Uomini contro animali, e nessun vincitore

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La popolazione umana è in costante crescita e gli uomini sono sempre più in competizione con altre specie per l’uso della terra, dell’acqua e di altre risorse, in una situazione che si fa progressivamente più tesa e che a volte porta perfino alla morte. Ma esistono soluzioni volte a ridurre l’incidenza dei conflitti uomo-animale?

Sì, e ne è convinta la dottoressa Alexandra Zimmermann, a capo della task force per i conflitti tra uomo e animali selvatici, creata nel 2016 su richiesta della Commissione per la sopravvivenza delle specie (SSC) della IUCN, International Union for Conservation of Nature. Si tratta di un gruppo internazionale di esperti su varie tematiche connesse alla conservazione e alla tutela degli animali selvatici, che lavora con un approccio interdisciplinare al fine di mitigare e prevenire le situazioni di conflitto tra la natura selvaggia nelle sue varie forme e la vita umana, con lo scopo di fornire contemporaneamente informazioni e linee guida per le migliori pratiche da considerare in situazioni in cui la relazione è particolarmente difficile. 

Il conflitto tra l’uomo e quella che viene definita wildlife è una delle sfide più complesse e urgenti da affrontare per chi ha a cuore la conservazione della biodiversità nel mondo: genera infatti situazioni nelle quali specie minacciate diventano a loro volta una minaccia per le persone e la loro quotidianità e, com’è naturale che sia, coincide poi con l’identificare quelle stesse specie in pericolo con la causa di ogni male. Se un animale selvatico distrugge ripetutamente i raccolti, attacca le persone o uccide il bestiame, soprattutto in quelle aree del mondo dove tali episodi non sono sporadici né coperti da risarcimenti istituzionali, ma rappresentano la distruzione delle già esigue possibilità di avere una vita dignitosa… allora è necessario affrontare il problema con l’aiuto di mediatori ed esperti, per arginare e prevenire i danni alle persone e ai loro beni ma, anche e contemporaneamente, per proteggere specie in via di estinzione che spesso, proprio per le drastiche condizioni ambientali in cui versano, si avvicinano sempre più agli insediamenti umani, che diversamente eviterebbero.

Di certo non è uno scenario del tutto nuovo: persone e animali selvatici hanno convissuto per secoli. Ma in anni recenti incontri di questo tipo sono molto più frequenti anche a causa dei cambiamenti climatici, i cui effetti sono evidenti in sempre più aree del mondo e stanno diventando una preoccupazione urgente e globale sia per la conservazione delle specie, sia per lo sviluppo umanoPerché i conflitti non sono solo tra uomini e animali, ma anche interni ai gruppi umani, dove da un lato c’è chi vuole risolvere la situazione ad ogni costo e in qualunque modo e dall’altro lato c’è chi punta – o è obbligato per legge – a proteggere le specie coinvolte nel conflitto. E si tratta senza dubbio di una semplificazione abbastanza grezza, perché di fatto di interessi e bisogni in gioco, espliciti o impliciti, ce ne sono molti di più per numero e varietà. Una complessità di fattori che deve orientare le soluzioni a versatilità, sostenibilità e personalizzazione, proprio perché non esistono scenari e metodi che funzionino universalmente.

Le prospettive sono sfidanti e non semplici: ci sono casi in cui popolazioni anche molto povere tollerano perdite estreme causate dal contatto con gli animali selvatici e altri in cui, pur a fronte di perdite economiche trascurabili, la vicinanza tra uomo e animale diventa (per l’uomo soprattutto) intollerabile, in alcuni casi un problema di ordine pubblico. Variazioni di approcci, prospettive e fattori che non sono prevedibili e nemmeno collegate in maniera così scontata con aspetti quali educazione, reddito, proprietà, specie coinvolte e altre caratteristiche analoghe e misurabili.

Se alle nostre latitudini la questione riconduce subito a problematiche che coinvolgono i grandi carnivori come orso e lupo, la questione ha confini decisamente più ampi, includendo leoni, leopardi, tigri ma anche elefanti, maiali, cervi, squali, foche, rapaci, coccodrilli, rinoceronti, lontre e altri animali. Sono conflitti che impattano fortemente sulla quotidianità dei soggetti coinvolti, sia per quanto riguarda la sicurezza e il benessere complessivo delle persone, sia per la stessa sopravvivenza di specie a rischio.

Una sfida sfaccettata che comincia a farsi notare anche nelle politiche di gestione della vita selvatica, sviluppo e lotta alla povertà a livello mondiale: quasi ogni Paese, nel mondo, si trova ad affrontare il problema, soprattutto quei territori a forte rilevanza di biodiversità. Va da sé quindi che un approccio multidisciplinare e interconnesso sia non solo auspicabile ma anche necessario, al fine di affrontare i problemi in superficie più ovvi, ma senza fermarsi lì. Andare a fondo sugli aspetti socio politici che sono substrato e miccia di molti di questi conflitti è indispensabile per evitare che le soluzioni siano soltanto temporanei tamponi, che non di rado finiscono soltanto per esacerbare gli animi e ingigantire le precedenti tensioni. 

La task force della IUCN ha proprio questo difficile compito: supportare con la consulenza di esperti sul tema la positiva risoluzione dei conflitti, supportando istituzioni, operatori della biodiversità e comunità locali in una gestione ragionata e di prospettiva dei problemi che emergono da questo incontro. Avere a disposizione, tra l’altro, materiali di approfondimento, piattaforme di apprendimento e confronto e supporto tecnico è la fortuna che non gli audaci, ma i lungimiranti, dovranno saper cogliere per pensare a un futuro in cui sinergie ora impensabili diventino punto di partenza per una convivenza possibile.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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