Genere

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“L’acquisizione di potere da parte delle donne e la parità tra donne e uomini sono condizioni necessarie per raggiungere la sicurezza politica, sociale, economica, culturale ed ambientale di tutti i popoli”. (Piattaforma di azione della Conferenza mondiale sulle donne, Pechino 1995)

 

Introduzione

La questione di genere indica le differenze tra uomo e donna non dal punto di vista biologico quanto dal punto di vista del ruolo che viene assegnato loro all’interno della società proprio in dipendenza del loro sesso. Le disuguaglianze di genere, che si traducono quasi sempre in trattamenti discriminatori nei confronti di donne e bambine, non riguardano, come un’interpretazione superficiale potrebbe lasciar pensare, solo i Paesi in via di sviluppo o comunque le aree del mondo più arretrate. Anzi, tutti gli studi condotti finora tendono a dimostrare come ad un innalzamento del livello del reddito non corrisponda un altrettanto elevato livello di uguaglianza e come anche nei Paesi più ricchi ed industrializzati il problema della violenza sulle donne e della loro disparità di trattamento sia ancora lontano dall’essere risolto.

 

L’importanza della parità di genere per lo sviluppo

Il decennio delle Nazioni Unite per la donna si è ufficialmente aperto con la Conferenza di Città del Messico del 1975, che ha rappresentato il primo momento di confronto non solo a livello politico ma anche tra le rappresentanti della società civile del Nord e del Sud del mondo e ha visto come uno dei suoi principali risultati la firma da parte dell’Assemblea dell’ONU, nel 1979, della Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. È in quest’arco temporale che la strategia assistenzialista viene sostituita dall’approccio WID (Women in Development): le donne iniziano finalmente ad essere viste non solo come beneficiarie passive ma come promotrici stesse dei miglioramenti, determinando un loro coinvolgimento sempre più attivo nei programmi di cooperazione in un’ottica generale di redistribuzione delle risorse.

Sarà però negli anni ’90, specialmente con la Dichiarazione di Vienna del 1993 e con la Conferenza di Pechino due anni più tardi, che la questione parallela della protezione e della promozione della condizione femminile conquisterà degli spazi più ampi all’interno del dibattito internazionale, ottenendo il riconoscimento universale dell’indissolubile legame tra l’aumento dei diritti e dei poteri delle donne da un lato e la crescita economica e lo sviluppo generale dall’altro.

È proprio partendo da questa consapevolezza che nel 2000 la Dichiarazione del Millennio inserisce tra gli otto obiettivi che mirano a raggiungere lo sviluppo globale anche l’eliminazione della disparità tra i due sessi (Obiettivo n. 3). Purtroppo l’obiettivo di promuovere la parità di genere e l'autonomia delle donne sembra ad oggi uno dei più difficili da raggiungere. Si sta infatti ampliando sempre più il divario tra i Paesi virtuosi e quelli in cui le discriminazioni sono più evidenti.

Da un lato il dilagare prima dei conflitti etnici e poi dei fondamentalismi religiosi, e dall’altro la crisi economica globale che ha investito negli ultimi anni sia i Paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo rappresentano attualmente i due ostacoli principali che si frappongono sulla via delle pari opportunità tra uomo e donna e della realizzazione dell’approccio GAD (Gender and Development) all’interno del quale si dovrebbe sviluppare la nuova strategia dell’empowerment femminile, basata sulla necessità di una condivisione del potere tra uomini e donne come precondizione per uno sviluppo sostenibile.

 

La Conferenza di Pechino

Ancora oggi la realizzazione delle strategie delineate alla IV Conferenza mondiale sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995 rimane l’obiettivo più completo e impegnativo che la comunità internazionale si sia posta per raggiungere l’uguaglianza di genere. Lo scopo annunciato dalla Piattaforma d’azione è infatti “la rimozione di tutti gli ostacoli che si frappongono alla attiva partecipazione delle donne a tutte le sfere della vita pubblica e privata, per mezzo di una piena e completa partecipazione ai processi decisionali di natura sociale, culturale e politica.”

Alla Conferenza di Pechino sono state identificate 12 aree critiche verso le quali concentrare i diversi interventi, tra cui il peso della povertà sulle donne, il mancato o disuguale accesso al mondo dell’istruzione, della formazione professionale e all’assistenza sanitaria, la disuguaglianza nell’accesso alle risorse e alle strutture economiche e politiche e nella distribuzione del potere decisionale, la stereotipizzazione dell’immagine femminile, la violenza e il mancato rispetto dei diritti fondamentali di donne e bambine.

Due sono i risultati più significativi raggiunti a Pechino: il fatto che l’intera piattaforma d’azione sia stata sviluppata con la partecipazione attiva dei movimenti delle donne, e il fatto che in ognuno degli obiettivi strategici individuati si faccia riferimento alla necessità di adottare il sistema del gender mainstreaming, cioè dell'adeguata considerazione delle differenze esistenti tra le situazioni di vita, le esigenze e gli interessi rispettivamente degli uomini e delle donne in tutti i programmi e gli interventi economici e sociali.

Dopo la Conferenza di Pechino i problemi di applicazione della sua Piattaforma vengono discussi ogni anno dalla Commissione ONU sulla condizione delle donne (CSW) con l’obiettivo di giungere a conclusioni concordate su ciascuna delle 12 aree critiche. Ogni 5 anni, invece, viene organizzata un’assemblea alla quale partecipano sia i rappresentanti politici dei vari Stati che le organizzazioni non governative e della società civile per effettuata un’analisi organica dei risultati ottenuti e delle nuove sfide da affrontare in vista della piena realizzazione dalla Piattaforma di Pechino. Nel 2010 si è svolto a New York l’Assemblea Pechino+15.

 

Le politiche e gli strumenti da adottare

La strategia maggiormente efficace per ridurre o addirittura eliminare le disuguaglianze di genere sembra essere l’elaborazione e la realizzazione di politiche basate sul gender mainstreaming, ossia sull’integrazione della prospettiva di genere all’interno di tutte le politiche di un Paese o di un’amministrazione locale, che non deve più progettare interventi mirati a un astratto cittadino, bensì valutare le proprie decisioni in base alle diverse condizioni e necessità vissute da uomini e donne. Lo strumento per misurare il livello quantitativo e qualitativo delle politiche di genere è rappresentato dal bilancio di genere, che non è solo un mezzo per verificare se parte delle risorse rese disponibili sono specificamente destinate al superamento delle disuguaglianze e delle discriminazioni, ma anche un supporto per il confronto e la partecipazione e quindi per la programmazione delle attività.

Affinché si raggiungano dei risultati positivi è però necessario che le politiche adottate siano coerenti e multisettoriali. Ogni ragione di esclusione e discriminazione, infatti, ne determina delle altre. Come denunciato dall’ultimo rapporto di Amnesty International, in molti Paesi il problema della violenza è legato a doppio filo a quello della povertà: una donna che non è economicamente indipendente o che vive in un contesto degradato difficilmente potrà sottrarsi alle violenze del partner o della famiglia, ma allo stesso tempo una donna o una bambina che subisce violenze può vedere irrimediabilmente danneggiate le sue capacità lavorative ed essere vittima di discriminazioni sociali, compreso il negato accesso all’istruzione. L’esclusione dal mondo dell’istruzione, spesso a partire dalle scuole primarie, diminuisce a sua volta sensibilmente le possibilità di percepire un proprio reddito e di essere informate sui propri diritti anche in campo sanitario, elemento che provoca effetti estremamente dannosi soprattutto nell’ambito dell’accesso ai servizi e della salute riproduttiva.

 

Istruzione

Come già sottolineato, la disuguaglianza di genere non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. Analizzando i vari indicatori non appaiono differenziazioni nette tra i Paesi più ricchi e gli altri (basti pensare che se la Svezia è lo Stato in cui la parità tra i sessi è più elevata, al 2° posto troviamo il Rwanda), tranne forse per quanto riguarda l’accesso all’istruzione.

Se nell’Unione Europea il gap tra maschi e femmine in relazione all’accesso all’istruzione superiore sembra superato (nel 2006 il numero delle laureate ha superato quello dei laureati), un’analisi ben diversa deve essere fatta per altre aree. Benché oggi sia dimostrato come l’innalzamento del tasso di scolarizzazione delle femmine incida notevolmente sull’aspettativa di vita e sullo sviluppo di un intero Paese, stereotipi di genere e mancanza di risorse economiche rappresentano ancora ostacoli difficilmente superabili in numerosi Stati. Così una percentuale molto elevata di bambine è costretta ad abbandonare la scuola o per svolgere le funzioni prettamente domestiche o perché, di fronte all’impossibilità di sostenere le spese legate all’istruzione, le famiglie tendono a privilegiare i figli maschi, anche perché un domani guadagneranno certamente di più di quanto potrebbe fare, a parità di mansioni, una figlia femmina.

Secondo i dati più recenti dell’UNESCO l’indice di parità tra i sessi per quanto riguarda l’aspettativa di scolarizzazione dalle scuole primarie alle secondarie vede i Paesi dell’Africa sub-sahariana maggiormente in ritardo rispetto agli altri. Ad eccezione di Gambia, Mauritius e Namibia, tutti gli Stati sub-sahariani registrano una certa differenza nell’accesso all’istruzione. Il gap più significativo viene registrato nella Repubblica Centro-africana con un rapporto maschi/femmine pari a 10/6,8. Al di fuori del continente africano, sono Afghanistan e Pakistan gli Stati in cui le percentuali tra i due sessi sono più discordanti.

 

Il gap di genere nell’Unione Europea

La relazione della Commissione europea sulla parità tra uomini e donne per il 2010 (.pdf) sottolinea come il settore decisionale e quello lavorativo siano i campi dove permangono le maggiori differenze di opportunità e di trattamento tra i due sessi. Se è vero che negli ultimi anni il tasso di occupazione femminile è cresciuto costantemente e ha raggiunto nel 2008 il 59,1% (avvicinandosi così sensibilmente all’obiettivo del 60% fissato dalla Strategia di Lisbona), le diseguaglianze nei tassi di occupazione rispetto agli uomini, nei valori della retribuzione[1], nell’accesso a ruoli di responsabilità e la carenza di efficaci politiche per la conciliazione della vita privata e lavorativa rimangono ancora oggi le principali criticità da affrontare.

Inoltre, la grave crisi economica che si è abbattuta sui Paesi europei rappresenta un ulteriore fattore di rischio proprio per le donne, che risultano le più vulnerabili nel mercato del lavoro a causa del numero elevato di contratti precari e part-time, di salari e livelli di tutela sociali particolarmente bassi, per le limitate possibilità di controllo sulle risorse e le proprietà. I prossimi mesi potrebbero risultare ancora più pericolosi, dal momento che i tagli dei bilanci in tutti i Paesi dell’Unione Europea andranno probabilmente a ricadere sul settore pubblico, quello che maggiormente assorbe forza lavoro femminile.

Se è impossibile negare come il divario tra uomini e donne sia ancora presente in tutti i Paesi del continente, bisogna comunque sottolineare le grandi differenze che esistono tra i vari membri dell’Unione Europea. Nonostante i numerosi sforzi effettuati a livello comunitario nell’individuazione e nell’elaborazione di politiche a favore della parità di genere, ribaditi anche nella nuova strategia decennale per la crescita e l’occupazione “UE 2020”, la frattura tra gli Stati dell’Europa del nord e quelli mediterranei sembra ancora insanabile: i Paesi Scandinavi, ma anche Germania e Danimarca, occupano le prime posizioni in tutte le statistiche internazionali relative alle pari opportunità, mentre Italia, Slovenia, Grecia e Cipro risultano ancora molto attardate.

 

I dati preoccupanti dell’Italia

Diversi studi effettuati da istituti internazionali di ricerca e organizzazioni non governative sembrano addivenire alle medesime conclusioni: l’uguaglianza di genere, in Italia, è ancora lontano dall’essere raggiunta. Sia che si analizzino i dati relativi alla partecipazione politica e al mondo del lavoro, oppure i servizi pubblici offerti alle donne (come gli asili nido o i consultori familiari), il nostro Paese continua ad attestarsi sotto la media europea.

Il World Economic Forum attraverso il Global Gender Gap Report 2009 evidenzia come nelle quattro aree prese in considerazione dallo studio (economia e lavoro; istruzione; politica; salute e aspettativa di vita) emerga una netta disuguaglianza nella distribuzione delle risorse. Anzi, rispetto all’anno 2008, l’Italia è protagonista di una regressione che la vede scendere dal già non lusinghiero 67° posto al 72° nella classifica dei 134 Paesi censiti, occupando quindi posizioni ben più arretrate rispetto a Stati come lo Sri Lanka (16), la Namibia (32), il Perù (44), o il Kazakistan (47). Particolarmente preoccupanti si rilevano le indicazioni relative alle opportunità e alla partecipazione nel settore economico (posizione n. 96). Più positivo è il dato riguardante la partecipazione alla vita politica (posizione n. 45): la rappresentanza femminile nell’attuale Legislatura fa registrare infatti un discreto aumento sia al Senato (+4%) che alla Camera dei Deputati (+3,7%), raggiungendo così quasi il 20% dei parlamentari italiani. Spicca però un inequivocabile “0” in relazione agli anni in cui una donna sia stata a capo del governo.

Anche nel Gender Equity Index elaborato per il 2009 da Social Watch, l’Italia occupa il 72° posto (questa volta su 157 Stati). In una scala in cui 100 indica la completa uguaglianza tra uomini e donne, l’Italia raggiunge il valore 64, ossia ben 8 punti al di sotto della media dell’Unione.

All’interno del Paese, poi, vanno sottolineate le differenze notevoli da una regione all’altra. Soprattutto nel settore del lavoro il tasso di attività maschile e femminile dimostra un’elevata variabilità, passando da una differenza che non va al di là del 15,5% in Valle d’Aosta, Emilia-Romagna, Umbria e Piemonte, a percentuali che superano il 30% in regioni come Puglia, Sicilia e Campania, che non a caso occupano gli ultimi posti della classifica delle pari opportunità stilata nel 2010 dalla Campagna Sbilanciamoci!

[1] La differenza media di -18%, cela però realtà molto differenti. Nei Paesi dell’Europa dell’Est, infatti, il gap supera il 30%.

 

Normative italiane

Misure contro la violenza nelle relazioni familiari

Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori

D.lgs. 11 aprile 2006, n. 198 - "Codice delle pari opportunità tra uomo e donna"

 

Normative europee

Parità di trattamento in materia di occupazione, impiego, formazione e accesso a beni e servizi

Molestie, violenze sessuali e altre forme di discriminazioni

Tutela della maternità, congedi parentali e lavoro a tempo parziale

 

BIBLIOGRAFIA

Terry G., Hoare, J. Gender-Based Violence, Oxfam, 09/2007
Binet, L., Nakusha e le altre. Il crimine di "essere donna" EGA Editore 2004
Cardinali V., Maternità, lavoro, discriminazioni Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2006
Galaverni M., Bilanci pubblici e equità di genere, Roma, Isfol, 2006

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

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