Cambiamento climatico [RSS]

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Guardate fuori dalla finestra. Immaginate che siano sparite tre quarti delle specie viventi che vedete e chiedetevi se volete vivere in un mondo così” (Anthony Barnosky, 2011)

Introduzione

La parola clima viene dal greco klima che vuol dire “inclinato”: il clima infatti è in massima parte una funzione dell’inclinazione dei raggi solari sulla superficie della Terra al variare della latitudine ed è definito come lo stato medio del tempo atmosferico, cioè delle condizioni che tendono a ripetersi stagionalmente in varie aree geografiche, rilevate nell’arco di almeno 20-30 anni. Molti dei parametri che influenzano il clima sono in lento, ma continuo mutamento tanto che il clima di per sé, sul medio-lungo periodo, non è mai puramente statico, ma sempre alla ricerca di un nuovo equilibrio all’interno del sistema climatico. Negli ultimi 170 anni, però, la comunità scientifica ha individuao due elementi anomali: la velocità in cui il clima sta cambiando e si sta scaldando e il contributo dell’uomo che per la prima volta entra con un ruolo attivo nelle modifiche in corso. La parola clima viene dunque sempre più accostata alla parola cambiamento o mutamento, riferendosi non più a cambiamenti naturali, ma a quelli provocati in maniera diretta o indiretta dall’azione dell’uomo. In particolare, secondo la European Environmental Agency (EEA, 2016), i cambiamenti climatici comportano rischi sempre più gravi per gli ecosistemi, la salute umana e l’economia, non solo in Europa ma in tutto il mondo. I rischi per il Pianeta e per le generazioni future sono enormi, e ci obbligano ad intervenire con urgenza. 

Cosa sta succedendo al clima del nostro pianeta?

Dal 1860 l’andamento del clima ha evidenziato un aumento di temperatura di 1,5° rispetto all’era pre industriale, velocità che è vertiginosamente peggiorata negli ultimi 40/50 anni. Ma 1,1°C… è tanto o è poco? 

La Terra è circondata dall’atmosfera, uno strato di gas molto sottile ma estremamente attivo. Esso è trasparente alla radiazione proveniente dal Sole e opaco alla radiazione emessa dalla superficie della Terra. Gran parte della radiazione viene quindi catturata dall’atmosfera e di nuovo emessa in tutte le direzioni - in parte anche verso la superficie del pianeta. Ciò spinge in alto l’equilibrio tra energia entrante e uscente e aumenta la temperatura. L’effetto serra è dunque un effetto naturale ed estremamente importante: grazie a esso la temperatura media della Terra ha il valore attuale di circa dieci gradi sopra zero. È un particolare decisivo: a venti gradi sotto zero, come sulla Luna che è priva di atmosfera, non si avrebbe acqua liquida sul pianeta, ma solo ghiaccio. Gli oceani, i fiumi, la vita, così come noi la conosciamo, devono quindi la loro possibilità di esistenza all’effetto serra. Perché, allora, l’effetto serra è oggi un problema?

Il problema è l’aumento dei gas responsabili dell’effetto, in primo luogo l’anidride carbonica (CO2). A causa dell’uso dei combustibili fossili, la concentrazione di CO2 è passata negli ultimi 50 anni da un livello di 310 parti per milioni in volume (ppmv) a 380 ppmv. Questo livello è il più alto degli ultimi 400.000 anni e l’aumento si è verificato nel tempo più breve che la storia recente della Terra registri.

Cosa dice l’IPCC - il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici promosso dalle Nazioni Unite, di cui fanno parte migliaia di scienziati (climatologi, biologi, fisici, ecologi, economisti,…) nel suo ultimo Rapporto di ottobre 2018? Dice una cosa semplice, e molto urgente: il riscaldamento della terra non è più un’ipotesi tra tante, ma una realtà concreta. Con conseguenze già preoccupanti ed evidenti. Quali? 

Le conseguenze.

Gli effetti sono molteplici sia in termini quantitativi che qualitativi. I dati mostrano un forte riscaldamento polare e l’Artico potrebbe essere navigabile tutto l’anno già in questo secolo. Indicano anche uno spostamento delle principali fasce di precipitazione, con un’accelerazione del ciclo idrologico: l’atmosfera con più gas serra è sostanzialmente un’atmosfera più energetica, con più evaporazioni e più precipitazioni e con temperature alla superficie più alte. Sono questi solo alcuni degli effetti fisici diretti, così come la riduzione dei ghiacci continentali e l’innalzamento del livello delle acque, sui cui valori esatti regna l’incertezza, anche se esistono luoghi al mondo (piccoli Paesi insulari) dove un aumento di “soli” 10-20 cm del livello del mare sta già mettendo in pericolo comunità e colture e, anche senza arrivare all’allagamento, le sole infiltrazioni salmastre delle falde inquinano con acqua salata le fonti di acqua potabile. Senza dimenticare che lo scioglimento del permafrost, terreno perennemente ghiacciato, porta in superficie una quantità di materiale biologico in decomosizione, fase in cui vengono emessi ulteriori gas serra e metano: sono processi che impattano anche su frequenza e intensità di fenomeni edeventi estremi (siccità, alluvioni, forti venti).

Non vanno però sottovalutati gli effetti indiretti, che provocano la perdita di biodiversità e la morte di interi ecosistemi, un peggioramento sulla salute delle persone (si parla persino di stress da cambiamento climatico per l’aumento delle temperature), ma anche gravi conseguenze in termini sociali ed economici, come per esempio i flussi migratori dovuti a cause ambientali.

Per fare il punto… per punti, come conseguenze dei cambiamenti in corso si evidenziano in particolare: 

  • aumento della temperatura del pianeta
  • aumento e riduzione delle precipitazioni
  • aumento nella frequenza e nell’intensità di eventi climatici estremi
  • aumento del rischio di desertificazione
  • diminuzione dei ghiacciai e delle nevi perenni
  • crescita del livello del mare
  • perdita di biodiversità
  • diffusione delle malattie
  • problemi nella produzione alimentare

Appare evidente che l’alterazione di questi fattori sta cambiando, ma cambierà ancor più in futuro, la nostra vita quotidiana. I maggiori problemi che dovremo affrontare e cercare di prevenire con adeguate strategie di adattamento, riguardano:

  • le ridotte disponibilità di acqua, non tanto per l’aumento della temperatura media, quanto soprattutto per il diverso regime delle precipitazioni e degli eventi meteorologici estremi e a causa della riduzione dei ghiacciai e delle portate dei fiumi
  • l’aumento del numero dei “migranti ambientali”, cioè di quelle persone costrette a lasciare i territori di nascita o di elezione perché resi invivibili dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. I numeri di questi “eco-migranti” sono in costante crescita, in corrispondenza dell’intensificazione delle catastrofi ambientali che hanno colpito la terra. Ma anche eventi climatici meno immediati, come ad esempio la desertificazione o la perdita di produttività del suolo, inducono le persone ad abbandonare le loro case in assenza di quelle condizioni di base che rendono il territorio vivibile. Oggi un milione di persone ogni anno migrano forzatamente dalla propria terra a causa dell’aumento della desertificazione e la cifra è destinata a salire. 
  • i cambiamenti dei sistemi ecologici e forestali, che tenderanno in parte a disgregarsi (quei sistemi meno veloci ad adattarsi alle mutate condizioni), e in parte a spostarsi verso più alte latitudini, con le conseguenti modifiche del paesaggio e con profonde implicazioni soprattutto nei settori dell’agricoltura, del turismo e tempo libero
  • le modifiche degli ambienti marino costieri, sia a causa dell’innalzamento del livello del mare, sia per l’acuirsi dei fenomeni estremi come le mareggiate, con implicazioni su tutte le attività produttive condotte nei territori costieri e perfino sul patrimonio storico, artistico e culturale (come nel caso di Venezia)
  • le ripercussioni sul sistema socio-economico, non solo per le mutate condizioni di sviluppo economico, ma anche per le mutate opportunità di lavoro e di occupazione delle nuove generazioni e per i maggiori rischi sanitari della popolazione più vulnerabile agli effetti dei cambiamenti del clima.

Cosa può raccontarci, a questo proposito, la storia geologica del nostro Pianeta?

Charles Darwin ha detto: “Considero i dati geologici naturali come la storia del nostro pianeta, conservata in maniera imperfetta e scritta in un dialetto che continuamente cambia; di questa noi possediamo solo l’ultimo volume, che riguarda solo due o tre paesi. Del volume che ci rimane, qua e là abbiamo un singolo capitolo e di ciascuna pagina, solo qualche riga”. Insomma, siamo collezionisti di attimi che ci sono però indispensabili per capire chi siamo, da dove veniamo e cosa possiamo fare per trovare una strada che altri prima di noi hanno dovuto subire, ma mai scegliere. Siamo legati al nostro passato per storia e per caratteristiche ereditarie, ma anche per comunanza nella reazione a stimoli. E sappiamo che la vita, di fronte al motore che la mette in moto, l’estinzione, reagisce in soli 3 modi: si muove, si adatta o si estingue. Ce lo dicono gli affioramenti rocciosi nel mondo: la biodiversità cresce con una certa costanza, ma quando cala, diminuisce bruscamente e in poco tempo. Sono apputno le grandi estinzioni di massa, quelle in cui circa il 60/70% delle specie esistenti sparisce definitivamente.

Negli ultimi secoli c’è però una variabile significativa: la responsabilità dell’uomo nelle scelte che opera, anche quando sceglie di non prendere posizione e di non agire. La consapevolezza dei cambiamenti in corso rende questo momento storico unico al mondo e disegna una cesura fondamentale rispetto agli eventi del passato.

L’attenzione internazionale 

Il tema del cambiamento climatico si è lentamente affacciato nel dibattito internazionale soprattutto nel corso degli anni ‘70, come conseguenza di una progressiva e sempre più puntuale raccolta di informazioni e di dati di carattere scientifico che consentono di leggere con nuove conoscenze l’evoluzione del sistema climatico e la sua interazione con i sistemi ecologici, sociali ed economici. È in questi anni che inizia a essere percepita la problematica ambientale come diretta conseguenza del crescente inquinamento e del degrado dei beni ambientali primari come acqua, aria e suolo, con ricadute che non sono confinabili all’interno di una specifica area o territorio, ma vengono ad assumere una dimensione sempre più ampia, fino a diventare problematiche globali.

Nel 1972 vi sono due eventi che segnano anche cronologicamente l’avvento della questione ambientale: la pubblicazione del rapporto del Club di Roma The Limits of Growth (erroneamente tradotto in italiano con “I limiti dello sviluppo”) che preannuncia un progressivo esaurimento delle risorse ambientali; la prima Conferenza Mondiale dell’ONU sull’Ambiente, a Stoccolma, nel corso della quale la comunità internazionale e gli Stati che la compongono riconoscono l’esistenza di una questione ambientale e la necessità di avviare politiche coordinate su scala internazionale per farvi fronte. A seguito di tale Conferenza la prima azione concreta fu la creazione da parte dell’ONU dell’UNEP (United Nations Environment Programme) il primo organismo internazionale la cui sede fu stabilita a Nairobi, in Kenya e che si fece motore dell’impegno internazionale in materia di ambiente.

A che punto siamo oggi

All’UNEP si deve l’organizzazione della prima Conferenza internazionale sul clima che si tenne a Ginevra nel 1979 e l’istituzione nel 1988 dell’Intergovernamental Panel for Climate Change (IPCC), un gruppo di lavoro composto da scienziati di tutto il mondo per indagare sul fenomeno del cambiamento climatico e sulle sue cause. 

E i risultati? La prima e più importante risposta a livello internazionale si è avuta nel 1992 con la firma della United Nations Framework Concention on Climate Change (UNFCCC), sottoscritta a conclusione della Conferenza Mondiale di Rio de Janeiro su Ambiente e Sviluppo. La Convenzione, entrata in vigore nel 1994, è un accordo quadro nel quale non sono previste misure concrete di contrasto al cambiamento climatico, che verranno invece assunte con il Protocollo di Kyoto del 1997, entrato però in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la decisiva ratifica da parte della Russia. Il Protocollo fa leva su una responsabilità comune ma differenziata, basata sul livello di industrializzazione dei Paesi nel mondo: si pensi che Stati Uniti e Cina sono responsabili di circa 1/3 delle emissioni globali di gas serra, dato che permette di valutare la portata dei tentativi dell’amminsitrazione Trump di vanificare l’intesa bilaterale del novembre 2014 tra Obama e Xi Jinping. Il Protocollo indica le due principali strategie che devono essere perseguite per invertire la rotta, con l’obiettivo di stabilizzare nel corso del 21° secolo la quantità di gas serra emessi in atmosfera dalle attività umane entro una soglia che non interferisca con il sistema climatico. La prima strategia è quella della mitigation (limitazione), che affronta il problema del cambiamento climatico mettendo in campo azioni rivolte, da un lato, a ridurre le emissioni in atmosfera odierne e future e, dall’altro, ad aumentare la capacità di assorbimento da parte dell’ambiente naturale dei gas ad effetto serra (i c.d. sinks, serbatoi, cioè le foreste e i suoli agricoli). Essa si pone l’obiettivo di intervenire a monte del problema, agendo sulle cause dei cambiamenti climatici e proponendo una serie di strumenti da applicare su scala internazionale per ridurre le emissioni. La seconda strategia è quella della adaptation (adattamento) e prevede la messa in campo di interventi per gestire nel modo migliore le conseguenze negative dei cambiamenti climatici in corso sugli ecosistemi naturali e sui sistemi socio-economici. Questa strategia interviene a valle del problema per agire in via preventiva attraverso l’attuazione di adeguate politiche economiche, ambientali, socio-sanitarie, educative, necessarie per difendersi dal cambiamento climatico.

Negli anni si sono avvicendati momenti di riflessione che hanno coinvolto il mondo scientifico e le istituzioni: tra i più recenti (dicembre 2018) la COP24 di Katowice (Polonia, la prima fu a Berlino nel 1995), conferenza sul clima delle Nazioni Unite. Ma se gli interventi ufficiali lavorano allo scoperto all’assunzione di obiettivi a cui pare poi nessuno abbia davvero gli strumenti e la volontà politica di tenere fede, la comunità scientifica si sta attivando contemporaneamente sulle possibili opzioni di sopravvivenza nel caso in cui, com’è probabile, i limiti che ci si è posti vengano superati e la situazione globale venga modificata dal surriscaldamento in maniera irreversibile. Se un generale pessimismo alberga tra scienziati e attivisti di fronte alla cecità della politica, qualcosa in cui sperare ancora rimane. Noi.

Cosa possiamo fare?

Occuparsi di cambiamenti climatici è oggi assolutamente prioritario per tutti. Perché se è vero che per la risoluzione del problema è fondamentale l’impegno dei governi e delle industrie, è altrettanto vero che anche l’impegno quotidiano di ogni singolo cittadino rappresenta la chiave per contenere gli effetti dei cambiamenti in atto. Molte nostre attività quotidiane comportano un consumo di energia più o meno “occulto” e quindi un contributo alle emissioni di gas serra. È sufficiente che ognuno di noi rifletta sulle piccole azioni di ogni giorno? Certamente no, ma aiuta: alcune azioni sono molto semplici, altri sono comportamenti più imepgnativi e virtuosi, ma ognuno può partecipare in prima persona.

Si può contribuire a ridurre il consumo di energia sostituendo per esempio le classiche lampadine a incandescenza con lampadine a basso consumo, ma anche semplicemente usando i coperchi durante la cottura dei nostri cibi (in questo modo si può risparmiare il 60-70% dell’energia necessaria alla loro preparazione). Si può contribuire a ridurre l’immissione di inquinanti nell’aria scegliendo prodotti locali il cui trasporto da brevi distanze causa meno emissioni di gas serra. Si può contribuire a ridurre i rifiuti facendo la raccolta differenziata, ma anche scegliendo prodotti che abbiano meno imballaggi. Si può scegliere di percorrere a piedi o in bicicletta i tragitti brevi (fa anche bene alla salute!) o semplicemente quando possibile preferire il trasporto pubblico. Si può bere l’acqua del rubinetto che è controllata e non comporta spreco di plastica per l’imbottigliamento e di inquinanti per il trasporto. Ci possiamo ricordare di spegnere gli interruttori degli elettrodomestici che non ci servono (per esempio non lasciare in stand byla tv o il pc, oppure lasciare inserito il carica batterie del cellulare quando abbiamo finito di caricarlo) per sprecare meno energia.

Come in molte tematiche ambientali, però, anche il cambiamento climatico è spesso strumentalizzato, esasperato, ridotto a business verde. “Da alcuni anni, ogni mattina il mondo si sveglia sotto la minaccia di una nuova apocalisse. Per gli ecologisti è rappresentata dal cambiamento climatico. Governi, celebrità, organismi internazionali, grandi corporation, piccole ong, si sono lanciate nella lotta contro il cambiamento” ha scritto Martín Caparrós in Non è un cambio di stagione, un libro indispensabile per un approccio critico al problema. Quella di Caparrós è una riflessione attenta, fatta con uno sguardo provocatorio sulle contraddizioni dell’ecologismo esasperato, dell’ambientalismo che si fa business, del principio che si fa moda e che restituisce la parola agli ultimi della terra accompagnandoci ai confini del mondo, là dove il clima è solo uno dei problemi, non sempre il principale. Ma gli esempi di azioni quotidiane che possono avere una ricaduta positiva sulla qualità del nostro ambiente (e quindi delle nostre vite) sono molti di più... quali saranno i tuoi?

Per qualche idea in più, consulta la sezione degli articoli, dove raccogliamo spunti interessanti di buone pratiche… da mettere in pratica!

Bibliografia

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D. Pernigotti, Carbon Footprint – calcolare e comunicare l’impatto dei prodotti sul clima, Edizioni Ambiente, 2011

D. Pernigotti, Il clima (libro per ragazzi/e), Giunti Junior, 2011

G. Dauncey, P. Mazza, Clima tempestoso: 101 soluzioni per ridurre l’effetto serra, Muzzio, 2003

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K. Emanuel, Piccola lezione sul clima, Il Mulino, 2008

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M. Caparrós Non è un cambio di stagione, Verdenero, 2011

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R. Gelbspan, Clima, Baldini &Castoldi, 1998

S. Caserini A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia, Edizioni Ambiente, 2008

S. Castellari e V. Artale a cura di, I cambiamenti climatici in Italia: evidenze, vulnerabilità e impatti, Bononia University Press, 2009

S. Palmieri (a cura di), Il mistero del tempo e del clima: la storia, lo sviluppo, il futuro, CUEN, 2000

V. Piana, Innovative Economic Policies for Climate Change Mitigation, Economics Web Institute, 2012.

Istituzioni, campagne, e organizzazioni

Agenzia nazionale per l’efficienza Energetica (ENEA)

Associazione Italiana di Scienze dell’Atmosfera e Meteorologia (AISAM)

Club of Rome

Conference of States Parties (COP)

European Climate Change Programme (ECCP)

Food and Agricolture Organization of the United Nations (FAO)

Global Atmosphere Watch (GAW)

Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)

Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA)

Protocollo di Kyoto

U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA)

United Nations Framework Concention on Climate Change (UNFCCC)

United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD)

United Nations Development Programme (UNDP)

World meteorological organization (WMO)

Alleanza per il Clima

Climate Action Network International - Campaign against Climate Change (CCC)

Croce RossaItaliana - Climate in Action

Friends of the Earth - Internationale climate campaign

Greenpeace - Salviamo il clima

International Rivers - Wrong Climate for Damming Rivers

Legambiente - Carovana del clima

The Global Call for Climate Action

WWF

Scheda realizzata con il contributo di Matteo Mascia, Alessandro Graziadei e Anna Molinari, aggiornata a febbraio 2019

È vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda “Cambiamento climatico“ di Unimondo: http://www.unimondo.org/Guide/Ambiente/Cambiamento-climatico

Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Internazionali

  • UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change)
  • IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
  • EPA (Environmental Protecion Agency - EPA'S Global warming Site)
  • GCMD (NASA's Global Change Master Directory

Nazionali

Associazioni

Video

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