The terminal: dove il mondo si incontra e si interrompe la dignità

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Recentemente, dopo anni passati con i piedi per terra, ho ripreso un aereo.

Gli aeroporti non mi sono mai stati particolarmente antipatici. Ambienti generalmente ampi e luminosi, sono sintesi di significato dell’essere luoghi di scambi, di passaggi, di incroci tra terra e cielo, di partenze desiderate o sofferte, di arrivi attesi con impazienza o temuti, di movimento nell’immobilità.

Insomma, luoghi dove si condensa la vita.

Questa volta però ho fatto molta fatica a sopportare quello spazio. Vi ricordate il film The Terminal? Ecco, questa volta ho respirato anch’io un luogo sospeso all’insegna delle negazioni, anche se non ci sono rimasta bloccata, anche se non ero sola. Ho visto un pezzo di quel luogo dove non parti e non arrivi, non realizzi i sogni, non hai diritti, non sei. In effetti l’aeroporto dicono sia il non-luogo per eccellenza, quindi la sensazione potrebbe essere coerente. Ma c’è qualcosa che non torna. Come nel film di Spielberg mi è sembrato che più del solito anche a noi, personaggi di questa anomalia della sosta in transito, si debba investire un impegno sovrumano per farcela. A cosa? A restare umani.

E di questa umanità sfilacciata seleziono tre piccole schegge.

Una. Le file. Da quelle a serpente che ti incanalano davanti ai controlli di polizia, a quelle disordinate davanti ai rulli per le valigie, a quelle per i gate di imbarco, le file in aeroporto hanno qualcosa di surreale: persone ammassate come se fossero sempre in ritardo sulla vita, come se si dovessero aggiudicare un posto d’onore che non ricordano di aver già riservato, come se dovessero sempre sgomitare per anticipare il vicino, superarlo, escluderlo. Gente che si alita addosso senza distanza d’educazione prima che di sicurezza, prossimità sgradevoli e inopportune non solo in tempi di pandemia.

Due. I negozi. La bottiglietta di the che ho dovuto abbandonare agli infallibili controlli dei monitor la ricompro dentro il bar dell’aeroporto con un costo maggiorato del 500%. I duty free sfavillano di specchi per le allodole e si impastano di profumi, sapori, rigurgiti di crema che scivolano da brioches fritte verso i vestiti e il pavimento, persone indaffarate a trovare l’ultimo regalo o un improbabile hot dog per la prima colazione. La caricatura di un’umanità persa, ingabbiata nelle procedure e nelle assurde conseguenze di un consumismo che fa vergogna.

Tre. I bagni. Ne cerco uno vicino ai posti di blocco, non trovo l’indicazione per le signore. Solo due porte, o uomini o persone con disabilità. Entro in quello dei disabili dopo una signora che uscendo mi offre in spagnolo un fazzoletto. Una scintilla di solidarietà che mi abbaglia come il più inaspettato dei gesti. Nella toilette – eleganza francese che nulla può recuperare all’indecenza che mi aspetta – non c’è carta, non c’è sapone, non c’è igienizzante, la pulizia è una latitante che si è data alla macchia – o meglio alle macchie di ogni tipo. Mi basta ricordarmi per un attimo che sono nel bagno che dovrebbe essere dedicato a persone con disabilità per trattenere un conato davanti a un servizio scadente e trasandato.

La poesia della multiculturalità, dei colori, dei vestiti e dei sorrisi, la babele delle lingue che si mescolano e si incontrano, le destinazioni che ti fanno pensare che davvero il mondo è piccolo e ci vuole vicini se ci sta quasi tutto sul monitor dei voli, la dolcezza degli sconosciuti, le stagioni contemporanee dietro il vetro che separa dalla pista… le sensazioni che fanno di un aeroporto un luogo magico questa volta erano diluite. Diluite dalla grande dominatrice, la realtà. Quella dove mancano sempre più la cura, l’attenzione agli altri, l’educazione.

Ecco perché ho ripensato a The Terminal. Se la “lezione dell’inaccettabile” di Spielberg intreccia nel protagonista i fili dell’adattamento per non soccombere, della versatilità professionale e della resilienza con i fili delle regole (da rispettare ma anche da infrangere), il rischio è invece che i nostri aeroporti diventino inaccettabili e basta, senza ahimè lezione alcuna. E se questi non-luoghi sono destinati a diventare sempre più i luoghi dell’indifferenza, allora a queste condizioni, davvero, preferibile al viaggio è la meta.

 Anna Molinari

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il portale www.ecoselvatica.it, progetto indipendente di divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice Master CSEN di Forest Bathing. A dicembre 2020 è uscito il suo primo libro, Ventodentro. Come redattrice di testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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