Comunicare la disabilità, senza lacrime superflue

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Alex Zanardi e Bebe Vio - Foto: Ultramaratone.maratone.dintorni.over-blog.it

"Ironia intelligente e leggerezza, quando utile, e un approccio pragmatico sia alle difficoltà che alle soluzioni disponibili, stando lontani dall’invadenza emozionale. Ecco registri e atteggiamenti che, tra infotainment debordante e caccia ossessiva all’ audience, spesso non trovo nel racconto mediatico della disabilità in Italia (dove pure qualche progresso si è visto in alcuni programmi tv non strettamente giornalistici, come la fiction È arrivata la felicità – dove un ragazzino con sindrome di Asperger è protagonista – o il docu-reality Hotel 6 stelle sulla prima esperienza di lavoro per alcune persone con sindrome di Down)".

E' l'analisi di Corrado Fontana, milanese, 44 anni, già collaboratore di giornali cartacei e testate web (tra cui Affaritaliani.it e Corriere.it), nonché caposervizio delle pagine sulla disabilità di Televideo. Oggi è assistente di redazione a Mediaset e giornalista per Valori, mensile di finanza etica, economia sociale e sostenibilità, si sposta con una carrozzina elettrica. E' una delle voci del  dossier "Niente stereotipi, per favore", a il numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle ( anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disabli..

"La nostra società dell’informazione necessita di aggiornare la percezione che il pubblico ha delle persone con disabilità (parola ingannevole, che nasconde una sconfinata varietà di situazioni), rendendole più vicine, togliendo loro intorno paure ingiustificate ed eccessive cautele. A dimostrarlo le recenti reazioni scomposte allo spot sulla ricerca per la Sma interpretato da Checco Zalone: reazioni infastidite provenienti in primis dal mondo della disabilità, di chi non comprende l’importanza di comunicare certi argomenti liberati da sovrastrutture emotive, che favoriscono momentanea empatia, non conoscenza", sottolinea. "Per non dire delle ignobili polemiche politiche e personali indirizzate sui social network alla giovane atleta, medaglia d’oro paralimpica, Bebe Vio, colpevole di aver accettato l’invito del premier Renzi a rappresentare l’Italia a una cena con Obama e, forse peggio, di aver così disatteso al cliché imposto che la vuole identificata interamente con la sua disabilità. 

"Perché, sebbene restino essenziali articoli e servizi tv di denuncia sulla mancanza degli insegnanti di sostegno o su chi occupa i posteggi riservati, da qui allo stacco insistito sulla lacrima di un genitore il passo è spesso breve. - sottolinea Fontana - Mentre il ruolo fondamentale dell’informazione è accendere a piena potenza e con continuità i riflettori sulle buone prassi, italiane e internazionali, capaci di includere i disabili tra i soggetti attivi del processo di sviluppo collettivo, con diritti e doveri. E c’è bisogno di direttori di testata e giornalisti, redattori web, conduttori tv e blogger consapevoli dell’importanza che accanto al modello di Alex Zanardi, eroe civile moderno quasi superumano, di grande “notiziabilità” per ciascun mezzo d’informazione, ci sia sempre, e in quantità doppia, una narrazione – oggi si direbbe storytelling – della disabilità, che sia motoria, mentale o sensoriale, in cui i protagonisti restano persone coi propri – pur enormi – limiti, difetti compresi. Una narrazione compiuta (se possibile) senza intermediari, e che metta in luce strumenti di conoscenza, tecnologia e diritto preziosi per tutti; rispettosa delle persone con disabilità, che non siano chiamate solo per nome e dandogli del “tu”, “ragazzi” a qualsiasi età. E se a farlo sono comunicatori a loro volta disabili, bene. Qualora ciò porti davvero maggiore competenza, sensibilità e attenzione.

Rimandando sempre all’esempio di Franco Bomprezzi, spesosi in ogni intervento come giornalista professionista e persona, prima che come “persona disabile”. Franco che – richiamandosi alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità – teneva ben fermo il concetto che l’origine della disabilità non sta nelle patologie degli individui, bensì nell’interazione tra le menomazioni di ognuno e le barriere di diversa natura diffuse nella società, che impediscono una 'partecipazione su base di uguaglianza'.

Da: Redattoresociale.it

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