“Il Vietnam è forse diventato un paradiso per i criminali cinesi?”

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Foto: Xceed.me

Se per mesi milioni di cittadini di Hong Kong, in maggioranza giovani, hanno manifestato chiedendo più democrazia e la cancellazione completa della legge che facilita l’estradizione di latitanti e sospetti in Cina, ritiro annunciato ufficialmente solo ad inizio settembre, in Vietnam la società civile locale sta protestando da settimane per il modo in cui le autorità di Hanoi hanno gestito gli ultimi casi di cronaca legati alla delinquenza cinese troppo spesso soggetta ad estradizione o a multe irrisorie anziché alle pene detentive previste dalla legge vietnamita. In particolare le condanne emesse nei confronti di cittadini cinesi coinvolti nella produzione e nel traffico di stupefacenti sono risultate per molti troppo leggere, tanto che sui media locali politiciattivisti e semplici cittadini si stanno domandando sempre più spesso: “Il Vietnam è forse diventato un paradiso per i criminali cinesi?”

Hanoi e Pechino hanno firmato il 7 aprile del 2015 una legge sull’estradizione, ma l’Assemblea nazionale del popolo cinese ha ratificato l’accordo solo lo scorso 26 agosto, giorno in cui è ufficialmente entrato in vigore. Subito dopo, le autorità vietnamite hanno rispedito in Cina tre persone, colpevoli di aver ucciso un tassista e averne gettato il corpo in un fiume della provincia di Sơn La, nel Vietnam nord-occidentale. L'espulsione del trio di criminali ha suscitato l’ira di quanti volevano che la pena venisse scontata nelle carceri vietnamite. Sempre verso la fine di agosto Hanoi ha estradato 28 cittadini cinesi coinvolti in truffe finanziarie e nei primi giorni di settembre quasi 400 persone sono state rimandate in Cina, nonostante facessero parte della più grande organizzazione dedita al gioco d’azzardo illegale online ad Hải Phòng City

L’ultimo incredibile episodio risale allo scorso 11 settembre, quando le autorità hanno fatto irruzione in un laboratorio illegale gestito da sette cinesi a Bùi Thị Xuân, quartiere della città di Quy Nhơn City nella provincia centro-meridionale di Bình Định. Durante l’operazione la polizia ha rinvenuto grandi quantità di sostanze chimiche e decine di macchinari ed attrezzature per la produzione di droga. Quattro degli arrestati hanno ricevuto solo una multa di 95 milioni di dong vietnamiti circa 3.707 euro per “soggiorno illegale” in Vietnam mentre gli altri tre complici sono stati condannati a pagare un’ammenda di 20 milioni di dong, poco più di 780 euro, per “ingresso e lavoro illegale”. Eppure il Codice penale vietnamita prevede condanne a molti anni di carcere, o addirittura la pena di morte, per chiunque sia trovato in possesso di quantitativi di droga come quelli rinvenuti a Quy Nhơn City.

Per molti questo, al pari di altri recenti provvedimenti, hanno messo in discussione la stessa sovranità nazionale vietnamita tanto che alcuni media hanno ricordato  come  “chiunque produca o venda droga sul suolo vietnamita, dovrebbe essere giudicato secondo la Legge del Vietnam. Ma il governo si è fatto trascinare dalla Cina in un accordo sull’estradizione, per cui le autorità sono costrette a consegnare i criminali cinesi a Pechino. Tuttavia, non si sa se questi affronteranno mai un processo in Cina”. Per questo, preoccupati per l’impatto sociale del fenomeno droga, molti cittadini vietnamiti stanno protestando contro il ricorso delle autorità a “sanzioni amministrative” proprio mentre per mano cinese la produzione ed il traffico di stupefacenti continuano la loro impunita ascesa in tutto il Vietnam. Ma non solo lì. L’industria farmaceutica cinese, in pieno sviluppo, da diversi anni gioca un ruolo sempre più grande nel traffico internazionale di droga e molte nuove sostanze psicoattive nel mondo hanno la Cina e lo stesso Vietnam come luogo di produzione e di smercio. 

Già nel 2016 il EU Drug Markets Reportil rapporto elaborato dall’Europol e dall'Osservatorio europeo  delle droghe e delle dipendenze per l’Unione europea sul mercato della droga, che presenta la mappa del mercato illecito di droga nell’Unione europea, evidenziava l’importanza della Cina come luogo di produzione e smercio di molte delle sostanze che finivano in Europa. Prodotte soprattutto nel Guangdong in Cina le droghe raggiungono l’Europa usando la posta celere e compagnie che possono consegnare pacchi da un chilo direttamente davanti alla porta del compratore in circa due giorni lavorativi. Secondo le Nazioni Unite lo sviluppo del mercato è avvenuto grazie alla rete moderna dei trasporti, a internet, al basso costo della manodopera e alla corruzione di alcune ditte farmaceuticheLe varie droghe vengono, infatti, spesso prodotte in modo legale da ditte registrate, ma la produzione viene poi deviata verso mercati illeciti.

Il governo cinese sta cercando di controllare le ditte farmaceutiche con regolamenti sempre più stringenti e verifiche costanti, ma senza molti risultati. Ciò è dovuto in parte al fatto che vi sono decine di ditte, più o meno piccole, che si dedicano anche alla produzione delle droghe, rendendo pertanto estremamente difficile il loro controllo. In più, con grande astuzia, quando una sostanza, di solito fondamentale per produrre anfetamine e meta-anfetamine, viene proibita dal Governo cinese, le ditte o trasformano rapidamente la produzione utilizzando sostanze simili per sfuggire al divieto o appaltano la produzione all’estero. È questo purtroppo anche il caso del Vietnam dove molti laboratori illegali agiscono sia come produttori di sostanze utili a confezionare droghe, sia come produttori indipendenti di prodotti finiti e pronti ad essere immessi sul mercato. Un mercato che al momento la nuova legge sull’estradizione tra Cina e Vietnam sembra quasi tutelare, anziché reprimere.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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