La "sindrome della foresta vuota"

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Foto: Tg24.sky.it

Il progetto delle Nazioni Unite Reducing emissions from deforestation and forest degradation, meglio noto con la sigla di REDD, è dal 2004 al centro delle iniziative della comunità internazionale per combattere il cambiamento climatico attraverso la lotta alla deforestazione e l’impegno alla conservazione delle foreste. Il REDD, che nel 2015 è stato aggiornato prendendo l’attuale forma del REDD+, è da sempre considerato un ambizioso programma planetario di tutela ambientale e rappresenta un risultato politico importante per indirizzare lo sviluppo verso criteri il più possibile sostenibili. Eppure il REDD+ è stato spesso criticato da ambientalisti e scienziati, come hanno recentemente fatto il biologo svedese Torsten Krause dell’università di Lund e l’economista danese Martin Reinhardt Nielsen dell’università di Copenhagen, che lo scorso 18 aprile su Forests hanno pubblicato lo studio “Not Seeing the Forest for the Trees: The Oversight of Defaunation in REDD+ and Global Forest Governance” sostenendo che al REDD+ manca da sempre qualcosa di essenziale: gli animali.

Secondo i due studiosi in molte delle analisi e strategie conservative proprie del REDD+ c'è un errore di fondo: “Gli ecosistemi forestali vengono ridotti al loro contenuto di carbonio. Nonostante la retorica sui benefici della biodiversità, la fauna non viene considerata una componente funzionale delle foreste”. Eppure lo è! In tutto il mondo in via di sviluppo, nelle foreste la caccia eccessiva ha ridotto drasticamente le popolazioni di mammiferi di grandi e medie dimensioni. Questo fenomeno ha portato a quello che alcuni scienziati chiamano la “sindrome della foresta vuota” ed è stato documentato in febbraio anche dallo studio “Are we eating the world’s megafauna to extinction?”, pubblicato su Conservation Letters da un team internazionale di ricercatori come la maggior parte degli animali di grandi dimensioni scompaiono non solo per via della perdita del loro habitat, ma anche perché “ce li stiamo letteralmente mangiando tutti a causa dell’aumento del consumo di carne”.

Un fenomeno preoccupante non solo per la perdita di biodiversità animale, ma anche per la riduzione del potenziale di stoccaggio del carbonio delle foreste a causa della diminuzione della biodiversità vegetale. I mammiferi in via di estinzione, infatti, sono proprio quelli che mangiano i frutti degli alberi più grandi e che ne disperdono con le feci i semi nelle foreste insieme a una buona dose di fertilizzante. Interrompere o limitare la diffusione dei semi degli alberi più grandi provoca normalmente un calo della biomassa totale e quindi una diminuzione dello stoccaggio di carbonio. Per gli scienziati siamo davanti ad un processo complesso e le stime scientifiche sulla diminuzione della biomassa a causa della defaunazione non sono ancora così affidabili visto che variano da una incidenza negativa minima del 3% a una massima del 38%. Tuttavia per Krause e Nielsen una cosa è certa: “La defaunazione minerà gli sforzi di REDD+ per la mitigazione dei cambiamenti climatici" e "La caccia nelle foreste tropicali costituisce una seria e sottovalutata minaccia per il clima”.

Fino ad oggi i documenti di pianificazione REDD+ di alto livello e gli sforzi nazionali di implementazione delle foreste si sono basati in gran parte sulle misurazioni satellitari della copertura forestale, mentre sia la biodiversità che la defaunazione (con le conseguenti implicazioni per lo stoccaggio del carbonio) hanno ricevuto solo un’attenzione episodica. Anche i rapporti annuali della Forest Carbon Partnership Facility, una coalizione di governi, imprese, società civile e popoli indigeni che fanno attività per il REDD+, non entrano mai nel dettaglio di ciò che costituisce la biodiversità e non menzionano la caccia come una minaccia per le foreste. Per Krause e Nielsen solo nei progetti locali sub-nazionali è possibile rintracciare riferimenti espliciti al rapporto tra la biodiversità e la caccia, ma anche qui “Il collegamento con lo stoccaggio del carbonio è raramente esplicitato”. Come mai? Per lo studio pubblicato su Forests “La biodiversità avrebbe aggiunto un'ulteriore livello di complessità ai negoziati REDD+, già criticati per essere eccessivamente tecnici e complicati. Bastava sperare che la semplice protezione delle foreste avrebbe salvaguardato anche gli animali che ci vivevano”. Purtroppo non è così e sperare che la copertura forestale e la protezione dell’habitat equivalgano a un’efficace conservazione della biodiversità è un paradigma che deve essere messo in discussione seriamente.

Una posizione che lo scorso mese è stata messa nero su bianco anche dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes), l'organismo Onu sulla biodiversità che sì è riunito a Parigi, e  in un rapporto di 1800 pagine, frutto di tre anni di censimenti e l'analisi di migliaia di dati da parte di diverse centinaia di esperti, ha concluso che se andiamo avanti di questo passo, ed è un buon passo, “in tempi relativamente brevi un milione di animali e vegetali scompariranno dalla Terra e dagli oceani per colpa dell'uomo”, responsabile di un'offensiva nel confronti della biodiversità che gli scienziati definiscono “senza precedenti”. Il documento di sintesi, approvato all'unanimità dai delegati di 130 nazioni, rappresenta oggi il più vasto consesso scientifico e politico sullo stato della biodiversità mondiale e decreta che “Stiamo erodendo i pilastri stessi delle nostre economie, i nostri mezzi di sostentamento, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità di vita del mondo intero”. Per questo a margine della riunione di Parigi, 600 attivisti e ong in difesa della biodiversità di 50 Paesi diversi hanno firmato una lettera aperta per chiedere ai governi “un'azione urgente tesa ad arginare la crisi bio-climatica”. Per i firmatari della lettera “Siamo ancora in tempo per proteggere quanto rimane e cominciare a ripristinare la natura, ma per questo dobbiamo cambiare radicalmente stile di vita”. Servirebbero solo leader politici capaci di azioni di tutela ambientale decisive e ambiziose, ma se ci sono non vengono votati.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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