Un disastro chiamato Yemen (2)

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Foto: Nigrizia.it

(Prima parte). A marzo del 2015, allarmata dalla continua ascesa di un gruppo - gli Houthi - che ritiene contiguo e appoggiato militarmente dall'Iran anche e soprattutto per motivi di comunanza religiosa (lo sciismo), l'Arabia Saudita decide di scendere in campo in sostegno di Hadi, con una massiccia campagna di bombardamenti aerei volta a ripristinare il governo in esilio. La coalizione guidata dai sauditi può contare sulla presenza di 8 Stati arabi sunniti, e riceve l'appoggio logistico e di intelligence da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito

La contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran, che si riflette nel sostegno alle due principali parti in lotta per il dominio del Paese, inizia a manifestarsi in tutta la sua nettezza rendendo subito chiaro come la vera posta in paliosia non tanto la stabilizzazione del Paese quanto piuttosto un'affermazione di potenza e di leadership, disputa in cui l'ostilità meramente politica - l'egemonia sull'area - e il peso dell'elemento confessionale interno al mondo musulmano - sunnismo saudita contro sciismo iraniano - fanno dello Yemen il terreno ideale di una "guerra per procura" che sarà sempre più sanguinosa. Come ha ben osservato Eleonora Ardemagni nello studio "Regionalizzazione di una crisi interna", dunque, quello che è nato come conflitto interno diventa una "stratificazione di conflitti vecchi e nuovi".

La coalizione sbarca nel porto di Aden nell'agosto del 2015, e nei mesi successivi riesce ad allontanare gli Houthi non solo dalla città ma anche da buona parte del sud del Paese. Aden diventa ufficialmente la sede del governo Hadi, mentre il presidente incaricato continua a rimanere in esilio; gli Houthi riescono comunque a mantenere il controllo della capitale Sanaa e della roccaforte di Saada, e resistono nell'assedio della città contesa di Taiz, situata nella parte meridionale, a nord di Aden. Sarà proprio Aden a pagare il prezzo più alto, in termini di impatto sociale, di questo ingarbugliato quadro politico: AQAP - acronimo di al Qaeda nella penisola arabica - approfitta del caos mettendo a segno una serie di attentati nel sud del Paese.

Il quadro che si delinea a partire dalla ritirata degli Houthi da Aden conforma un sostanziale status quo del fronte e delle posizioni sul terreno: Sanaa, Saada, Hodeida e Saleef (città occidentali affacciate sul mar Rosso) ancora in mano Houthigoverno Hadi in esilio ad Aden come unico esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale, parte del sud del Paese sede addirittura di un terzo governo autoproclamato, da parte di quel Southern National Council con forti pulsioni indipendentiste che non ha mai davvero accettato la riunificazione fra Yemen del Nord e Yemen del Sud avvenuta ufficialmente nel 1990.

Nel novembre del 2017, tuttavia, un lancio di missili balistici in direzione di Riyadh spinge la coalizione saudita a irrigidire l'embargo già in essere verso lo Yemen: il provvedimento è motivato - come sempre - con l'intento di fermare il contrabbando di armi verso i ribelli Houthi che, secondo le forze saudite, ricevono aiuti militari e logistici da parte dell'Iran. La misura contribuisce ad aggravare ulteriormente le condizioni sociali di una popolazione già stremata, che vede alzarsi ancora i prezzi di cibo e carburante. Solo un mese più tardi, a dicembre 2017, la precaria e fragile alleanza tra Houthi e l'ex presidente Saleh si sgretola definitivamente: il gruppo ribelle ritiene un intollerabile tradimento l'appello a rimuovere l'embargo che Saleh fa all'Arabia Saudita, e uccide l'ex presidente mentre sta cercando di lasciare Sanaa, teatro di violentissimi scontri. 

I separatisti del sud decidono di allearsi con le truppe governative di Hadi allo scopo di fermare l'avanzata degli Houthi e impedirne la conquista di Aden, ma anche questo asse innaturale sarà destinato a durare molto poco: a gennaio del 2018 infatti il Southern National Council accusa Hadi di corruzione e pretende le sue dimissioni. Ricevuto un secco rifiuto, le truppe del SNC provano a forzare tentando di impadronirsi delle strutture di comando e delle basi militari di Aden; la situazione torna a stabilizzarsi dopo qualche settimana, ma la riprova che le tensioni siano state tutt'altro che superate si manifesta a settembre del 2018, quando i separatisti invocano una rivolta popolare nel sud del Paese.

GLI ACCORDI DISATTESI E I NUMERI DEL DISASTRO - la disastrosa situazione umanitaria spinge le Nazioni Unite a convocare un tavolo di negoziazione tra le parti, che ha luogo a Stoccolma nel dicembre del 2018L'accordo a cui si perviene al tavolo svedese sembrano aprire un piccolo spiraglio alla speranza: viene negoziato un cessate il fuoco su Hodeida, fondamentale città sul mar Rosso che rappresenta il primo approdo portuale per gli aiuti umanitari, e su Saleef e Ras Isa, gli altri due porti sulla stessa costa. Entrambe le parti si impegnano ad evacuare i siti entro 21 giorni e a permettere l'ingresso a "forze di sicurezza locali", ferma restando la demilitarizzazione bilaterale della zona. 

L'accordo negoziato dall'inviato ONU Martin Griffiths prevede due fasi, in cui all'evacuazione sarebbe seguito anche uno scambio di prigionieri; tuttavia la natura vaga delle "forze di sicurezza locali" che avrebbero dovuto prendere il controllo dei porti, e soprattutto la scarsa volontà di far seguito agli impegni presi, non hanno permesso l'integrale rispettodegliaccordi di Stoccolma, mai applicati del tutto e spesso e volentieri violati da una parte e dall'altra, con il risultato che le azioni di guerra non sono sostanzialmente mai cessate, come i continui botta e risposta a suon di droni e lanci di missili (e relativi scambi di accuse e rappresaglie) stanno a dimostrare. Spargimenti di sangue reciproci, come reciproci sono i sospetti e le accuse manifeste che le parti puntualmente si scambiano, con l'Arabia Saudita a puntare il dito contro il sostegno iraniano ai lanci di droni Houthi - sostegno visto peraltro in ottica di strumento di pressione nella scottante questione legata all'accordo sul nucleare iraniano, da cui gli USA a guida Trump si sono ritirati nel maggio del 2018 - e gli Houthi giustificare le offensive come atto di difesa contro i ripetuti bombardamenti da parte della coalizione saudita.

In tutto questo, chi rimane schiacciato tra i contendenti e non vede la minima prospettiva di uscire da una spirale sempre più nera di fame e distruzione, è come al solito la popolazione civileDal 2015 si sono registrate più di 7.000 vittime civili e oltre 11.000 feriti, con il 65% dei decessi causati dai bombardamenti della coalizione saudita. Un dettagliato report di Armed Conflict Location & Event, pur ricordando che l'accordo di Stoccolma - nonostante le ripetute violazioni - ha avuto il merito di abbassare del 20% le morti correlate al conflitto, ha calcolato in 67.650 il numero delle vittime tra civili e combattenti a partire da gennaio 2016. Attualmente in Yemen qualcosa come 24 milioni di persone (l'80% della popolazione) necessitano urgentemente di assistenza umanitaria, 10 milioni di persone sono sulla soglia della carestia, mentre 240.000 yemeniti sono letteralmente alla fame.

Save the Children ha stimato in 85.000 i bambini, tra i tantissimi che sono in situazione di grave malnutrizione, che potrebbero essere morti tra aprile 2015 e ottobre del 2018. Infine, a rendere il quadro ancora più disperato, con solo la metà (3.500) delle strutture sanitarie funzionanti e circa 18 milioni di persone che hanno difficoltà o impossibilità di accesso all'acqua potabile, la gravissima epidemia di colera scoppiata nel 2016 non accenna ad arrestarsi: 1,49 milioni di casi sospetti, almeno 2.960 morti correlate da aprile 2017. Un disastro epocale, per quella che le Nazioni Unite hanno definito la più grave crisi umanitaria del mondo.

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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