"Hate speech”: l’odio della rete

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Foto: Youtube.com

Sempre più frequentemente, l’espressione inglese “hate speech” fa la sua comparsa all’interno del dizionario giornalistico e politico italiano, collocandosi al centro di campagne di sensibilizzazione, di regole per la comunicazione nei talk show e sulla rete, e rinvigorendo la riflessione sui limiti della libertà di espressione.

Per comprendere effettivamente di cosa si tratta, vi invito a fare una semplice azione. Andate su Google e scrivete “I negri sono”. Il sistema automatico di compilazione del motore di ricerca vi consiglierà di completare la frase con una serie di suggerimenti che vanno da “meno intelligenti”, “inferiori”, “brutti”, a “stupidi” e “scimmie”. Non sono stata affatto originale, vi ho semplicemente chiesto di guardare con i vostri occhi le principali ricerche effettuate dagli utenti del web connesse al termine “negri”, di per sé già dispregiativo e razzista. Provate allora con l’inserire sul rettangolo della ricerca “Le donne sono”; Google vi indicherà di completare la frase con “tutte uguali”, “stupide”, “inferiori”, oltre a vari aggettivi coperti da “bip”. Niente di più semplice di questo “esperimento” per indicare in cosa consiste un “hate speech”, espressione traducibile in “discorso di incitamento all’odio”. Le sue radici affondano nel razzismo, nella misoginia, nell’omofobia, nell’antisemitismo, nell’avversione alle disabilità, ossia in convinzioni pregiudizievoli e in stereotipi che tendono con difficoltà a essere superati e che anzi sembrano essere aumentati negli ultimi anni in tutta Europa e anche in Italia. Parole, espressioni e discorsi che non hanno altra funzione se non quella di esprimere odio e intolleranza verso una persona o per un determinato gruppo, e appaiono oggi favoriti dalla tensione sociale dettata dalla crisi economica e dalla contrazione del mercato del lavoro, e amplificati dagli strumenti messi a disposizioni dal web.

È infatti proprio grazie, o piuttosto a causa, dell’anonimato che permettono i social network che il turpiloquio e gli insulti degli hate speech si stanno trasformando nell’ordinario sistema relazionale di facebook, così come di twitter e di youtube. Le comunicazioni dei quasi 2 miliardi di utenti di facebook e dei 360 milioni di twitter, già da sole, forniscono una stima della quantità di scambi, status, cinguettii e post pubblicati nel corso di una sola giornata. È dunque evidente l’impossibilità di un controllo a monte di ogni contenuto caricato on line dagli utenti e altrettanto lo sviluppo tecnico di efficienti sistemi automatici di blocco preventivo dei contenuti offensivi e violenti. Per questa ragione è nata la campagna “No hate speech”, promossa dal Consiglio d’Europa per sensibilizzare, soprattutto i più giovani, contro episodi di intolleranza ed espressioni violente nei confronti del diverso manifestati su internet, che riguardano differenze religiose, di genere, culturali, ma anche episodi di bullismo.

L’equilibrio tra libertà di espressione e incitamento all’odio appare oggi sempre più fragile, più colpevolmente tra coloro che detengono una visibilità e un ruolo determinante nella formazione dell’opinione pubblica. In primis giornalisti e politici, che spesso non rifuggono dal ricorso all’insulto o a forme di odio per esprimere la propria opinione o visione, dando così un implicito consenso alla moltiplicazione di analoghi messaggi di intolleranza. Probabilmente per correre ai ripari, la Federazione Europea dei Giornalisti ha scelto di associarsi alla campagna contro gli “hate speech” riconoscendo che “È responsabilità etica dei media cancellare i messaggi razzisti, discriminatori, che incitano alla violenza o irrispettosi della dignità delle persone e bannare i loro autori”. Un intervento duro che rilancia una riflessione sul ruolo del giornalismo nella ricerca di quel difficile equilibrio che ruota tutto attorno al rispetto dell’opinione altrui e della sua libertà di espressione, anche mediaticamente amplificata, senza giungere a forme di censura che metterebbero a rischio le libertà civili.

Più difficile è chiaramente la gestione degli “hate speech” nel principe dei social network: facebook. E se sul portale si dettano le regole per l’utilizzo del servizio ricordando che “l’azienda è impegnata a mantenere il giusto equilibrio tra libertà di espressione e tutela della sicurezza e dei diritti delle persone. Non è consentito, infatti, la pubblicazione di contenuti violenti, che incitano all'odio o comunque contrari agli standard della nostra community”, chiunque possieda un account facebook conosce bene l’intolleranza che serpeggia in determinate pagine, appositamente create a tale scopo. I principali bersagli? Zingari, migranti, musulmani, gay, solo per citarne alcuni. Succede allora che siano gli stessi utenti a “segnalare” al social pagine offensive e che fomentano solo odio, o che, come in Italia, chiedano l’applicazione anche su facebook del divieto di apologia del fascismo previsto dalla legge attraverso il lancio di una petizione on line. Resta dunque del tutto aperto il tema della repressione penale degli hate speech, che appare uno strumento necessario ma purtroppo insufficiente, se non accompagnato da specifiche azioni in campo educativo che mirino a forgiare una identità inclusiva e rispettosa dell’altro.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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