Museveni e Kagame: l’ambigua parabola di due leader

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I presidenti Museveni e Kagame - Foto: rwandarwabanyarwanda

Mentre in Somalia imperversa la guerra, con scontri e attentati che si susseguono quotidianamente nella capitale Mogadiscio ormai fuori controllo del governo provvisorio, in due paesi limitrofi, Uganda e Ruanda, si rafforza il potere più che decennale dei due presidenti Kaguta Museveni e Paul Kagame. È opportuno parlare congiuntamente dei due che, sebbene giunti al potere in momenti diversi (Museveni nel 1986 dopo aver rovesciato il precedente regime; Kagame invece nel 1994 dopo il genocidio ruandese), hanno caratteristiche e sorti comuni anche nei confronti dell’Occidente.

I due infatti, criticati aspramente dalle principali organizzazioni umanitarie che operano in luogo, sono blanditi se non omaggiati dalle cancellerie occidentali soprattutto dagli Stati Uniti, che hanno visto in loro l'esempio di nuovi leader africani propositivi e pragmatici. Kagame e Museveni sono i principali alleati degli americani nella regione perché servono ad arginare l’avanzata verso ovest dell’integralismo islamico. In effetti buona parte del contingente dell'Unione africana che opera in Somalia (Amisom) contro i gruppi radicali di Al Shabaab è fatto di soldati ugandesi, mentre l'11 luglio scorso la capitale Kampala è stata scossa da sanguinosi attentati.

In questo quadro il presidente dell’Uganda Museveni, che fin dalla sua ascesa al potere si avvale in Occidente di ottima stampa, si erge come paladino della sicurezza, minacciando di aumentare la pressione militare. È questo un meccanismo che si è ripetuto negli anni scorsi: per domare gruppi ribelli esterni o interni (come per esempio il Lord Resistence Army di Joseph Kony che opera ogni sorta di violenze nel Nord Uganda) si oliano le armi, si invadono i paesi vicini, si soffoca il dissenso. Sotto gli occhi silenti o compiaciuti delle grandi potenze.

L’asse Kampala Kigali non solo è necessaria per bloccare l’islamismo radicale presente in Somalia e in Sudan ma anche per porre un freno all’egemonia francofona sull’area. Museveni è un elemento chiave di una strategia basata su un forte sviluppo economico avvenuto negli anni della presidenza Clinton seguendo modelli ultraliberisti. Ci sono state anche elezioni multipartitiche, la stampa gode di una libertà accettabile per gli standard africani ma il protrarsi più che ventennale del suo potere sta facendo scivolare il paese in un regime autoritario: la successione con il figlio si sta già preparando.

Kagame sembra ripercorrere a tinte più fosche la stessa parabola del più anziano alleato. Egli ha ricevuto un premio nel 2007 per aver abolito la pena di morte dalla costituzione del paese: un gesto solamente di facciata da parte di un personaggio con alle spalle centinaia di migliaia di morti. Ma la lista dei riconoscimenti ricevuti, soprattutto in USA e GB, è incredibilmente lunga. Dall'ONU arrivano invece segnali ambigui: da una parte lo si indica come esempio nominandolo alla presidenza del gruppo di sostegno per gli obiettivi del millennio, dall'altro l’UNHCR denuncia come genocidio l'azione delle forze ruandesi in Congo tra il 1998 e il 2003.

Benché l’ascesa al potere di Kagame, spalleggiato dalle forze di Museveni (con le quali aveva già militato negli anni 80 dopo aver anche frequentato una scuola militare negli Stati uniti), abbia segnato la fine del genocidio dei tutsi nel 1994, gli anni successivi portarono a una resa dei conti interna con l’eliminazione degli avversari politici e di centinaia di migliaia ruandesi di etnia hutu. Nei suoi anni alla presidenza, formalmente cominciati nel 2000, Kagame vince due elezioni con percentuali a dir poco sospette (nelle ultime, tenutesi il 9 agosto scorso, ha ottenuto il 92,8% tra i cori di critica di tutti gli osservatori internazionali indipendenti), fomenta la seconda guerra del Congo, invadendo con le sue truppe la regione del Kivu, e soprattutto svolge un’azione sempre ambigua in ogni crisi regionale.

Uomo forte e senza scrupoli, tra le personalità più influenti del mondo secondo il Time, famoso per affermazioni del tipo “Kagame non ha amici”, oppure per attacchi diretti contro Ong e missionari “i comboniani sono stati complici del genocidio”, il presidente ruandese era molto stimato dall’amministrazione Bush (con Obama le cose non sono cambiate) e dal ex premier britannico Blair, convinti della sua indispensabilità. L'utilizzo del genocidio a fini politici ha portato all'incarcerazione di molti oppositori sulla base di generiche accuse di negazionismo.

Ora Kagame gode anche dell’appoggio della Cina che ha nel paese sempre più interessanti investimenti. Adesso sì che in Ruanda si possono fare affari. Questa l’idea consolidata per cui il paese è cresciuto molto a livello di Pil, ma pochissimo a livello sociale e di sviluppo umano. Sembra essere questo il destino dell’Africa in cui ogni crescita economica, culturale, sanitaria non riesce a raggiungere la maggioranza della popolazione e che sola potrebbe sovvertire la situazione.

Piergiorgio Cattani

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