I diritti dei meninos de rua calpestati anche nell’anniversario che li celebra

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Foto: Vita.it

Rio de Janeiro - Per mettere il mondo davanti alla loro realtà, hanno scelto lo stesso evento per il quale la polizia di Rio de Janeiro vorrebbe farli sparire: le Olimpiadi. La scelta delle discipline è stata ampia anche se non proprio canonica. Si va dai classici calcio e corsa agli innovativi scacchi e dama. Del resto, nonostante il logo rigoroso, si percepisce subito che quelle celebrate ieri a Rio sono pre-Olimpiadi 'stravaganti'.

Basta leggere la lista dei partecipanti: tutti sotto i 24 anni. I più piccoli ne avevano sei. E, a parte qualche broncio, vincitori e sconfitti hanno celebrato con la stessa esultanza. In fondo, le Pre Olimpiadi dell’Infanzia – organizzate dall’associazione São Martinho e dalla Red Rio Criança – non dovevano essere una gara, bensì una grande festa. Un omaggio agli abitanti più invisibili della Cidade Maravilhosa, tornati di recente sotto i riflettori internazionali in seguito alla denuncia delle Nazioni Unite del 9 ottobre scorso.

Allora il mondo ha (ri)scoperto i “meninos da rua” (bambini di strada), vittime – secondo il comitato di esperti delle Nazioni Unite – di una sorta di 'pulizia sociale' da parte di autorità e squadroni della morte in vista dei Giochi del 2016, come denuncia Sara Oviedo, Vice Presidente del Comitato ONU. Gruppi legali e illegali cercano di far scomparire bimbi e ragazzi senza fissa dimora dal centro, per non 'urtare' la sensibilità dell’atteso flusso di turisti. Questi, però, esistono e resistono.

Un durissimo atto di accusa delle Nazioni unite verso le autorità brasiliane getta un’ombra inquietante anche sulle prossime Olimpiadi: secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia la polizia starebbe uccidendo bambini e adolescenti per «ripulire» le metropoli, e soprattutto Rio de Janeiro, in vista dei Giochi del 2016. In base a informazioni raccolte dai media verde-oro, tra cui il quotidiano Estado de S.Paulo, il Comitato con sede a Ginevra ha appena pubblicato un allarmante rapporto sulla condizione della gioventù nel Paese sudamericano. Il tutto all’indomani della divulgazione del nono Annuario brasiliano di pubblica sicurezza, che pure ha mostrato un crescente aumento degli omicidi nel 2014: 58.559, contro i 55.878 registrati nel 2013.

Per l’organo delle Nazioni unite, le forze dell’ordine sono direttamente coinvolte nell’«elevato numero di esecuzioni sommarie di bambini», spesso accompagnate dall’impunità dei responsabili. La violenza nei confronti dei minorenni sarebbe ancor più visibile a Rio de Janeiro, dove «esiste un’ondata di “pulizia” che mira alle Olimpiadi per presentare al mondo una città senza questi problemi», ha dichiarato la vice-presidente del Comitato, Renate Winter. Denunce di questo tipo - viene sostenuto - si sono moltiplicate in occasione dei mega-eventi sportivi organizzati nel Paese.

«Abbiamo già visto episodi simili durante i Mondiali del 2014 e ora chiediamo che il fenomeno venga subito corretto per evitare che si ripeta», ha affermato il perito Onu, Gehad Madi. E con le 'Pre Olimpiadi' dei meninos de rua, organizzate proprio nel cuore dell’elegante zona Sud, a Flamengo, hanno voluto gridare tale presenza. Il 'bastione' deimeninos, in realtà, è poco più in là, nel quartiere storico di Lapa. Dove non a caso, trent’anni fa, è nata, grazie al contributo dei carmelitani, l’associazione São Martinho, la principale nell’assistenza all’infanzia senza casa.

Almeno 300 ragazzini, ogni sei mesi, sono coinvolti nei progetti dell’organizzazione. Circa la metà di questi, raccontano, a bassa voce, di aver subito aggressioni e violenze da parte della polizia. «Si tratta di differenti tipi di angherie, dall’arresto arbitrario al pestaggio. Non si tratta, purtroppo, di un fenomeno nuovo. Stiamo, però, notando, nel quotidiano, un aumento dei soprusi», spiega ad Avvenire Valdinei Martins, responsabile dei progetti sociali della São Martinho, confermando le accuse dell’Onu. Non esistono dati certi, né potrebbe essere diversamente. I bimbi di strada hanno troppa paura per sporgere denuncia. Solo chi lavora con e per loro, dunque, ha il polso reale della situazione.

Uno dei momenti cruciali è stata, quasi due anni fa, l’avvio dell’operazione 'Lapa presente' da parte dell’amministrazione municipale. Sulla carta, il progetto prevedeva una serie di misure per 'riqualificare' la zona. Nella pratica, però, si è tradotto in un aumento della pressione sul 'popolo della strada'. In particolare sui minori. «Il fatto è che la società è diventata molto più violenta. Per una serie di fattori: la recessione, il rischio della nuova classe media di scivolare ancora una volta nella povertà, la frustrazione dopo il boom – aggiunge Martins –. I ragazzini poveri e sbandati sono il capro espiatorio perfetto».

La maggior parte di quelli che dormono sui marciapiedi di Rio vengono dalle favelas, in fuga spesso da situazioni familiari difficili, esacerbate dall’emarginazione. «Segno che le favelas sono ancora 'mondi a parte', rispetto all’asfalto, come chiamiamo il resto della città», dice Martins. Il piano di pacificazione delle baraccopoli di Rio, iniziato nel 2008, ha funzionato solo in parte. I servizi promessi – migliori scuole, ospedale, centri sociali – sono rimasti, spesso, un’utopia. I maggiori investimenti si sono concentrati sulla sicurezza. Con effetti 'imprevisti'. Man mano che la polizia 'riconquistava' gli slum della turistica zona sud – vicina agli stadi dei Mondiali e agli impianti olimpici – i tre principali gruppi criminali, in perenne lotta fra loro – Comando Vermelho, Terceiro Comando e Amigos dos Amigos – espulsi, sono migrati verso nord, l’area industriale, e la Baixada, la popolosa cintura urbana. «Non a caso, qua la violenza si è fatta quotidiana e feroce – racconta don Renato Chiera, missionario italiano da decenni residente nella Baixada, dove ha creato la Casa do Menor –. Il 2 novembre, ho fatto la solita celebrazione al cimitero. Mi hanno chiesto di ricordare 56 adolescenti ammazzati nelle ultime settimane negli scontri fra bande». Non si tratta in questo caso, di meninos da rua bensì di baby-narcos. E questa è l’altra faccia di una medesima medaglia, l’emergenza infanzia. Don Renato parla, con tono preoccupato, di «genocidio».

«L'omicidio è la prima causa di morte di giovani e giovanissimi in Brasile. Oltre la metà dei quasi 60mila assassinati nell’ultimo anno, avevano tra 15 e 29 anni. La maggior parte erano neri, poveri, con un basso livello di istruzione – afferma la senatrice Lidice da Mata, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno –. Tra il 1980 e il 2013, il numero di adolescenti uccisi è cresciuto del 640 per cento». Solo tra il 2006 e il 2012, ne sono stati ammazzati oltre 33.500. Negli ultimi due anni, in media, vengono uccisi 10 ragazzini al giorno. Il perché riguarda l’evoluzione del panorama criminale e della figura stessa dei meninos da rua. Nessuno sa quanti siano realmente questi ultimi. L’Onu parla di 150 milioni di bimbi senza fissa dimora nel mondo. In tutto il Brasile, le Ong stimano, per difetto, una cifra intorno ai 22-24mila. A Rio si parla di diverse centinaia, forse un migliaio.

Numeri, comunque, di gran lunga inferiori rispetto agli anni Novanta. La ragione è duplice. Da una parte, il Paese ha fatto indubbiamente enormi progressi sociali. Dall’altra, però – e questo spiega la strage – i meninosemarginati vengono tolti dalla strada dai gruppi criminali, la cui espansione è evidente. Nel giro di cinque anni, il crack ha invaso il Brasile. I narcos – legati spesso ai grandi cartelli della droga messicani – si sono rafforzati e hanno incrementato il reclutamento dei minori, impiegati come 'carne da cannone' negli scontri con le bande nemiche.

Solo a Rio, l’esercito dei baby criminali sfiora quota 50mila. Da qui, la drammatica equazione tra ragazzino povero e 'delinquente'. L’aumento dell’intolleranza nei confronti dei minori emarginati spiega la campagna per la riduzione a 16 anni dell’età per essere processati e condannati come adulti.

«Misure inutili, oltre che dannose – spiega Cristiano Morsolin, esperto di educazione di strada prima nelle periferie d’Italia e, dal 2001, in America Latina –. La giusta direzione è quella di investire sul sociale. Il Brasile lo ha messo in pratica in 20 anni e, facendo proprie le buone pratiche della società civile, ha ridotto l’emarginazione infantile anche attraverso programmi governativi come Fome Zero e Bolsa Famiglia che dimostrano come le politiche progressiste possono ottenere importanti risultati contro la poverta’, in controtendenza rispetto a interventi assistenzialisti delle metropoli governate dalla destra come per esempio Rio de Janeiro (che ora fa bloccare dalla polizia municipale gli autobus che provengono dalle favelas per non permettere ai bambini e adolescenti delle periferie di arrivare nelle spiagge per turisti come Ipanema). È un processo lungo. Lo Stato, però, deve proseguire su questa strada, senza cedere a pericolose scorciatoie nell’illusione di avere 'sicurezza subito'». Morsolin, insieme a 74 esperti internazionali, è il promotore di una lettera aperta all’Onu in cui vengono elencate una serie di misure, testate sul campo dagli operatori sociali, per aiutare l’infanzia abbandonata. «A partire proprio dal nostro documento, ora, le Nazioni Unite stanno elaborando un rapporto mondiale che sarà pronto fra due anni», dice Morsolin a Lucia Capuzzi.

A quel punto, le Olimpiadi di Rio saranno già archiviate. «Speriamo solo – conclude Martins – che i meninos da rua non tornino ad essere invisibili. Che quanti vengano per i Giochi abbiano il coraggio di guardare la città reale. E che la pressione internazionale costringa le autorità a prendere decisioni giuste».

Va ricordato che in occasione della Giornata Internazionale dei bambini/e in situazione di strada del 12 aprile 2015, la Relatrice Onu sullo sfruttamento sessuale dei bambini Maud de Boer-Buquicchio e la Relatrice ONU per il diritto alla casa adeguata Leilani Farha hanno dichiarato:“Sono abbandonati, rifiutati, espulsi: forse 150 milioni di bambini/e in situazione di strada in tutto il mondo soffrono grandi violazioni dei loro diritti, senza essere considerati”, spiegano gli esperti Onu. Questi bambini e bambine scappano dalla povertà, da famiglie distrutte, dalla violenza domestica, da conflitti e guerre. Scappano in strada perché semplicemente non c’é un’altro luogo dove andare. Una volta in strada soffrono discriminazioni e stigmatizzazioni. «Una chiave per cambiare le vite dei bambini di strada e’ garantire la loro partecipazione in programmi e in politiche fondate sui diritti umani, garantendo una casa adecuata e l’accesso alla educazione», sottolineano. Le esperte Onu sollecitano gli Stati ad appoggiare i bambini e le bambine in situazione di strada attraverso interventi specializzati per assicurare che i loro diritti, incluso il diritto a non soffrire violenze e discriminazioni, così come il diritto ad una casa decente, siano garantiti. «I bambini e le bambine di strada sono titolari di diritti stabiliti nella Convenzione del 1989 e per questo devono essere tenuti in considerazione», concludono Maud de Boer-Buquicchio e Leilani Farha.

In questa stessa ottica si colloca la lettera aperta all’Onu firmata da 74 esperti di tutto il mondo da me promossa, che hanno sottolineato che: «L’insieme delle indagini sociologiche e le esperienze in questi ultimi 30 anni dimostra che l’esperienza dei bambini/e che vivono e lavorano in strada, va ben oltre le tattiche limitate e i comportamenti di “rischio”. Include gli encomiabili sforzi e le lotte per far fronte nella vita quotidiana ad ambiente adversi, sviluppando relazioni solidali con altri bambini e adulti. (...) Esiste una varietà di punti di vista per mettere a fuoco le diverse questioni relative alla vita dei bambini/e che vivono e lavorano in strada. Non ci devono essere barriere teoriche e concettuali per la costruzione di un quadro flessibile di riferimento. L’intervento e la ricerca analizzano diversi aspetti e problemi dei bambini. La costruzione di un quadro adeguato è possibile attraverso una rete di esperti (del mondo universitario, delle ONG e delle agenzie ONU) che lavorino insieme. Negli Anni ‘90 questo dialogo fruttuoso è stato realizzato dal Gruppo di lavoro internazionale sul lavoro minorile IWGCL. Crediamo che si debba andare avanti in questa direzione. Crediamo che sia vitale che tutti i punti di vista e le varie metodologie si riflettano in questo percorso attivato dalle Nazioni Unite».

Di queste tematiche abbiamo discusso la prima settimana di settembre all’Universita’ Federal de Espirito Santo UFES di Vitoria insieme a esperti internazionali come Veronica Muller, docente dell’Universita’ di Maringa, Jacyara Silva de Paiva – docente UFES, Roberto da Silva, professore dell’Universita’ di San Paolo USP che – a partire dal riconoscimento delle buone pratiche promosse dal Movimento Nacional Meninos e Meninas de Rua de Brasil stanno costruendo un dialogo innovatore tra i saperi accademici e i saperi dei movimenti sociali che resistono nelle grandi periferie brasiliane e dimostrano una via d’uscita all’esclusione.

Cristiano Morsolin da Vita.it

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