Elefanti: l’inferno è in India?

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Foto: Qz.com

Secondo l’annuale rapporto della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites), che ha da poco tracciato il bilancio 2016 del commercio illegale di specie protette, “il bracconaggio ai danni degli elefanti africani è in calo per il quinto anno di fila”, anche se il loro declino non sembra fermarsi a causa del perdurare di altre attività umane che interferiscono sulla vita di questi animali. I dati, raccolti da due differenti  programmi della Cites volti al monitoraggio degli elefanti illegalmente cacciati, hanno evidenziato anche un record nell’avorio sequestrato: quasi 40 tonnellate, la quantità maggiore da quando è stato bandito dal commercio internazionale nel 1989, a conferma che i controlli sono sempre più severi, ma che le transazioni commerciali illecite di zanne restano ancora drammaticamente attuali.

Nel 2017, però, la situazione dovrebbe migliorare visto che in Asia è crollata la richiesta di materia prima e quindi anche il prezzo dell’avorio grezzo, per via del divieto di commercio interno annunciato da alcuni Paesi asiatici, in primis dalla Cina, che da sempre è il principale mercato mondiale di avorio lavorato. Ma le “buone notizie” per i nostri pachidermi riguardano principalmente l’Africa orientale, dove il bracconaggio è tornato sotto i livelli antecedenti al 2008, una notizia a lungo attesa visto che negli ultimi dieci anni in questa regione la presenza di elefanti si è praticamente dimezzata. Nell’Africa meridionale il Botswana ha registrato un aumento della popolazione di elefanti, che è la più numerosa del continente, e si registrano aumenti simili anche in Namibia e Sudafrica. Meno virtuosa è la situazione dei pachidermi dell’Africa centrale dove nell’ultimo decennio, nonostante i numerosi progetti di tutela, c’è stata una vera e propria strage di elefanti e dove, secondo il rapporto del Cites, i livelli di uccisioni rimangono tutt’ora molto elevati.

Se in generale la condizione degli elefanti africani sembra migliorare, non possiamo però dire la stessa cosa per quelli indiani. L’India ospita attualmente il 70% degli elefanti asiatici di tutto il mondo, ma i "corridoi ecologici" vitali per la sopravvivenza di questi animali continuano ad essere devastati dall’uomo, che sta riducendo sensibilmente gli habitat degli elefanti ed innescando un drammatico conflitto tra uomini e pachidermi. Una situazione ben “fotografata” dal premio Wildlife Photographer Of The Year bandito dalla rivista naturalistica indiana Sanctuary Asia e vinto quest’anno da Biplab Hazra, un fornaio appassionato di fotografia. Nella sua foto, intitolata “Hell is Here” e scattata lungo la Strada Statale 9 del distretto di Jhargram, nello Stato indiano del Bengala Occidentale, Hazra mostra un elefantino ai bordi della foresta avvolto dalle fiamme mentre, insieme alla mamma, cerca di sfuggire alle palle di catrame incendiate lanciate da un gruppo di persone. L’inferno di cui parla la foto è quello che subiscono gli elefanti selvatici in India dove per la redazione di Sanctuary “il problema si sta espandendo in misura fatale”.  

Come mai? Purtroppo nel "corridoio degli elefanti" che attraversa i distretti di Bankura e Jhargram del Bengala Occidentale questo tipo di aggressioni ai pachidermi è routine, come in altri Stati dell’areale degli elefanti come Assam, Odisha, Chhattisgarh, Tamil Nadu e altri ancora. In queste zone tantissimi villaggi sono spesso invasi dagli elefanti che a causa della sempre più consistente deforestazione si spingono fino nei centri abitati in cerca di cibo ed acqua, finendo inevitabilmente per distruggere le coltivazioni, le case e le infrastrutture, mettendo così a repentaglio la vita degli abitanti. Per questo quando degli elefanti si avvicinano ad un villaggio, l’ufficio forestale locale assume delle persone per riportarli nella giungla. Queste persone, localmente conosciute come “Hulia Party” per spaventare i pachidermi usano di tutto: grossi e rumorosi petardi, grandi luci abbaglianti, tamburi di stagno per fare rumore, torce e palle di catrame incendiate e spesso anche arpioni, archi e frecce che finiscono per ferire gli animali senza ottenere i risultati sperati. Spaventare i branchi di elefanti senza alcuna consapevolezza del comportamento dell’animale, infatti, serve solo a far avvicinare gli elefanti ad altre coltivazioni e a causare danni non di rado ancora maggiori. 

La foto di Biplab Hazra è quindi lo specchio di una situazione delicata e anche se il cucciolo di elefante in questa occasione è riuscito a sopravvivere, non sempre la situazione si risolve senza conseguenze per animali e uomini. Un problema che i dipartimenti forestali indiani hanno cominciato a prendere in seria considerazione solo in questi ultimi anni attraverso la costruzione di “profonde trincee elettrificate” attorno alle zone coltivate ed abitate lungo i “corridoi degli elefanti”. Una misura che sembra aver ridotto in modo sensibile le scorribande degli elefanti e le rappresaglie degli uomini, limitando così i morti e i feriti di entrambi i “fronti”.  Eppure i danni causati degli spostamenti degli elefanti per anni sono avvenuti nella totale indifferenza del governo centrale e statale, nonostante le cause spesso di natura antropica dovute alla scarsa tutela ambientale siano note e prevedibili, almeno quanto le conseguenze. 

La foto in India ha sollevato numerose proteste per la sua crudezza, ma Sanctuary Asia ha deciso di premiarla proprio per far parlare di un problema ancora ignorato fuori dai confini indiani. “Per questi animali intelligenti, dolci e sociali che hanno percorso senza creare problemi il subcontinente per secoli, l’inferno è ora e qui”. Adesso occorre trovare una soluzione al problema, per tutelare la popolazione senza venir meno all’obbligo di conservazione che abbiamo nei confronti degli elefanti e dei loro habitat.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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