L’editing genetico e l’esaltazione della prepotenza

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Foto: Slowfood.it

L’agricoltore ha sempre giocato un ruolo centrale nell’evoluzione delle specie e delle varietà con lo scopo di ottenere maggiore qualità e quantità. Tutto ciò è stato frutto di continua osservazione, conoscenza delle piante, selezione dei frutti migliori da cui prelevare i semi, ed è sempre avvenuto, e talvolta per fortuna avviene ancora, in pieno equilibrio con l’ambiente di coltivazione, con le risorse naturali disponibili, magari con un approccio sostenibile, accompagnando il progressivo cambiamento climatico di cui proprio gli agricoltori sono i primi a pagare il prezzo. Nessuno, quindi, può negare l’importanza di una pratica che ha preso il nome di “miglioramento genetico” e che nel tempo è diventata oggetto di fortissimo interesse economico.

Dopo un primo intervento a gamba tesa delle multinazionali sulla genetica degli organismi vegetali, attraverso la diffusione degli ibridi commerciali, protetti da brevetto e privi di qualsiasi legame con gli agricoltori e con la biodiversità, lo sviluppo degli organismi geneticamente modificati (Ogm) ha rappresentato l’esaltazione della (pre)potenza dell’uomo nel generare varietà costruite in laboratorio, di dubbio ruolo agronomico, selezionate per lo più per la resistenza al glifosate il cui effetto negativo sull’ambiente e sugli agricoltori è ormai accertato.

Da alcuni anni ci vengono proposte le New Breeding Techniques (Nbt) che rappresentano un modo per accelerare il miglioramento genetico con obiettivi mirati, con metodologie analoghe a quelle degli Ogm, ma in grado di non andare oltre a ciò che potrebbe in qualche modo avvenire in natura. Tutto in laboratorio, dunque, in tempi molto ristretti, quasi che la rapidità sia un fattore di pregio, senza il contributo diretto della pressione ambientale, della selezione in campo, dell’agricoltore, dell’equilibrio con l’ambiente e con il clima in continua evoluzione.

Il 25 luglio ricorre il primo anniversario della sentenza della Corte di Giustizia Europea che ha sancito che le norme che regolano gli organismi vegetali derivanti dall’applicazione di Nbt siano le stesse di quelle degli Ogm, limitando di fatto la loro produzione e diffusione e attribuendo agli Stati membri opportunità di intervento in materia. Sappiamo che ci sono fortissime pressioni, anche in Italia, affinché si allenti ogni restrizione nei confronti di queste tecniche, proprio in un momento in cui nel nostro Paese si mette anche in dubbio una storia consolidata nel campo della sostenibilità in merito alle produzioni biologiche, biodinamiche e all’agroecologia. Sarebbe, tuttavia, il caso di comprendere le reali relazioni che deriverebbero dall’applicazione di queste tecniche per la nostra agricoltura.

Quale sarebbe il rispetto della vocazione ambientale? Quale il controllo della diffusione di nuovi ritrovati vegetali derivati dall’applicazione di Nbt con esclusivo scopo di sostegno alla massimizzazione delle produzioni e al guadagno degli imprenditori? Se da anni sosteniamo, in ogni campo, l’esigenza di una ricerca pubblica non vincolata dai profitti economici, siamo in grado di parlare anche di libero accesso ai risultati della ricerca e di totale assenza di brevettazione? Quale potrà mai essere la partecipazione degli agricoltori allo sviluppo di nuove varietà nelle aree vocate?

A tutte queste domande bisognerebbe trovare altrettante risposte per poter aprire il dialogo, dimostrando che non c’è alcun pregiudizio sull’evoluzione della scienza e della tecnologia se c’è la certezza che questa non finisca per avere il sopravvento sulla cultura delle popolazioni rurali, sulla centralità dell’agricoltore di piccola scala che rappresenta ancora oggi un custode di biodiversità, di saperi, di tradizioni e di conoscenze che nessuna tecnologia può trasferire da una parte all’altra.

Francesco Sottile da Slowfood.it

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