Esistono piante capaci di rimediare ai nostri danni ambientali

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Piante di pioppo - Foto: Provincia.mc.it

A differenza dell’aria e dell'acqua, soggette ad una legislazione ambientale specifica, oggi nell'Unione europea manca una politica coerente in materia di protezione del suolo, tanto che questo genere di inquinamento finisce regolarmente inglobato in altre politiche settoriali, come le acque, il rischio idrogeologico, l’agricoltura, l’energia, i rifiuti o il cambiamento climaticoEppure i problemi specifici non mancano, tanto che secondo l’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) in Europa sono stati individuati 1.823 i siti potenzialmente contaminati e 242 siti certamente contaminati, cinquantasette dei quali si trovano in Italia (il 23,5%) e sono riconosciuti come tali dal 2013. Dai primi anni del 2000 i ricercatori di alcune Università italiane, finanziate dal MIUR, stanno mettendo a punto nuove importanti tecniche di fitorisanamento e fitorimediazione per la bonifica dei terreni contaminati da sostanze inquinanti e metalli pesanti. Si tratta di sistemi che utilizzano alcune specie di piante e potrebbero rappresentare una risorsa fondamentale per il futuro di alcune zone del Belpaese particolarmente interessate dall’inquinamento industriale, come ad esempio la Terra dei Fuochi o i suoli che circondano l’Ilva

In questa battaglia per rimediare ai nostri danni ambientali la pianta della canapa si sta rivelando una risorsa importante che non si limita alle ormai più o meno conosciute proprietà terapeutiche utili al nostro organismo o alla sua capacità di assorbire circa 10 tonnellate di anidride carbonica per ettaro. Il processo depurativo della canapa, infatti, avviene anche attraverso le sue radici capaci di assorbire dal suolo metalli come piombo, zinco, ferro e di catturare dall’acqua ossido di azoto e altre sostanze inquinanti come i radioisotopi del cesio (Cs 137). Anche se non è stato ancora utilizzato su vasta scala, il fitorisanamento con la canapa è una tecnica ecosostenibile particolarmente economica (forse troppo per fare breccia nel mondo delle imprese): la coltivazione di questa pianta, infatti, è semplice e veloce, non richiede l’uso di particolari pesticidi, né di troppa acqua ed è una materia prima utilizzabile in tantissimi settori, dal tessile all’alimentare, dal cosmetico all’automobilistico.

Ma non c’è solo la canapa nel variegato e complesso mondo vegetale capace di esserci d’aiuto nel condurre operazioni di bonifica: lo conferma un recente studio dell’Istituto di scienze della vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Pollution Research che mostra le grandi capacità che ha il pioppo di assorbire il diottilftalato, una sostanza impiegata nel campo della produzione delle materie plastiche, con effetti molto inquinanti. Il gruppo di docenti e ricercatori della Sant’Anna composto da Francesca VannucchiAlessandra FranciniErika Carla Pierattini Luca Sebastiani in collaborazione con Andrea Raffaelli dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa, ha fatto sviluppare  piante di pioppo in speciali camere di crescita (fitotrone) dove, grazie a un sistema centralizzato è stato possibile impostare i principali parametri ambientali come luce, temperatura e umidità relativa. In queste camere è stato così possibile creare le condizioni ottimali di crescita per le piante di pioppo in modo che solo l'aggiunta del fattore inquinante (nello specifico il diottilftalato) potesse essere la causa di un eventuale sviluppo irregolare. I risultati della ricerca hanno dimostrato sia l’assorbimento, sia l’accumulo nelle radici del pioppo del diottilftalato, confermando così la spiccata tolleranza di questa specie a diversi composti inquinanti.

Lo studio che ha posto le basi per approfondire il metabolismo e la degradazione di queste sostanze tossiche all’interno dei tessuti vegetali, ha dato nuove speranze alle tecniche di contrasto vegetale all’inquinamento attraverso la pianta del pioppo come era stato dimostrato circa un anno fa anche dall’indagine Poplar and diclofenac pollution: A focus on physiology, oxidative stress and uptake in plant organs”, pubblicato su Science of The Total Environment e coordinata sempre da un team di ricercatori composto da studiosi dell’Istituto di scienze della vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dal Research Unit Comparative Microbiome Analysis dell’Helmholtz Zentrum di Monaco. Secondo questa precedente ricerca alcune piante e, in particolare il  pioppo, hanno la capacità di accumulare e degradare anche i prodotti farmaceutici. Per i ricercatori il pioppo, noto come la canapa per la sua capacità di accumulare metalli pesanti presenti nei suoli e nelle acque, è anche capace di assorbire, trasformare, accumulare nella radice sostanze inquinanti di origine farmaceutica come il Diclofenac. Questo principio attivo, alla base di farmaci antinfiammatori non steroidei assai diffusi e utilizzato per trattare infiammazioni di carattere muscolare, risulta tra quelli spesso presenti nelle acque reflue urbane, con conseguenze critiche sugli ecosistemi acquatici. 

Proseguire con la ricerca e valorizzare il ruolo di queste specie arboree nel rimuovere gli inquinanti dalle acque e dai suoli è una sfida aperta che in un futuro ci potrà aiutare a contrastare l’inquinamento nel modo più naturale possibile. Nel contempo è fondamentale interrogarsi sulla possibilità che altre piante commestibili accumulino al proprio interno, con la stessa abilità della canapa e del pioppo, altre sostanze tossiche, che in questo caso finirebbero direttamente dalla nostra tavola nel nostro metabolismo. Anche per questo una politica europea coerente e restrittiva in materia di protezione del suolo ci sembra quanto mai urgente.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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