Tra il dire e il fare c’è di mezzo il viaggiare…

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Immagine: Scuolastore.it

L’idea che la maggior parte delle nostre vacanze possa al massimo definirsi responsabile, ma quasi mai sostenibile, non è una novità. Lo scriviamo da anni, soprattutto per quanto riguarda l’impatto ambientale del trasporto aereo, che rappresenta un fonte di gas serra in rapida e costante crescita.  In realtà dovrebbero preoccuparci tutte le emissioni di CO2 generate dal turismo legato a i mezzi di trasporto visto che tra il 2016 e il 2030 passeranno da 1.597 milioni di tonnellate a 1.998 milioni di tonnellate. Un aumento del 25% che è stato calcolato dal rapporto “Transport Related CO2 Emissions of the Tourism Sector” presentato dall’United Nations world tourism organization (Unwto) e dall’International transport forum (Itf) alla COP25 dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) organizzata lo scorso mese a Madrid. Secondo le Nazioni Unite nel 2018 l’industria turistica ha generato il 10,4% del prodotto interno lordo globale, cioè più di 8,8 trilioni di dollari, ma i cambiamenti climatici mettono a rischio questo modello di sviluppo visto che l’industria dei viaggi rappresenta circa l’8% delle emissioni globali di gas serra che stanno affliggendo il Pianeta. Che fare?

Presentando il rapporto, il direttore esecutivo della Unwto, Manuel Butler, ha sottolineato che “Questo studio esaustivo analizza l’impatto sull’ambiente dei differenti modi di trasporto nel settore turistico. Adesso spetta all’industria turistica, e in particolare ai responsabili delle politiche del turismo, utilizzare efficacemente questi dati in modo che il settore mantenga un ruolo di primo piano nel contrasto dell’emergenza climatica”. Ma basterà questo appello per cambiare le cose? Difficile… È lo stesso Unwto ad ammettere che le emissioni di gas serra del turismo legate ai trasporti “Continueranno a rappresentare un grosso problema, se non esigendo dal settore turistico di cooperare strettamente con quello dei trasporti a sostegno del suo impegno di accelerare il processo di decarbonizzazione. Inoltre, il settore del turismo deve esso stesso fissarsi un livello elevato di ambizione, a completamento dell’azione del settore dei trasporti. Il turismo potrebbe così fare dei progressi per disaccoppiare nettamente la sua espansione da una parte e le sue emissioni dall’altra, a favore di una crescita che risponda agli obiettivi climatici internazionali”. 

Anche il vicesegretario esecutivo dell’Unfccc, Ovais Sarmad, ha evidenziato a Madrid la necessità di raddoppiare gli sforzi e di darsi obiettivi più ambiziosi se si vuole realmente dare un contributo alla mitigazione del cambiamento climatico anche in questo settore: “Il turismo è menzionato in numerosi Nationally Determined Contributions (NDC, gli impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra dei governi) come una grande preoccupazione, ma resta molto da fare. Il settore deve fare di più, ma bisogna che i governi abbiano delle politiche concrete in modo da permettere un’azione collettiva a livello internazionale per elevare il livello di ambizione. A questo riguardo, l’One Planet Sustainable Tourism Programme rappresenta attualmente un meccanismo vitale per promuovere il turismo sostenibile dappertutto nel mondo”. Intervenendo a un evento organizzato alla COP25 dal World Travel and Tourism Council (WTTC) che riunisce le grandi imprese turistiche e di viaggi a livello mondiale, la segretaria esecutiva dell’Unfccc, Patricia Espinosa, ha fatto notare che “Di fronte ai cambiamenti climatici, il settore dei viaggi e del turismo, con i suoi significativi benefici economici e sociali, per sopravvivere e prosperare non ha altra scelta che quella di trasformarsi” perché “Se alcune aziende e industrie non riusciranno ad adeguarsi in questo nuovo mondo, in futuro non esisteranno più”.

Una prospettiva che almeno a parole è chiara anche alla presidente e amministratore delegato del WTTC Gloria Guevara secondo la quale “Clima e ambiente sono la massima priorità”. Per questo il WTTC si è dato l’ambizioso obiettivo di far diventare l’industria turistica climate neutral entro il 2050 e in collaborazione con l’UN Climate Change molte aziende stanno cercando di ridurre il loro impatto sul clima. Come? Nel 2018 il WTTC ha aderito ufficialmente all’United Nations Climate Neutral Now initiative, un’iniziativa avviata dall’Onu nel 2015 che punta a incoraggiare e sostenere l’azione globale per un mondo climate neutral entro la metà del secolo, come prevede l’Accordo di Parigi. Una firma con la quale l’organizzazione globale delle imprese di viaggi e turismo si impegna a misurare le emissioni di gas serra, ridurle (sempre e purtroppo con la clausola “per quanto possibile”) e compensare il resto, promuovendo nel contempo lo stesso regime climate-friendly tra i suoi 150 aderenti in tutto il mondo. Per questo dopo aver firmato nel settembre dello scorso anno a New York un Sustainability Action Plan che punta ad aiutare l’industria turistica a realizzare i suoi obiettivi climatici, il WTTC a Madrid ha presentato il suo Climate & Environment Action Plan che, per raggiungere la carbon neutrality entro il 2050 “fisserà obiettivi scientifici, misure di efficienza energetica, energie rinnovabili e iniziative per ridurre l’uso di materie plastiche, rifiuti alimentari e altro”. 

Per la Guevara “Molti dei nostri membri sono già campioni nelle pratiche commerciali sostenibili”. Tuttavia, anche se molti soci del WTTC hanno già fatto passi avanti nelle pratiche commerciali sostenibili, come Marriott che si è impegnata a eliminare agli articoli da toeletta in plastica monouso entro il 2020 e Intrepid Travel Group che diventerà la prima compagnia di viaggi climate positive, la strada è ancora lunga e le promesse di questo settore, come in passato, lasciano non pochi dubbi attorno all'effettiva volontà di cambiamento.  Niclas Svenningsen, manager per la global climate action del segretariato Unfccc si è detto fiducioso: “Questo vasto settore contribuisce a fornire un numero significativo di posti di lavoro e di reddito oltre a consentire la diffusione di istruzione, sanità e altri servizi in comunità altrimenti svantaggiate. Ciò nonostante, come quasi tutti gli altri settori della società, ha anche un’impronta climatica significativa. Tuttavia, come sarebbe irrealistico smettere di mangiare, smettere di lavare i vestiti o smettere di usare energia, altrettanto sarebbe smettere di viaggiare. La soluzione è invece trovare modi per farlo in modi più rispettosi del clima, in modo che i benefici del viaggio possano essere ottenuti senza influire negativamente sul clima”. Sarà possibile? Tra il dire e il fare c’è di mezzo il viaggiare e ancor prima un'idea di sviluppo scorsoio dipendente esclusivamente dal profitto.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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