La plastica è per sempre (come i diamanti)

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Lego a tema marino fuoriuscito dalla Tokyo Express - Foto: Corriere.it

Sicuramente chi ha avuto la fortuna ed il piacere di passare alcuni giorni al mare si sarà imbattuto, passeggiando in spiaggia, in una delle più grandi piaghe contemporanee: l’inquinamento da plastica. C’è chi forse ha avvistato una delle celebri 28.000 paperelle di plastica naufragate nell’Oceano Pacifico, assieme al container che le trasportava nel 1992, e che ancora beccheggiano tra le onde e le spiagge di tutto il mondo (in questo caso sappiate che l’azienda produttrice la The First Years ha messo una taglia-premio sulla loro cattura, pagando profumatamente i potenziali cacciatori delle papere galleggianti) oppure si è imbattuto in un’insolita collezione di soggetti Lego a tema marino fuoriusciti da uno dei 62 container persi in mare dalla nave cargo Tokyo Express nel febbraio del 1997, e che ora vagava per l’oceano dopo essere rimasti intrappolati per anni sui fondali marini. Nelle sue mille differenti forme, colori e ormai “ex applicazioni” (il mio ultimo avvistamento sulle coste greche è stata la testa di una Barbie-naufraga) la plastica popola ormai i nostri mari da quando nel 1907 il chimico belga Leo Baekeland riuscì ad ottenere per condensazione tra fenolo e formaldeide la prima resina termoindurente di origine sintetica, che brevetterà nel 1910 con il nome di Bakelite. Erano gli albori del boom della plastica. 

Il nuovo materiale ha avuto un successo travolgente e la Bakelite è diventata in breve e per molti anni la materia plastica più diffusa ed utilizzata trasformandosi e “perfezionandosi” negli anni con l’introduzione nel 1912 del polivinilcloruro (il famoso PVC che avrà grandissimi sviluppi industriali solo molti anni dopo) e un anno dopo, nel 1913, del Cellophane. Al servizio di industriali e consumatori arriveranno nel corso del ‘900 il nylon (poliammide), un materiale che si diffonderà con la seconda guerra mondiale al seguito delle truppe americane trovando una infinita quantità di applicazioni, grazie alle sue caratteristiche che lo rendono assolutamente funzionale all’industria tessile e il polietilene tereftalato (PET) con il brevetto della prima bottiglia come contenitore per le bevande gassate. Un’ascesa quella della plastica che conta anche un Nobel nel 1963: quello di Giulio Natta con il Polipropilene isotattico, a coronamento degli studi sui catalizzatori di polimerizzazione dell’etilene ricevuto insieme al Tedesco Karl Ziegler, che l’anno precedente aveva isolato il polietilene. I decenni successivi sono quelli della grande crescita tecnologica, della progressiva affermazione per applicazioni sempre più sofisticate ed impensabili, grazie allo sviluppo dei così detti “tecnopolimeri”.

Fino a qui si tratta di un grande successo industriale e commerciale, ma a che prezzo? Quello di una enorme discarica di plastica nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico formatasi negli anni grazie alle correnti ribattezzata “l’Isola dei rifiuti” e meglio conosciuta come “Pacific Trash Vortex”. Un’isola dello scempio, un monumento al disastro grande quanto il Canada. Ad avvistarla per primo nel 1997, è stato Charles Moore, navigatore, ambientalista e padre della Fondazione americana Algalita Marine Research Foundation per la protezione dell’ambiente marino, che ha iniziato a indagare i processi di trasformazione dei rifiuti, esplorando i loro effetti strazianti sull’ecosistema. “Mi sono trovato di fronte ad un’immensa distesa di plastica, a vista d’uomo non c’era altro che plastica,” ha dichiarato Moore ricordando la scoperta nel suo libro L’Oceano di plastica. “Durante la settimana che ci abbiamo messo per attraversarla, a qualsiasi ora del giorno, vedevamo rifiuti che galleggiavano ovunque: bottiglie, tappi di bottiglia, confezioni e frammenti di plastica. La metà di essi erano solo minuscoli frammenti di difficile identificazione”. Sotto la superficie dell’acqua, fino ad una profondità di 10 metri, c’erano una miriade di minuscoli frammenti di plastica, di diversi colori, che galleggiavano vorticando come fiocchi di neve o cibo per pesci.  "Abbiamo trovato una quantità di plastica sei volte superiore al plancton […] Nessuno aveva ancora idea di ciò che stesse accadendo, né delle possibili conseguenze per l’ecosistema marino, né ancora della provenienza di tutti questi rifiuti”. 

Greenpeace ha stimato che il 10% della plastica prodotta ogni anno finisce negli Oceani e secondo il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, nel mondo oltre un milione di uccelli marini e 100.000 mammiferi e tartarughe marini muoiono ogni anno perché ingeriscono plastica scambiandola per prede o perché restano impigliati nei rifiuti. 
Negli anni sono state intraprese diverse iniziative per studiare il fenomeno e limitare questo disastro ambientale. Lo stesso Moore con il suo team di ricercatori ha continuato a bordo della ORV Alguita, a viaggiare verso le regioni più remote dell’Oceano Pacifico per studiare l’inquinamento marino scoprendo che l’enorme quantità di plastica, dispersa nei mari, produce particelle nocive che vengono liberate nelle acque, contaminando i pesci ed altri organismi marini, i quali, a loro volta, trattengono sostanze come il policarbonato plastico (PCB), la diossina, il polivinilepolidrato (PVC)  ed altre molecole, “così allorquando l’essere umano viene ad alimentarsi con le carni ittiche contaminate, può andare incontro a malattie neoplastiche”. Dello stesso avviso è anche la Prof. Shanna Swan del centro di epidemiologia riproduttiva di Rochester secondo la quale “Quello che ci preoccupa è la diffusione globale di queste sostanze plastiche e l’ampiezza del numero di persone, colpite dai loro effetti; la comunità scientifica internazionale ha raggiunto, infatti, la certezza che queste sostanze porteranno conseguenze negative, trasmissibili da generazione in generazione, mutando, sebbene gradualmente, il patrimonio genetico dell’uomo”. 

Un tema quello dell'inquinamento da sostanze plastiche che ha toccato anche Pino Cacucci nel suo ultimo libro Mahahual che racconta (oltre ai personaggi storici descritti con la solita maestria) come quest’oasi messicana di bellezza inestimabile nel Quintana Roo sia un “paradiso non riciclabile” che vive, per uno strano gioco di correnti, costantemente immersa in grandi quantità di plastica provenienti da tutto il mondo e come la Fundacion Mahahual e la gente del posto stia cercando di proteggere l’ecosistema da questa minaccia. Oggi, infatti, ci sono più di 100 milioni di tonnellate di plastica che galleggiano negli oceani ed è quasi impossibile smaltirle. La plastica, infatti, è per sempre (come i diamanti) e anche se smettessimo di produrla domani stesso, il pianeta dovrebbe affrontare le sue conseguenze ambientali per migliaia di anni, visto che sul fondo degli oceani si stima che finisca il 70% dei detriti di plastica che si trovano nei mari. Quello che vediamo in superficie e sulle spiagge è, quindi, solo la punta di un iceberg. L’unica soluzione è un uso responsabile di tutti i materiali plastici e il costante riciclaggio di qualsiasi prodotto! Una soluzione che può portare molteplici benefici: dalla riduzione del danno economico che penalizza l’industria del turismo e della pesca, di vitale importanza per molti paesi in via di sviluppo, alle opportunità di innovazione per le imprese, oltre che alla salvaguardia della salute umana. In ballo, infatti, c’è molto di più di una passeggiata su una spiaggia pulita.

Alessandro Graziadei

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