Immigrazione, slogan e fake news: un aiuto per comprendere “la deriva”

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"Alla deriva" - Foto: Altreconomia.it

Dalla criminalizzazione del soccorso in mare al reato di solidarietà, dall’incapacità o consapevole rifiuto di distinguere il vero dalle fake news, all’odio sociale arrivato a sfociare nel razzismo e nella violenza xenofoba. Come si è arrivati a tutto questo? E soprattutto, come restituire al discorso sulle migrazioni in Italia e in Europa quella complessità e comprensione reale agli occhi delle persone, che oggi è andata persa a colpi di slogan e bufale?  La necessità è proprio quella di ricomporre le tessere di questo complicato mosaico, che ha portato oggi, tra le altre cose, all’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e agli altri punti del controverso decreto sicurezza in salsa salviniana. “La politica italiana ed europea ha scelto di abbandonare vite per raccattare voti” ha detto il direttore responsabile del mensile Altreconomia, Pietro Raitano, durante la presentazione alla Camera del libro intitolato “Alla deriva. I migranti, le rotte del mar Mediterraneo, le Ong: il naufragio della politica, che nega i diritti per fabbricare consenso”. Scritto dal giornalista Duccio Facchini ed edito da Altreconomia, il libro è diviso in sei capitoli e si avvale del contributo di studiosi, medici, avvocati, giuristi, attivisti, operatori delle Ong. Lo scopo è proprio quello di “scavare un po’ più a fondo in un momento in cui la superficialità paga, almeno perché rimanga una traccia di questo periodo che stiamo vivendo”. Il titolo, infatti, non è stato scelto a caso: “Quella di cui parliamo è una deriva politica, ma anche culturale, morale, della società– continua Raitano – Il meccanismo è banale quanto preoccupante: la ricerca del consenso attraverso l’individuazione di un capro espiatorio, ovvero i migranti, che sono i più facili da attaccare perché non si difendono, non si conoscono e, tra le altre cose, sono facilmente individuabili tramite il colore della pelle”. 

Alle urla e tifoserie da stadio, ai giudizi e diktat lanciati dai social network, si è deciso quindi di contrapporre i fatti e i numeri, così come gli studi autorevoli e le testimonianze dirette di chi in mezzo al Mediterraneo c’è stato fisicamente e lo conosce, di chi ha visto con i propri occhi, ha portato soccorso e ha ascoltato dalla bocca dei naufraghi quelle storie terribili, così simili eppure tutte diverse, proprio perché a viverle sono esseri umani, persone dotate di una propria individualità e unicità, un nome, una famiglia, un passato spesso tragico, ma anche sogni e aspirazioni per il futuro. “La deriva non è cominciata negli ultimi mesi, è un percorso decennale” spiega Duccio Facchini, snocciolando e spiegando ad uno ad uno i titoli dei capitoli, che ricalcano di proposito il linguaggio della propaganda. “A casa loro”, ad esempio, è il titolo del primo capitolo, che ricostruisce con numeri e storie la realtà dei flussi migratori smontando, anello dopo anello, la catena della propaganda. “Le migrazioni tanto temute, portatrici di chissà quale sostituzione etnica, oggi rappresentano il 3,4% della popolazione mondiale, e il continente africano quale luogo di partenza del grande esodo biblico pesa per meno del 15%”. 

Si passa poi a “La crociera”, capitolo che descrive i viaggi per mare a partire dall’inizio degli anni Novanta, mentre “La pacchia”fa un punto sull’accoglienza nel nostro paese. “L’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari nasce da un assunto secondo il quale solo il 7% dei richiedenti asilo in Italia sarebbe un rifugiato vero” spiega Facchini. In realtà il dato reale, riportato nel libro da Monia Giovannetti della Fondazione Cittalia e servizio centrale Sprar, parla di 7 su 10, meritevoli di una qualche forma di protezione internazionale. “Questo per dire come i dati siano fondamentali per la costruzione corretta di un consenso e opinione critica”. Non manca il capitolo sull’Europa,con un’intervista alla docente di diritto dell’Unione Europea dell’Università di Firenze Chiara Favilli, che spiega il regolamento di Dublino e i punti su cui si dovrebbe intervenire, mentre il quinto capitolo è dedicato alleOng e alla “grande campagna orchestrata contro di loro”, dalle accuse di Frontex nel 2016 alle inchieste della magistratura che alla fine si sono rivelate un grande buco nell’acqua, ma che comunque hanno scatenato un fuoco di fila. Il risultato è che oggi nessuna Ong è più in mare a salvare vite. Soprattutto, non ci sono più testimoni di ciò che avviene nel Mediterraneo centrale (le persone continueranno a morire ma faremo finta di non saperlo).  L’ultimo capitolo è infine dedicato alla Libia, presentata dai nostri politici come paese sicuro nonostante il parere contrario delle Nazioni Unite. “In realtà il paese non assicura protezione a nessuno, tantomeno ai migranti”.

La propaganda, però, ha spesso la meglio. “Molti messaggi arrivati al popolo italiano sono costruiti su delle menzogne – commenta Riccardo Gatti, capo missione e capitano della Ong Proactiva Open Arms – L’obiettivo della criminalizzazione delle Ong per far sì che sparissimo dal Mediterraneo è stato in parte raggiunto. Parole come ‘taxi del mare’ hanno indubbiamente un forte impatto mediatico, ma nella realtà sono messaggi vuoti e non dureranno a lungo”. Stessa cosa per la cosiddetta “crociera”, parola che al medico Giovanna Scaccabarozzi, che ha operato nelle navi delle ong, ha fatto venire i brividi: “Le persone salvate in mare non sono naufraghi normali, portano un bagaglio di esperienze traumatizzanti enormi” ha detto, raccontando nel volume la sua esperienza a contatto diretto con queste persone. Da qui, il senso del libro: “Fornire informazioni per un dibattito serio sul tema, in una democrazia che voglia essere matura”. Secondo gli autori, il fatto che sia stato realizzato tramite un crowdfunding fa ben sperare che nel marasma da social media, dominato da chi urla più forte e chi la spara più grossa, ci sia ancora qualcuno che abbia davvero voglia di fermarsi un attimo e conoscere, capire, riflettere. Anche se la consapevolezza che si sia già andati troppo in là resta forte. “Viviamo come in una brutta sceneggiatura di un film tristemente già visto, ma di cui sappiamo perfettamente gli esiti – ha detto il direttore di Altreconomia, Pietro Raitano – per cui era importante per noi mettere nero su bianco quello che sta accadendo, indicare le responsabilità con chiarezza, così come le scelte che vanno in una e nell’altra direzione”. 

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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