La salvaguardia dell’alto mare è “in alto mare”

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Dove passiamo noi non cresce più l’erba e spesso nemmeno le alghe visto che a causa dell’attività antropica, la stragrande maggioranza degli oceani del mondo non può più essere considerato intatto. Questo è quello che emerge dallo studio “The Location and Protection Status of Earth’s Diminishing Marine Wilderness”, pubblicato su Current Biology  lo scorso 26 luglio da un team di ricercatori australiani, statunitensi, britannici e canadesi che ha messo nero su bianco come “solo il 13% dell’oceano può ancora essere classificato come un’area selvaggia dove l’impronta umana è ininfluente”. Per identificare queste ultime aree marine incontaminate, il team internazionale di ricercatori ha utilizzato dati riguardanti 19 fattori di stress antropici per l’oceano, tra cui il trasporto di merci, il deflusso di sedimenti inquinanti, il cambiamento climatico e diversi tipi di pesca, scoprendo che ormai la maggior parte della natura marina selvaggia si trova solo nell’Artico e nell’Antartico o nelle barriere coralline di isole remote del Pacifico, come quelle della Polinesia francese, dove le poche attività umane presenti nelle fasce costiere non hanno ancora alterato gli ecosistemi.

Per uno degli autori dello studio Kendall Jones, membro della Wildlife Conservation Society (Wcs) e ricercatore dell’università del Queensland, “Le aree marine che possono essere considerate incontaminate stanno diventando sempre più rare, poiché le flotte di pesca e quelle commerciali hanno esteso la loro portata a quasi tutti gli oceani del mondo e il deflusso degli inquinanti ha già distrutto molte aree costiere”. Il costante progresso nella tecnologia navale, l’inquinamento che soffoca gli oceani e quello che lo intasa di plastica sono però destinati, in futuro, a minacciare seriamente anche le aree più remote del Pianeta, compresi quei luoghi ricoperti di ghiaccio che sono ora quasi inaccessibili all’uomo. Secondo James Watson anch’esso dell’università del Queensland, direttore scientifico Wcs e autore senior dello studio, “I risultati evidenziano l’immediata necessità di politiche di conservazione per riconoscere e proteggere i valori unici delle zone incontaminate. Le aree marine selvagge ospitano livelli di vita ineguagliabili, con una grande quantità di specie e un’elevata biodiversità, dando loro la capacità di resistere a minacce come i cambiamenti climatici. Sappiamo che queste aree marine selvagge sono in declino e che la loro protezione deve essere al centro di accordi ambientali multilaterali. In caso contrario, probabilmente scompariranno entro 50 anni”.

Che fare per impedire questa deriva anti-ecologica? Prima di tutto occorre ripartire dalle regole. Per gli autori dello studio, infatti, “La conservazione delle zone marine richiede anche una regolamentazione dell’alto mare, che storicamente si è dimostrata difficile poiché nessun Paese ha giurisdizione su queste aree”. Per i ricercatori qualcosa a livello internazionale si sta muovendo proprio in questa direzione: “Alla fine dell’anno scorso le Nazioni Unite hanno iniziato a sviluppare un trattato legalmente vincolante per la salvaguardia dell’alto mare: che è in pratica un Accordo di Parigi per l’oceano. Questo accordo avrebbe il potere di proteggere vaste aree di alto mare e potrebbe essere il nostro colpo migliore per salvare alcune degli ultimi territori marini selvaggi della Terra” hanno concluso i ricercatori. Intanto, mentre la salvaguardia dell’alto mare è ancora “in alto mare”, lungo le coste italiane non tutto sembra perduto visto che quest’estate sono stati individuati numerosi nuovi nidi di tartaruga marina segnalati e messi sotto osservazione da Lampedusa a Montalto di Castro (Vt), da Pisticci (Mt) a San Vincenzo (Li), passando per Pollica (Sa), Lecce e Brancaleone (RC). 

Per lo staff del progetto TartaLife  le tartarughe marine sembrano essere tornate a scegliere spiagge italiane tranquille e pulite, poco antropizzate e il più possibile naturali, proprio come fa la maggior parte dei turisti, spesso attratti dalla natura e dal paesaggio per poter passare le vacanze in relax e contornati dalla bellezza”.  Non a caso il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, ha ricordato, commentando il ritorno delle tartarughe Carretta Carretta su alcuni litorali italiani, come “Un ambiente salubre per le tartarughe marine sia anche un luogo ideale per il turista. Per questo è importante sensibilizzare i turisti, ma anche amministratori e gestori delle spiagge affinché possano contribuire a mantenere l’ambiente costiero il più possibile integro e pulito, senza immettere nulla di estraneo, che siano piante non autoctone e magari invasive o sostanze chimiche inquinanti, e senza alterare la forma dell’arenile”.  Per Alessandro Lucchetti, del Cnr-Ismar, capofila del progetto, oltre a preservare i lidi di deposizione delle uova, è importante anche stimolare la collaborazione dei pescatori e “da inizio progetto abbiamo osservato un netto cambio di direzione da parte dei pescatori, che ora collaborano sempre più attivamente con noi"

Il progetto TartaLife, che si pone l’obiettivo di tutelare le tartarughe marine nelle 15 regioni italiane che si affacciano sul mare e di ridurne la mortalità dovute alle attività di pesca professionale, da alcuni anni sta portando avanti anche delle azioni di divulgazione e formazione, sia delle amministrazioni, che dei turisti, per certificare nel Belpaese “i lidi amici delle tartarughe”. Anche se con qualche fatica sono sempre di più i centri che hanno deciso di abbracciare alcune regole di rispetto dell’ambiente e buon senso per il bene delle tartarughe marine. Come? Se le amministrazioni si sono impegnate a non utilizzare erbicidi e rispettare le vegetazioni autoctone, evitando l’occupazione degli arenili con strutture fisse, vie di accesso carrabili e movimenti terra, prediligendo la pulizia manuale rispetto a quella meccanica, da noi turisti ci si aspetta il rispetto di poche e semplici regole come: “evitare l’accensione di fuochi e il campeggio in spiaggia, l’abbandono dei rifiuti e soprattutto l’accesso nei siti sensibili alla deposizione delle uova nella fascia notturna fino alle ore 6.00 del mattino”. In questo modo quest'ultimo scampolo di estate italiana 2018 si preannuncia ancora piena di lieti eventi, utili alla salvaguardia delle tartarughe marine e alla biodiversità del Mare Nostrum.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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