Peggiora la sicurezza in Burkina Faso

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Foto: Fides.org

Burkina Faso, un paese incastonato tra i “giganti” dell’Africa Occidentale, il Mali e il Niger. Dapprima colonia francese, il suo primo nome dopo l’indipendenza fu Alto Volta. Il nome attuale, Burkina Faso, composto da due parole di lingua mooré e bambarà, parlate dalle etnie mossi e dioula, significa "La terra degli uomini integri” e fu istituito il 4 agosto 1984 dal presidente rivoluzionario Thomas Sankara, ricordato da tanti come il “Che Guevara africano”, che lo scelse per sottolineare le caratteristiche di pace, tolleranza e accoglienza del suo popolo. Un nome che per decenni è stato specchio fedele di un paese e di una popolazione con il suo mosaico di etnie. Il Burkina Faso è stato infatti per lungo tempo una roccaforte di stabilità e sicurezza, un faro di speranza, seppur nella povertà anche estrema, in un’area molto instabile dell’Africa (dalle lotte Tuareg in Niger e Mali, alle crisi politiche della Costa d’Avorio). Questo accadeva fino a tre anni fa. 

Oggi invece continuano ad arrivare notizie inquietanti con un’escalation di violenze senza precedenti. Solo nell’ultima settimana si riporta la notizia dell’uccisione di cinque insegnanti per opera dei terroristi jihadisti sotto gli occhi dei loro alunni nella regione dell’Est. Mentre nella regione del Nord, un attacco in una chiesa protestante durante il culto ha fatto sei vittime.

In diverse zone del paese sono state bruciate delle scuole, mandando in fumo i libri, le attrezzature, e con queste l’istruzione delle giovani generazioni. Il paese è stato contagiato dalla crisi che sta lacerando, ormai dal 2012, il nord Mali: da qui sono arrivate le prime bande armate di ispirazione jihadista, venute a loro volta dalla Libia con la caduta di Gheddafi. E oggi la situazione è tragica in diverse regioni del Burkina Faso, soprattutto nel nord.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per le emergenze (OCHA) fornisce dei dati aggiornati periodicamente sulla crisi umanitaria che colpisce la popolazione del Burkina Faso a causa del rapido aumento delle violenze. Al 25 aprile 2019, OCHA rilevache 1,2 milioni di persone hanno bisognodi assistenza umanitaria.

Gli sfollati sono più di 148milae aumentano in modo vertiginoso: solo nell’ultimo mese, 20mila cittadini burkinabé residenti nel nord del Burkina Faso sono scappati, abbandonando le proprie case. Dove vanno? Marco Alban, rappresentante dell’ong italiana LVIA, presente in Burkina Faso, spiega che «si spostano all'interno della stessa regione, in zone più sicure, dove sono accolti dai loro parenti. Ma le famiglie di accoglienza sono a loro volta povere, con componenti di 6, 8, 10 persone…Come possono sostenere una famiglia altrettanto numerosa e a cui dare almeno acqua e cibo?»

 Il problema è capire come gestire gli sfollati che, essendo persone che si muovono all'interno del proprio paese, non sono presi in carico dall’UNHCR, l’Ufficio ONU incaricato dell’accoglienza dei rifugiati i quali, per definizione, provengono da un paese straniero (L’UNHCR è peraltro presente nel nord del Burkina concampi di accoglienza che ospitano 25mila rifugiati dal Mali). Il governo burkinabè attraverso il CONASUR, il corrispettivo di una Protezione Civile, si sta organizzando ma le risorse sono poche e le Ong stanno iniziando a fare la loro parte per supportare le comunità di accoglienza.

Un’altra emergenza riguarda le scuole: quasi 1.100 sono le strutture scolastiche chiuse, motivo per cui 146mila bambini sono privati di istruzione. Le bande armate fanno delle incursioni dal vicino Mali per imporre la sharia, la legge islamica, e quando arrivano chiudono le scuole che a loro parere nonne rispettano i canoni. «Al momento è difficile trovare una soluzione.Se una scuola viene bruciata si può ricostruire, o si possono costruirecentri di insegnamento alternativi, ma i genitori sono preoccupatidelle violenze e molti preferiscono non mandare i propri figlia scuola, per proteggerli. Molto spesso le scuole chiudono ancheperché gli insegnanti se ne sono andati. È accaduto più volte, ad esempio, che le lezioni siano state interrotte da queste bande e l’insegnate frustato a scopo punitivo e intimidatorio», è la testimonianza dell’ong italiana LVIA.

Anche molti centri sanitari stanno chiudendo per motivi di sicurezza e migliaia di persone non hanno più accesso alla salute. Sempre a causa dell’insicurezza infatti, 54 centri sanitari nel paese sono chiusi o offrono ormai un servizio minimo con impatti drammatici per 163mila persone, che non hanno più accesso a cure mediche. 

A causa dell’esplosione delle violenze, più di 1 milione di persone hanno bisogno di aiuto umanitario e le Ong internazionali cercano di restare nel paese per non far mancare il supporto in un momento così difficile. La situazione di insicurezza rischia però, e sta già accadendo, di fomentare dei conflitti tra le etnie che fino a poco tempo fa convivevano pacificamente. Un comunicato stampa firmato da varie Ong internazionali presenti in Burkina Faso afferma: Siamo estremamene preoccupati dall’escalation della violenza in Burkina Faso, alimentata dalla stigmatizzazione di alcune comunità, con conseguenze disastrose sulla situazione umanitaria già difficile”. Questi movimenti armati arrivano in un villaggio e uccidono tutti i componenti di una determinata etnia. Di conseguenza, ci sono ritorsioni dagli altri villaggi con stragi nei confronti dell’etnia che era stata risparmiata. L’odio inter-etnico viene così provocato da questi attacchi mirati, e rischia di minare la coesione sociale. Una vera e propria strategia da parte dei jihadisti, perché solo un popolo unito può frenare sul lungo termine la propagazione della violenza.

Il dialogo inter-comunitario è una delle priorità oggi per il Burkina Faso. L’altra priorità è la lotta alla povertà: lavoro e migliori condizioni di vita sono un antidoto alla radicalizzazione dei giovani che, per poche centinaia di euro, possono essere attirati nella trappola del jihadismo. Aiutare questa popolazione in un momento così difficile, anche supportando il lavoro della cooperazione internazionale e delle Ong qui presenti, è cruciale per il futuro di tutti noi. 

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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