Se “Non si tocca l’alberello”…

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Foto: Vocealta.it

“Forse troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto per cui non si tocca l’alberello e non si draga il torrentello, poi l’alberello e il torrentello ti presentano il conto”: è stato questo l’illogico attacco agli "eccessi ambientalisti" lanciato dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dopo il sopralluogo nelle zone del bellunese devastate dal maltempo lo scorso novembre. La giacca della Protezione civile indossata dal Ministro non ha dispensato saggezza per osmosi e in tempi di dibattiti sull’abusivismo non ha trovato di meglio che prendersela con l’ambientalismo. Eppure chi ha deciso, almeno a livello europeo, che “non si tocca l’alberello”, oggi può vantare un successo forestale, almeno per quanto riguarda l’area mediterranea dove “Tra il 2010 e il 2015 la superficie delle aree boschive è cresciuta del 2%, con un aumento di 1,8 milioni di ettari, circa la dimensione di un Paese come la Slovenia”.  È quanto emerge dal nuovo rapporto “State of Mediterranean Forests 2018” di Food and Agriculture Organization (Fao) Plan Bleu dell’United Nations Environment Programme (Unep) che sottolinea però come “le aree boschive mediterranee sono colpite anche dal degrado e sono sempre più a rischio idrogeologico a causa dei cambiamenti climatici, dell’aumento della popolazione, degli incendi boschivi e della scarsità d’acqua”.

L’indagine, che ha interessato 27 paesi tra cui l’Italia, tutti affacciati sul Mar Mediterraneo, ha quantificato in 88 milioni di ettari la superficie forestale che si affaccia al Mare Nostrum, più o meno le dimensioni della Francia e dell’Italia assieme, circa il 2% dell’area forestale globale. Si tratta di una superficie che fino al 2015 è andata aumentando soprattutto nel Mediterraneo settentrionale, ma che non è esente da criticità. Per Hiroto Mitsugi, vice-direttore generale del Dipartimento forestale della Fao, “Le foreste del Mediterraneo da tempo si sono adattate alle pressioni causate dallo sviluppo umano. Ma mai queste pressioni sono state così estreme come adesso. A meno che non si faccia di più per combattere questo degrado, oltre 500 milioni di persone in 31 paesi e tre continenti dovranno presto affrontare una vasta gamma di problemi economici, sociali e ambientali”. Il rapporto evidenzia come, nonostante il cambiamento climatico rimanga la minaccia più significativa per tutte le foreste del Mediterraneo, anche il degrado delle foreste causato principalmente dagli incendi, dallo sfruttamento eccessivo dei pascoli, dei tagli indiscriminati di legna da ardere e della pressione demografica, non possano essere sottovalutati. Nel dettaglio non è possibile ignorare che la popolazione mediterranea è raddoppiata tra il 1960 e il 2015, raggiungendo i 537 milioni, e si stima salirà a 670 milioni entro il 2050, per questo occorre “rafforzare la tutela ambientale” ed “evitare uno sfruttamento eccessivo delle risorse naturali”.

Di questo passo a rischio estinzione sono oltre 300 specie animali e vegetali. “La regione del Mediterraneo è il secondo più grande bacino di biodiversità del mondo - ha ricordato Mitsugi - ma le foreste devono affrontare crescenti pressioni, così come i suoi animali e le sue piante. Queste foreste ospitano tre quarti delle specie di mammiferi terrestri del Mediterraneo, quasi la metà delle specie di vertebrati della regione e quasi i tre quarti degli insetti terrestri. Le foreste detengono anche più di un quarto delle specie vegetali della regione”. I boschi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Marocco presentano oggi il più alto numero di specie minacciate (26% in Spagna, 24% in Italia, 21% in Grecia, 17% in Turchia e 15% in Marocco). Per la direttrice di Plan Bleu, Elen Lemaitre-Curri, “Foreste, terreni agro-forestali, alberi e parchi urbani possono aiutare a preservare i servizi chiave dell’ecosistema, ridurre il degrado idrogeologico del suolo e sostenere la transizione verso un’economia circolare, efficiente in termini di risorse, a basse emissioni di carbonio e socialmente equa”.  Che fare quindi? Per Fao e Plan Bleu dell’Unep sarebbe importante “non toccare l’alberello”, non certo quello malato o destinato ad un abbattimento programmato e sostenibile, ma tutti quelli destinati a favorire il mantenimento e il ripristino di foreste e paesaggi mediterranei, perché "una strategia forestale regionale e politiche comuni europee potrebbero portare benefici enormi dell’economia verde di tutta l'Unione europea".

Ma se le foreste mediterranee sono “a rischio”, c’è chi se la passa molto peggio e il rapporto costo benefici di una deforestazione lo sa calcolare ancora peggio di noi. Secondo l’Instituto nacional de pesquisas espaciais (Inpe), tra l’agosto 2017 e il luglio 2018, la deforestazione dell’Amazzonia brasiliana ha registrato un aumento del 13,7% e, valutando solo il numero di concessioni e sequestri avvenuti durante lo stesso periodo, si può dire che nell’ultimo anno il Brasile ha perduto un’area totale di foresta di 7.900 km2, equivalente a 987.500 campi di calcio e a 5,2 volte la superficie occupata da una megalopoli come São Paulo. Se si considera che in Amazzonia in un ettaro ci sono in media 15.000 alberi, nell’ultimo anno di governo di centrodestra che ha aperto la strada all’elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, sono stati abbattuti qualcosa come un miliardo e 185 milioni di alberi.

Per Greenpeace Brasil “La banca ruralista, con l’appoggio di una parte del Governo, ha presentato una serie di proposte che avranno un impatto diretto sulla protezione delle foreste, sui popoli indigeni e sul clima del pianeta”.  Così dopo un calo della deforestazione tra il 2004 e il 2012, ottenuto grazie all’azione dei governi a guida Lula e della mobilitazione della società civile, delle comunità indios e degli ambientalisti, il vento è cambiato e nuove leggi e i potenti interessi energetici, minerari, agricoli e degli allevatori hanno  provocato la ripresa del disboscamento dell’Amazzonia. Secondo Greenpeace Bolsonaro ha promesso di attaccare esattamente quello che ha fatto diminuire la deforestazione: “Pretende di liberalizzare lo sfruttamento delle Terras Indígenas e delle Unidades de Conservação e di  indebolire il potere di controllo dell’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis, (Ibama). Oggi tutto quel che funzionava nella lotta alla distruzione forestale è sotto minaccia”. Se concretizzate, queste proposte porteranno a un’esplosione di violenza contro i popoli indigeni e metteranno a rischio la speranza climatica di tutto il pianeta, visto che l’Amazzonia è fondamentale per mantenere l’equilibrio mondiale del clima. Insomma, "se non si tocca l'alberello" è meglio per tutti!

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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