Al voto in Trentino con un occhio al mondo

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A Trento si parla di armi

Domenica si vota per le elezioni regionali in Trentino Alto Adige. Consultazione locale che di certo non cambierà i disequilibri nazionali. Tuttavia, essendo le due province autonome, questa tornata elettorale riveste un’importanza cruciale per quei territori e fornisce un’immagine delle difficoltà e delle opportunità insite in quelle zone alpine. Si vedrà, soprattutto nel voto in Alto Adige – Sudtirol, un possibile avanzamento dei partiti dell’estrema destra tedesca che riecheggiano le posizioni radicali dei liberali austriaci giunti sopra il 20% alle recenti elezioni.

In Trentino l’esito del voto è più scontato e comunque in linea con la tradizione “centrista” della Provincia, da sempre cattolico-moderata e governata dalle tante evoluzioni democristiane e post democristiane. Tuttavia anche in questo angolo riposto del Nord Italia possono avvenire sorprese interessanti. Come abbiamo fatto notare più volte su Unimondo il Trentino rimane all’avanguardia delle altre regioni italiane per quanto riguarda la cooperazione internazionale, il servizio civile universale (inteso però sia come un’offerta di tempo per la comunità sia come opportunità di crescita), l’attenzione per il mondo del no profit e dell’economia civile e infine l’investimento nella formazione alla solidarietà globale. A rendere possibile questo sono stati quindici anni di governo di una coalizione di centro sinistra. Oggi questa compagine si ripresenta al giudizio degli elettori con ottime possibilità di successo.

Tra i numerosi candidati per entrare in Consiglio provinciale (composto da 35 membri) c’è il “nostro” Fabio Pipinato, già direttore di Unimondo e instancabile attivista sui temi della pace, dell’ambiente, della sostenibilità e della cooperazione. Insomma dei nostri temi. E Pipinato ha fatto una campagna elettorale da par suo percorrendo a piedi 650 km in 43 giorni lungo le valli del Trentino per incontrare la gente sulle concrete strade delle difficoltà e delle speranze quotidiane. Si è però voluto andare oltre una dimensione localistica per affrontare tematiche a prima vista lontanissime da un voto amministrativo e sicuramente non portatrici di facile consenso.

Tra i vari eventi Pipinato ha voluto organizzare un incontro sulla tematica della guerra e delle armi a partire dalle parole pronunciate da Papa Francesco secondo cui resta il forte dubbio che i conflitti sparsi per il mondo non siano generati da contrapposizioni politiche, economiche o religiose ma siano fomentati dal lucroso business del commercio delle armi. Sono così intervenuti a Trento il 22 ottobre scorso Giorgio Beretta, collaboratore storico di Unimondo ed esperto degli affari che ruotano intorno agli armamenti, e Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo.

Giorgio Beretta ha cominciato il suo intervento partendo dalla costatazione, oramai ovvia, relativa alla consueta prassi occidentale di vendere armi sofisticate a Paesi in preda a gravi contrapposizioni interne che, quando lo scenario cambia, vengono colpiti militarmente: dall’Iraq alla Libia passando dalla Siria. “Ci si dimentica che i Paesi che vanno in fiamme sono gli stessi verso i quali sono state esportate le armi che, chiaramente, prima o poi vengono usate. Rammento che l’Italia ha il triste primato europeo di maggior esportatore di sistemi militari sia alla Siria che alla Libia prima dei conflitti interni scoppiati. E sono state esportate anche "armi leggere" come abbiamo documentato su Unimondo ricostruendo il caso delle armi esportate dall'Italia alla Libia attraverso Malta: mentre dal rapporto del Consiglio dell’UE inizialmente risultavano come esportazioni di armi maltesi e nonostante la smentita della ditta Beretta di Gardone Val Tompia, attraverso le nostre ricerche si è appurato che si trattava di oltre 11mila tra pistole e fucili semi-automatici della ditta Beretta esportati dall'Italia (via Malta) al capo del servizio di sicurezza di Gheddafi”.

A fronte di questo scenario sembra di essere impotenti spettatori. Ma non è così: la mobilitazione della società civile può cambiare le cose. Spiega Beretta: “La campagna di pressione alle 'banche armate' nasce nel 2000, nell’anno nel Giubileo che si accordava anche al Jubilee for Debt, un debito contratto il più delle volte da dittatori per comprare armi. Le banche di solito si dichiarano attori passivi perché finanziano soltanto le aziende dl settore ma in realtà raggiungono lauti guadagni. Grazie alla pressione dell’opinione pubblica sono usciti dal commercio di armi Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Credito Valtellinese e altre banche italiane (come UBI Banca, BPER, ecc.) hanno emanato direttive restrittive; Unicredit ne era uscita, ma ultimamente sembra rientrare nel business soprattutto con una commessa di Alenia Aermacchi per Israele. Oggi occorre lavorare su Deutsche Bank e BNP Paribas”.

Molto importante è impegnarsi su un altro livello che può coinvolgere proprio gli enti locali. Si capisce così che anche in una elezione locale si può scegliere la via della pace. Ancora Beretta: “è la campagna tesorerie disarmate; nello statuto di un comune, in una delibera regionale, in una legge provinciale si inserisce una regola per cui i propri fondi non siano utilizzati per sponsorizzare banche o aziende legate al commercio delle armi, o che tollerano pratiche lesive dei diritti umani o per l’inquinamento (come hanno fatto la provincia di Roma o il comune di Faenza)”.

Francesco Vignarca (coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo) ha fatto un ragionamento di ampio raggio partendo dalla necessità che siano i territori e gli enti locali a far sentire la propria voce per realizzare un cambiamento anche a livello nazionale. “Occorre parlare di pacifismo etico che va portato avanti non solo col cuore ma anche con la testa, dunque unendo competenza e convenienza. Non devo solo dimostrare che la pace è la situazione più giusta ma anche che conviene ai più (certo non ai pochi che hanno ora il controllo di certi traffici e di questi fatturati). È importante dare alternative allo stato attuale delle cose. Per esempio i ricercatori australiani del “Global peace index”: i modelli economici dimostrano che con l’osservanza effettiva della pace nel mondo si potrebbero avere 9 miliardi di dollari in più all’anno”. Il conflitto è parte connaturata dell’esistenza umana ma dobbiamo arrivare ad una gestione di esso che escluda la violenza. Continua Vignarca: “Occorre eliminare le armi per togliere l’ossigeno alle guerre, occorre esplorare nuovi modi di risolvere i conflitti. In Italia formalmente la difesa della patria viene fatta sia attraverso “la forza civile non violenta” (ossia il servizio civile) sia con la “difesa armata” ma ci sono fondi stanziati per le due sezioni ben diverse che chiaramente ne influenzano l’immaginario a livello sociale e la reale forza. La pace non si fa solo col disarmo ma anche attraverso la cooperazione internazionale, una maggiore democrazia, giustizia, microcredito”.

Insomma, anche in una elezione provinciale si può guardare al mondo. E allora ogni singolo voto diventa importante. [PGC]

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