’interesse a sviluppare partnership con gruppi locali e internazionali per trovare soluzioni alla drammatica situazione, in modo da alleviarne l’impatto sulla popolazione colpita. Un bel passo avanti, ci si augura non solo verbale.

Bruna Sironi da Nigrizia.it

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