I lébous di Dakar, guardiani dell’oceano

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Foto: Lucia Michelini ®

A Dakar c’è un piccolo villaggio di pescatori, dove ogni sera è possibile assistere ad uno dei mercati più vivi e colorati del paese. Questo è il mercato di Soumbedioune. Le acque ancora relativamente ricche di pesce, sardine, triglie, marlin e frutti di mare, consentono ai pescatori delle coste occidentali della penisola di Capo Verde di far affidamento sulla pesca come principale fonte di reddito. 

La pesca è insita nella storia della capitale senegalese e una leggenda locale sostiene che siano stati proprio i “lébous”, il gruppo etnico di Dakar che generazione dopo generazione si tramanda i segreti del mare, a fondare la città. 

Originari della valle del Nilo, i lébous sono abili pescatori, eccellenti nuotatori, ma anche scultori e artisti. Le piroghe in legno sulle quali salpano ogni giorno vengono fabbricate a mano lungo le spiagge della città e decorate con motivi uno diverso dall’altro. Comune denominatore il giallo, che domina su tutti gli altri colori. Ogni piroga ha un nome, che richiama la famiglia di appartenenza, tal volta un verso del corano, un motto di buon auspicio o il richiamo all’idolo del momento, immancabile la sigla CR7 (per i non appassionati di calcio, Cristiano Ronaldo).

Il fascino di tali imbarcazioni è straordinario, come straordinario è assistere al rientro delle piroghe al calar della sera, con i raggi del sole che dall’Atlantico colorano di rosa i quartieri disordinati di Dakar. Una volta a riva il lavoro dei lébous non è finito, va trascinata la piroga in secca, sistemata per il giorno successivo e naturalmente scaricato il pescato. Ma per questo ad attenderli ci sono gruppi di donne con i loro banchetti carichi di ghiaccio, pronte a ricevere il pesce, pulirlo, venderlo o friggerlo sul posto, e frotte di bambini che non vedono l’ora di essere coinvolti nelle attività dei grandi.

Tuttavia, i tentacoli della globalizzazione non hanno risparmiato la centenaria cultura di questo posto speciale. Del pesce ottenuto solo una parte rimane alla popolazione senegalese: oltre ai clienti di passaggio, ad aspettare a riva ci sono anche le multinazionali straniere (principalmente europee, cinesi e coreane) che quotidianamente trasformano e spediscono all’estero la preziosa merce. I coreani, ad esempio, prediligono le sardinelle, che congelano o trasformano in farina destinata a diventare foraggio per gli animali. Il paradosso è che nei supermercati di Dakar, quasi esclusivamente Auchan o Carrefour, il pesce che si trova è rigorosamente in lattina e prodotto all’estero. 

Un pescatore originario di Saint Louis, la vecchia capitale del paese, spiega che di pesce per ora ce n’è ancora, ma sta diminuendo “Sono preoccupato. Da quando sono arrivate le multinazionali, il pescato non è più lo stesso, è cambiata la sua composizione e iniziamo a vedere delle differenze anche in termini di quantità. I cinesi ti costruiscono uno stadio da calcio e in cambio noi gli diamo in concessione il nostro mare. Non è così che dovrebbe andare. Le nostre risorse sono importanti e le stiamo sottovalutando, alla fine saremo noi a rimetterci. Inoltre, non dimentichiamoci che con gli effetti del cambiamento climatico i pesci stanno cambiando le loro rotte migratorie”.

Qualche anno fa lo Stato aveva cercato di mettere un limite alle licenze di pesca per salvaguardare le riserve ittiche. Ma l’avanzata straniera ha trovato un sotterfugio per aggirare questo ostacolo ed è così che europei ed asiatici fanno ricorso a prestanomi locali per continuare a pescare indisturbati nelle acque del paese. 

L’economia del Senegal si basa in maniera robusta sul settore primario, agricoltura, allevamento e pesca, e tutti questi tre settori, anche se per motivi diversi, sono in difficoltà. Quello del pescatore è un mestiere estremamente difficile, costa fatica ed è pericoloso. Giorni fa una piroga con un vari marinai a bordo si è rovesciata. Ecco che sempre più spesso pescatori e giovani delle nuove generazioni rifiutano questo lavoro per dedicarsi ad altre attività o per emigrare verso nord.

Non tutti per fortuna. Sotto il faro di Mamelles, il faro più occidentale del continente africano, c’è una piccola spiaggia, dove lavora un ragazzo lébou di nome Matt. Non ha un vero e proprio lavoro ma da qualche anno, per amore del mare, ha deciso di passare la sua vita accanto all’acqua. Dalla mattina alla sera lo si può trovare in spiaggia, raccoglie i mozziconi di sigaretta e la plastica che arriva con le onde e i maleducati, ma soprattutto sorveglia i bagnanti e interviene in caso di necessità. “Non passa settimana che qualcuno non sia in pericolo e sopravvaluti le proprie forze. L’oceano ha un fascino incredibile, ma chi non lo conosce si mette spesso nei guai” (nel dirlo si riferisce in modo gentile agli occidentali). Matt, che costruisce castelli di sabbia con i bambini, vive per il suo mare e i suoi guadagni si basano sui 2.000 FCFA (3 euro) che chiede per il noleggio di un ombrellone e un materassino. 

Poco più a nord, alla fine della scuola, i bambini lébous si riversano sulle spiagge nascoste tra i vicoli angusti, quasi impossibili da trovare, del villaggio di Ngor. Portano uno spago nero attorno alla vita, un porta fortuna che li accompagnerà per anni, e finché i papà riparano le reti da pesca e le mamme preparano la cena in grandi pentole che poi sfameranno varie famiglie, si esercitano su piccoli pezzi di legno come fossero tavole da surf. 

La bontà e la spontaneità di questa comunità colpisce, sembra un’unica famiglia, unita dal legame forse un po’ magico per l’oceano. Sui muri di Ngor una scritta porta la firma di Bob Marley “Non vivere perché la tua presenza si faccia notare, ma perché la tua assenza si faccia sentire”. Speriamo non sia questo il destino del popolo gentile dei lébous.

Lucia Michelini

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