Agricoltura

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“Se le donne contadine avessero le medesime opportunità degli uomini di accedere alla terra, sarebbe possibile nutrire tra i 100 e i 150 milioni di persone in più nel mondo”. (Luigi Idili, Manitese)

 

Introduzione

Entro il 2030, secondo Oxfam, il prezzo del cibo raddoppierà. Aumenterà, quindi, il numero delle persone sottonutrite nel mondo, che, ad oggi, sono più di un miliardo. Sebbene un paio d'anni fa (2010) tale crescita abbia subìto una regressione, è chiaro che siamo ancora lontani dal raggiungimento del primo obiettivo del Millennio: il dimezzamento delle persone che nel mondo muoiono di fame entro il 2015.

Gli ultimi dati della FAO (Food Agricolture Organization) evidenziano come nelle regioni in via di sviluppo solo il Nord-Africa e l’Asia sud-orientale abbiano raggiunto dei progressi in linea con il target 1C dei Millennium Development Goals, mentre i risultati riportati dall’Africa sub sahariana, l’Asia centrale e meridionale ma anche l’America Latina e i Caraibi sono ancora insufficienti.

Benché i miglioramenti fatti registrare non siano in linea con le previsioni, va comunque sottolineato come l’America del sud (insieme all’Europa orientale) sia la regione che ha fatto segnare la crescita più marcata nella produzione agricola nonché le migliori performance nelle esportazioni. Al contrario, l’area che registra la minor crescita è l’Europa occidentale, che vede un incremento del solo 5% rispetto al 2000.

L’aumento esponenziale dei prezzi alimentari degli ultimi anni si è trasformato addirittura in un agente destabilizzante per l’intera economia mondiale, creando forti ripercussioni soprattutto nei mercati interni dei Paesi in via di sviluppo, mettendo purtroppo in evidenza tutta l’inadeguatezza delle politiche di protezione destinate alle popolazioni più vulnerabili. La situazione non ha fatto che aggravare la crisi alimentare in quelle regioni che già da anni vivono una condizione di emergenza a causa di disastri naturali, conflitti armati o endemica debolezza delle istituzioni.

Nel 2010 erano 22 i Paesi che, secondo il rapporto sull’insicurezza alimentare stilato da FAO e WFP (World Food Programme), risultavano particolarmente colpiti da crisi alimentari di lungo periodo. Queste crisi prolungate assorbono inoltre gran parte dei finanziamenti internazionali in veste di aiuti umanitari, determinando una conseguente riduzione delle erogazioni destinate allo sviluppo (il rapporto tra aiuti prettamente umanitari e aiuti allo sviluppo per gli altri Paesi è in media del 10%).

 

I cambiamenti climatici

Numerosi e assai diversificati sono i fattori che incidono sull’agricoltura globale e sulla volatilità dei prezzi.

I cambiamenti climatici e la produttività agricola, ad esempio, si caratterizzano per una complessa relazione causa-effetto. Da un lato, infatti, le attività agricole svolgono un ruolo rilevante nella produzione di emissioni di gas serra (secondo solo alle attività connesse all’approvvigionamento energetico e all’industria), dall’altro, invece, proprio l’agricoltura è uno dei settori più colpiti dai cambiamenti climatici, che sempre più frequentemente generano eventi meteorologici estremi (come alluvioni seguite da periodi forte siccità) che incidono negativamente sulla resa delle colture e favoriscono il fenomeno della desertificazione. Quanto avvenuto pochi mesi fa in Pakistan, ad esempio, ha ridotto centinaia di migliaia di persone a sopravvivere solo grazie agli aiuti alimentari inviati dal WFP.

Le prospettive, purtroppo, non sono incoraggianti. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), infatti, conferma che i futuri cambiamenti climatici produrranno una modifica dell’intero sistema climatico che andrà ad incidere notevolmente sia sugli ecosistemi che sulle attività umane, prima fra tutte proprio quella agroalimentare.

 

La produzione di biocarburanti e il land grabbing

All’aumento sempre più pressante della domanda di cibo da parte di popolazioni in continua crescita fa da contraltare la riduzione di terra destinata alle produzioni alimentari. Tale riduzione non è determinata solo da fattori naturali ma anche da precise scelte politico-economiche, come quelle di convertire parte dei terreni destinati alla produzione alimentare in terreni destinati alla produzione di biocarburanti, soprattutto biodisel e bioetanolo, che si ricavano da oli vegetali, cereali, colture zuccherine (barbabietole e canna da zucchero). I giudizi su questo tipo di colture sono assai controversi. La loro origine naturale potrebbe consentire addirittura una riduzione del 70% delle emissioni di gas serra derivanti dal trasporto (per questo l’Unione Europea ha dimostrato da tempo di voler puntare su questa tipologia di energia rinnovabile); un altro fattore positivo è quello legato alla crescita dell’economia locale e dell’occupazione in aree agricole: nella sola America settentrionale, ad esempio, il volume delle esportazioni è cresciuto nell’ultimo decennio del 24%, proprio a causa dell’aumento nella produzione di biocarburanti.

D’altro canto, però, la sottrazione di superficie destinata alle colture tradizionali appare incontrovertibile: secondo le stime di Action Aid, ad esempio, l’obiettivo europeo di ottenere il 10% di combustibili da risorse rinnovabili potrebbe rendere necessari 17,5 milioni di ettari di terre coltivabili nel sud del mondo, ossia una superficie pari alla metà del territorio italiano.

Alla necessità di superficie coltivabile destinata alla produzione di biocarburanti è in parte legato anche il crescente fenomeno del land grabbing, letteralmente “accaparramento di terra”, ossia l’affitto o l’acquisto, da parte di investitori internazionali e governi, di ampie porzioni di terra nei Paesi in via di sviluppo. Secondo quanto riportato da un recente studio effettuato da Oxfam, dal 2001 ad oggi sono stati ceduti nei PVS circa 227 milioni di ettari di terra (un’area grande quanto l’Europa orientale) a prezzi bassissimi: gli effetti per le comunità locali si sono già dimostrati devastanti. Metà degli accordi finora resi noti riguardano l’Africa e più del 70% di tali accordi è relativo proprio al settore agricolo. I Paesi maggiormente coinvolti nelle acquisizioni sono Cina e India.

 

La volatilità dei prezzi

Per la campagna sulla fame non si specula la sicurezza alimentare globale è compromessa dall'estrema volatilità dei prezzi relativi al mercato dei beni alimentari decisi per la più parte nella borsa di Chicago.

Non solo nel 2008, ma anche nella seconda metà del 2010 e nell'attuale 2012 si sta assistendo ad un innalzamento dei prezzi di cereali, olio, zucchero; aumento che ha recitato un ruolo decisivo nell’incendiare le proteste politiche in Nord-Africa e Medio Oriente.

Se la volatilità dei prezzi non può essere considerata una novità in agricoltura, è pur vero che negli ultimi anni si sta insinuando negli esperti il timore che questa possa incidere sempre più, anche a causa dei negativi effetti derivanti dagli andamenti fluttuanti delle commodities alimentari, che vanno a colpire soprattutto le economie di quei Paesi più deboli che basano gran parte dei loro commerci sull’esportazione di materie prime, i cui prezzi vengono però stabiliti sui mercati degli Stati più ricchi. Secondo le proiezioni della FAO e dell’OCSE (Agricultural Outlook 2010-2019), inoltre, i prezzi delle commodities alimentari per il prossimo decennio cresceranno notevolmente rispetto al periodo 2000-2010 a causa dell’aumento dei costi di produzione, dell’incremento della domanda proveniente dai Paesi emergenti e in via di sviluppo, dell’innalzamento della produzione di biocarburanti.

Non è un caso, dunque, che l’ultimo rapporto sull’insicurezza alimentare (The State of Food Insecurity in the World 2011) si concentri quasi esclusivamente sull’analisi delle cause e delle conseguenze a livello globale della volatilità dei prezzi alimentari.

Nel giugno scorso, il vertice dei ministri dell’agricoltura del G20 ha stilato un “Piano d’azione sulla volatilità dei prezzi alimentari e sull’agricoltura”, dove sono contenute una serie di raccomandazioni sulle quali i governi dei Paesi più industrializzati sono chiamati a pronunciarsi entro il 2011. Viene chiesto innanzitutto uno sforzo per aumentare la produzione agricola e rafforzarne la sostenibilità a lungo termine attraverso una maggiore attenzione alle piccole imprese e al ruolo svolto dalle donne e dai giovani contadini. Sono state inoltre proposte la creazione di un Sistema Informatico del Mercato Agricolo (per accrescere e velocizzare la collaborazione tra le organizzazioni internazionali, i maggiori Paesi importatori ed esportatori e il settore privato) e di un Rapid Response Forum, che avrebbe il compito di agire, con azioni politiche rapide e coordinate, nel momento in cui gli andamenti dei mercati lasciassero presagire un alto rischio di insicurezza alimentare. Secondo il Piano d’azione andrebbero poi rafforzate tutte le politiche in grado di ridurre i rischi per i Paesi più vulnerabili, come ad esempio lo sviluppo di strumenti internazionali capaci di minimizzare gli effetti di crisi esterne, l’aumento di efficacia delle politiche di assistenza alimentari, la rimozione delle restrizioni e delle tasse per il cibo acquistato per fini umanitari. Infine, sarebbe necessaria (ma questa è una richiesta che proviene da tempo da diversi ambienti economici e sociali) una maggiore supervisione e una più stringente regolamentazione dei mercati internazionali.

 

L’azione delle istituzioni internazionali: FAO, WFP e IFAD

Le agenzie internazionali che all’interno del sistema delle Nazioni Unite si occupano di cibo e alimentazione sono tre, tutte con sede a Roma, ove formano il polo agro-alimentare internazionale. Ognuna di esse ha naturalmente strutture e funzioni diverse: la FAO (Organizzazione della Nazioni Unite per il Cibo e l'Agricoltura) è una delle organizzazioni dell’ONU più antiche e più grandi sia a livello di diffusione che numero di dipendenti. Ha il compito di aumentare la produttività agricola e migliorare i livelli nutrizionali delle popolazioni attraverso studi e progetti multilaterali. Il World Food Programme (Programma Alimentare Mondiale) è il braccio operativo per gli aiuti alimentari; è infatti l’agenzia che gestisce la quasi totalità degli aiuti alimentari inviati a fronte di emergenze naturali o causate da conflitti armati. L’IFAD (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo), infine, rappresenta l’agenzia più recente, creata nel 1977, e ha il mandato di favorire lo sviluppo agricolo attraverso l’erogazione di finanziamenti per progetti specifici e prestiti agevolati.

Numerose sono state e sono tuttora le critiche mosse a questi organismi, specialmente alla FAO: le ong che si occupano di agricoltura e alimentazione rimproverano specialmente il peso eccessivo destinato alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale nelle politiche finanziarie imposte ai Paesi a rischio, l’assenza di controllo sulle multinazionali dell’agro-alimentare, ma soprattutto lo scarso coinvolgimento delle comunità contadine nei processi decisionali.

Negli ultimi anni s'è assistito a un positivo cambiamento nelle politiche perseguite dalla FAO, passando da un approccio “settoriale” ad uno più “globale”, basato sulla consapevolezza che per garantire la sicurezza alimentare non ci si può più limitare a delineare piani d’azioni rivolti a una crescita delle produzioni, ma sia necessario lavorare parallelamente anche su altri ambiti, come lo sradicamento della povertà nel suo insieme, il mantenimento della pace, il contrasto delle migrazioni di massa dalle campagne verso le aree metropolitane. Questa nuova impostazione della FAO, incentrata su una politica di lungo periodo capace di sostenere meccanismi endogeni di sviluppo agricolo, è stata confermata in tutti i recenti vertici sull’agricoltura e l’alimentazione, anche se ad oggi, come lamentano gli esperti e i rappresentanti della società civile, non è stata ancora realmente tradotta in pratica.

 

I nuovi modelli per un’agricoltura sostenibile

A fronte di una sfida che appare sempre più complessa come quella di sfamare 7 miliardi di persone sembra sempre più evidente la necessità di un radicale cambiamento dei paradigmi che regolano il settore agricolo e alimentare globale. I concetti di tutela dei territori e sostenibilità, non solo ambientale ma anche economica, sociale ed etica devono diventare gli elementi chiave per un nuovo modello di agricoltura. Questa è una delle conclusioni cui è giunto il 1° Forum europeo sulla sovranità alimentare tenutosi lo scorso agosto in Austria, ma è anche quanto sostenuto da tempo da numerosi esponenti della società civile e della comunità scientifica.

Emblematica a tal proposito è la battaglia condotta da Vandana Shiva, secondo la quale una gestione virtuosa delle risorse che valorizzi la salvaguardia del capitale naturale, a cominciare dalla protezione della fertilità dei suoli, avrebbe ripercussioni positive non solo dal punto di vista ecologico ma anche economico, contrastando un modello di produzione che non solo disgrega i processi naturali, ma tende a escludere sempre più un considerevole numero di donne e poveri del sud del mondo dal diritto al cibo, privandoli del controllo dei sistemi alimentari a tutto vantaggio delle multinazionali. Infatti, nonostante le donne siano la maggioranza della popolazione contadina, sono gli uomini ad avere il controllo effettivo sulla terra e sul reddito che ne deriva, anche se è il frutto del lavoro femminile. In molti Paesi l’impossibilità all’accesso e al controllo sulla terra da parte delle donne è indice della forte disuguaglianza di genere che permane ma anche una grave perdita a livello produttivo ed economico. Non a caso, soprattutto negli ultimi anni, gran parte dei progetti di cooperazione allo sviluppo destinati al settore agricolo focalizzano la propria attenzione sul ruolo fondamentale svolto dalle donne nell’intero processo.

 

No OGM si a Km zero

Le scorciatoie da alcuni proposte, come gli OGM, secondo la Coldiretti, sembrano aumentare nel medio periodo la dipendenza dei paesi poveri verso i donatori anziché ridurla. Mentre la proposta di prodotti a km. zero trova il consenso di molti perché costano meno, sono sostenibili, freschi e soprattutto si riacquistano i profumi e i sapori delle diverse stagioni. Ciò presuppone, nel post crisi, una riconciliazione post industriale con la terra soprattutto da parte dei giovani. Un ritorno al primario che non significa affatto un passo indietro. Anzi.

 

Documenti utili

- The State of Food and Agricolture 2010-2011
- The State of Food Insecurity in the World 2011
- The State of Food Insecurity in the World 2010

 

Bibliografia

Shiva, V. Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo UTET Libreria 2002

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

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Video

Sulla fame non si specula