Media e immigrazione: parole “rovesciate” e ansie indotte

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Chi sono gli “spaventatori”? Sono quei giornalisti che, parlando di immigrazione, mistificano i fatti e le parole, contribuendo così ad accrescere ansie e paure nella popolazione. Lo fanno attraverso un uso distorto del lessico, mutuato quasi sempre dalla politica: un linguaggio disumanizzante, che si è progressivamente incattivito e che spinge sulla leva delle emozioni, con le persone migranti al centro di uno scontro non soltanto politico, ma anche di valori. E che negli ultimi anni si va inasprendo. Basta leggere il VI rapporto su Media e immigrazione redatto dall’associazione Carta di Roma (dal nome del codice deontologico per i giornalisti che trattano i temi legati alle migrazioni), in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. Presentato l’11 dicembre presso la Camera dei Deputati, s’intitola “Notizie di Chiusura”, e analizza le prime pagine di cinque quotidiani e i Tg di sette reti generaliste, più una parte dedicata ai commenti sugli account Facebook delle principali testate. “Li chiameremo spaventatori anziché giornalisti perché fanno un mestiere che viola costantemente le regole base dell’informazione, le regole deontologiche e, soprattutto, la ricerca sostanziale dei fatti” spiega il presidente di Carta di Roma, Valerio Cataldi. Si riferisce all’uso di parole che ben conosciamo, quali “pacchia, invasione, crociera, clandestino”, e dati distorti con cui la politica fa la sua propaganda, ma che rimbalzano su tutti i giornali e telegiornali senza contradditorio. “Abbiamo assistito a trasmissioni televisive in cui politici parlavano di miliardi di africani pronti a partire, quando neanche esistono miliardi di africani – spiega – Tutto questo avveniva in studi televisivi nei quali a quelle parole, a quei numeri così distanti dalla realtà, non veniva posto un argine, non veniva chiesto un chiarimento”.

Non a caso la TV– che continua ad essere il media preferito con cui gli italiani si informano – mantiene ancora oggi i livelli più alti di attenzione sul fenomeno migratorio. Mentre sulla carta stampata (i cui dati di fruizione sono costantemente in calo) il numero dei titoli risulta minore. Il report mostra come nel 2018 le notizie sul tema apparse sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali siano state 834, contro le 1.006 del medesimo periodo nel 2017. Invece nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 sono 4058 nei primi dieci mesi del 2018, il 10% in più rispetto all’anno precedente. E se la voce dei protagonisti è passata dal 7 al 16%, nella maggior parte dei casi si tratta di aggressioni e di attacchi di matrice razzista, e di notizie relative al caporalato e allo sfruttamento lavorativo. Un’altra fetta ben più importante dei servizi televisivi sull’immigrazione – il 43% – riguarda invece i politici. “È come se, invece di parlare d’immigrazione, si parla di politici che parlano d’immigrazione” ha commentato Giuseppe Milazzo, ricercatore dell’Osservatorio di Pavia. Un’attitudine ormai radicata nell’informazione nostrana, ma che andrebbe arginata. Valerio Cataldi ha ricordato ad esempio l’arroganza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo rifiuto di rispondere alle domande dei giornalisti, eppure i suoi tweet e messaggi aggressivi vengono continuamente diffusi e rilanciati dai media. Da qui, la proposta del Washington Post di “evitare di ripetere le bugie della politica, di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”.

E in Italia? Qui la diffusione di bugie e del linguaggio mistificatorio continua invece ad aumentare. Come l’uso della parola “invasione” sui titoli, e questo nonostante dall’inizio dell’anno gli arrivi siano diminuiti dell’80 per cento rispetto all’anno scorso. “L’informazione resta centrata sul tema con lo stesso tono ansiogeno da emergenza permanente che riproduce ormai da anni”. Altra parola simbolo è “pacchia”, che ha aperto la strada al rifiuto senza precedenti delle autorità italiane di accogliere i naufraghi nei porti italiani. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, l’ha introdotta in piena campagna elettorale per le amministrative: “Per i clandestini la pacchia è strafinita” aveva detto. “Unoslogan, pura propaganda. In una sola frase c’è il corredo completo della mistificazione e della distorsione della realtà che la politica produce costantemente quando parla di migranti – spiega ancora Cataldi – Questa distorsione è la cifra del 2018”. Lo stesso termine "clandestino", denigrante e scorretto, permane nel lessico dei titoli, registrando un aumento a partire dal 2017. Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale stampa italiana, parla non a caso di “parole rovesciate” – di orwelliana memoria – ma anche di parole ambigue, come ad esempio “ordine”: “applicata all’immigrazione diventa sempre “sinonimo di ‘ordine pubblico’ e mai di ‘ordine sociale’”. Ne consegue una percezione falsata, che si riflette nelle pagine senza filtro – e senza mediazione – dei social network, tra commenti carichi di odio e fake news condivise a ciclo continuo.

Esiste un antidoto a questa deriva? Secondo il politologo Ilvo Diamanti, anche lui presente all’incontro, se fino a qualche anno fa l'immigrazione veniva raccontata con i segni dell’accoglienza, oggi non è più così. “Siamo passatidalla comprensione e la pietà verso l’altro, alla paura. E aver paura dell’altro mostra una crisi di identità da parte nostra. In tempi come questi dovremmo spiegare che vendere la paura non è detto sia vantaggioso: proprio perché oggi il populismo è così generalizzato, sarebbe più conveniente parlare di accoglienza in termini di apertura”. Serena Bortone, conduttrice del talk show Agorà, aggiunge che la paura delle persone esiste e non si può non parlarne, ma invita a usare sempre un linguaggio corretto e rispettoso delle persone; mentre il vicedirettore dell’Espresso, Lirio Abbate, richiama alla funzione del giornalista come “arbitro del linguaggio”, contro la demagogia dei partiti, “piccolo borghesi che praticano la politica del capro espiatorio”. Reagire, connettere le parole al loro vero significato, rimettendo al centro lo spirito critico, è infine l’appello di Giulietti ai colleghi giornalisti. “Vorrei introdurre un modulo di contrasto alle parole d'odio condiviso e obbligatorio per tutti – ha detto durante l’incontro – Tutti dovrebbero conoscere e rispettare la Carta di Roma”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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