Africa: quando la conservazione diventa una guerra

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Non è un caso se, appena trenta anni fa, migliaia di animali selvatici di grandi dimensioni vagavano liberi e felici nelle aree protette dell’Africa centrale mentre oggi le loro popolazioni sono decimate. Secondo il rapporto “An Assessment of Poaching and Wildlife Trafficking in the Garamba-Bili-Chinko Transboundary Landscape” pubblicato lo scorso mese da Trafficil bracconaggio organizzato e il traffico di specie selvatiche da parte di attori non statali come gruppi armati e milizie militarizzate, minacciano gravemente la fauna selvatica dell’Africa centrale e in particolare la sopravvivenza di alcune delle specie più emblematiche della regione, come gli elefanti e le giraffe. Si tratta di un fenomeno che per il rapporto pubblicato da Traffic ha avuto una crescita incontrollata ed esponenziale principalmente nella grande area tra la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, dove operano le milizie Janjaouid del Sudan, la Lord’s Resistance Army dell’Uganda, i combattenti rivali anti-Balaka e Séléka della Repubblica Centrafricana, l’esercito ribelle che si oppone al Sudan’s People’s Liberation Army del Sud Sudan e numerose bande di bracconieri armate fino ai denti.

Se nel Parc national de la Garamba della Repubblica Democratica del Congo sono sopravvissuti  tra i 1.100  i 1.400 elefanti sui circa 20.000 presenti negli anni ’80, per le giraffe, ridotte oggi ad una quarantina di esemplari, il destino sembra essere stato anche peggiore. Ma mentre l’avorio ha registrato un drastico calo del suo prezzo nel più importante mercato mondiale, quello cinese, per via della decisone di Pechino di interrompere dal 2018 tutte le attività legate alla vendita e alla trasformazione delle zanne degli elefanti, lo scacciamosche, che in numerose società africane è ancora un simbolo di autorità ed è di solito fabbricato con la coda di  giraffa, fa ancora di questo animale uno dei principali obiettivi dei bracconieri e dei gruppi armati. Ma il traffico di animali in quest’area non risparmia neanche i nostri “cugini” scimpanzé la cui popolazione è diminuita del 98% in trent’anni, soprattutto a causa del bracconaggio. Le scimmie vengono sterminate per soddisfare la crescente richiesta di carne che “È particolarmente ricercata intorno ai campi di sfruttamento minerario e di sfruttamento forestale, dove la carne di selvaggina è generalmente la principale fonte di proteine dei lavoratori e degli stessi gruppi armati”.

La strage sembra essere simile a quella dei rinoceronti del Sudafrica che secondo i dati del South African Department of Environmental Affairs conta 1.028 rinoceronti uccisi illegalmente nel solo 2017,  paradossalmente un numero inferiore a quello registrato nei due anni precedenti e nel 2014 quando, a causa del mercato del corno dell’animale, il Sudafrica contò ben 1.215 rinoceronti abbattuti.  “Ad oggi il bracconaggio si concentra soprattutto nei territori a ridosso del Kruger National Park dove vive la più grande popolazione di rinoceronti del Sudafrica - ha spiegato il South African Department - dove i bracconieri che si trovano in queste aree si coordinano con le organizzazione criminali internazionali che hanno fatto del commercio di fauna selvatica in via d’estinzione un business multimiliardario”. La diminuzione del numero dei rinoceronti uccisi in Sudafrica per il terzo anno consecutivo è tuttavia incoraggiante. L’azione del Governo nel corso del 2017 ha mostrato il parziale successo del Programma Integrated Strategic Management Approach of Rhinoceros, che ha visto un incremento del numero di condanne per attività illegali legate al bracconaggio del rinoceronte e il supporto alle comunità locali coinvolte in attività legali connesse alla tutela e alla conservazione della fauna selvatica.

Anche per il rapporto di Traffic, nella protezione dei grandi mammiferi minacciati dai gruppi armati, è fondamentale, oltre ad una cooperazione transfrontaliera tra gli Stati danneggiati dalle attività delle milizie armate e dai bracconieri, il ruolo delle comunità locali: “Rafforzare il ruolo delle popolazioni indigene nella gestione della fauna dovrebbe essere al centro di ogni strategia mirante a lottare contro il commercio illegale di specie selvatiche e  ad assicurare la protezione della fauna e della biodiversità in futuro” ha ricordato Bianca Notarbartolo dell’Unep, sottolineando che “L’importanza del coinvolgimento delle comunità locali nella lotta contro il bracconaggio e del rafforzamento dei loro mezzi di sussistenza alternativi è attualmente largamente riconosciuta anche da diversi forum nazionali, regionali e mondiali, ma questi impegni devono essere accompagnati da una messa in opera efficace e sufficiente”.

Una missione non impossibile perché, anche se a detta dell'Unep “La conservazione è diventata un’impresa molto pericolosa”, per il rapporto di Traffic "Fortunatamente esistono sul terreno delle agenzie di conservazione devote e competenti" che  "dovrebbero essere pienamente sostenute (finanziariamente, logisticamente e politicamente) perché possano continuare a difendere la fauna e l’ecosistema contro le enormi pressioni che attualmente vengono esercitate su questi habitat”, talvolta e purtroppo, non solo da gruppi armati e milizie militarizzate, ma anche da una trasversale corruzione istituzionale. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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