Niente di nuovo sotto il sole: intervista a Alberto Zoratti di Fairwatch

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Immagine: Stampagiovanile.it

Come ogni anno, quando sotto la spinta della UNFCCC i leader dei governi mondiali si riuniscono alla Conferenza Delle Parti, i dubbi sull’effettiva utilità e finalità di quest’incontro sono tanti. Alcuni nascono indubbiamente da quel sottile strato di sfiducia e disillusione a cui il modello neoliberalista ci ha tristemente abituato in questi ultimi 40 anni, dalla prima grande crisi strutturale del sistema capitalista che ha posto sotto il nostro sguardo un’infinità di contraddizioni sociali ed economiche e il devastante palesarsi di tutte le “esternalità” che questo tipo di sistema ha insite in sé.

Altri invece nascono dall’obiettiva comprensione che le dinamiche burocratiche a cui i governi sono chiamati a far fronte sono tante, troppe, altamente complesse e che date le differenze politiche, storiche ed economiche di ogni singolo Paese l’idea del raggiungimento di un accordo internazionale ambizioso ed efficace ci fa sorridere, amaramente: un’utopia irrealizzabile, ancora troppo lontana.

Inoltre come già evidenziato da altri giornalisti ed attivisti il cartellone posto all’ingresso di “Le Bourget”, in cui sono elencati gli sponsor economici ufficiali della COP21 (multinazionali, corporazioni, grandi industrie), getta una lunga serie di punti interrogativi sui conflitti di interessi che questo tipo di colossi economici possono incontrare con un effettivo rivoluzionamento del sistema economico che sia atto alla salvaguardia dell’ambiente e di conseguenza un’ombra sull’intero processo decisionale.

Per cercare di chiarire alcuni dei nodi fondamentali emersi finora dalle negoziazioni chiuse venerdì 11 a Parigi abbiamo intervistato Alberto Zoratti, presidente di Fairwatch, ONG italiana di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione ed advocacy sui temi del cambiamento climatico, del commercio e dell’economia internazionali nonché uno degli osservatori dei negoziati dell’UNFCCC e della WTO.

Puoi darci un impressione a caldo sul secondo Draft cocument uscito dalla COP?

Niente di nuovo sotto il sole verrebbe da dire, ho visto già alcune dichiarazioni ed oggettivamente ci sono dei passi avanti sulla questione del Loss and Damage, in un certo senso una maggior attenzione rispetto al sostegno sugli impatti del cambiamento climatico immediati. Però e l’architettura generale che non va bene e questo lo sapevamo in realtà già da diversi anni. Si sta andando, e questo draft lo dimostra, sempre più verso un sistema volontario. Noi passiamo quindi da un protocollo di Kyoto, che oggettivamente era un protocollo vincolante verso un approccio che sarà sì un accordo vincolante, ma con degli impegni che vincolanti non sono. Per cui non ci sarà, per esempio, nessun sistema sanzionatorio nel momento in cui una parte, quindi un Paese membro, decidesse di non ottemperare agli impegni che si era assunto.

Sulla questione dell’adattamento il problema è lo stesso. La promessa che era stata fatta addirittura a Copenaghen nel 2009 e sottolineata a Cancun nel 2010, ossia di stanziare 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020, per questioni relative a politiche di adattamento, con fondi nuovi ed aggiuntivi, in realtà non è ancora stata confermata nè consolidata. E questo è un problema perchè mette in discussione la responsabilità comune che dovrebbe essere differenziata e dovrebbe essere parte integrante di questo nuovo accordo: chi ha più inquinato, più deve pagare.

Qual’è al momento la posizione dell’Italia e dell’Europa?

Il ministro Galletti ieri ha fatto delle dichiarazioni che sembrano venire giù dalla luna. L’Italia si presenta qua come se avesse fatto i compiti, si presenta come un ottimo studente. Ha parlato di fondi stanziati, 4 miliardi di euro dal 2015 al 2020, non specificando la fonte. In teoria non dovrebbero provenire dall’aiuto pubblico alla sviluppo, invece sappiamo quasi per certo che una parte di quei fondi verranno dalla APS (Aiuto Pubblico Sviluppo) e dunque verranno stornati.

Parla del 40% di energia elettrica da rinnovabili, cosa che è vera, se non fosse che questi governi hanno affossato le rinnovabili in Italia e non le abbiano sostenute adeguatamente. Quindi sull’Italia stendiamo un velo pietoso, nel senso che noi abbiamo raggiunto tre anni fa (nel 2012) il protocollo di Kyoto, perchè abbiamo inserito all’interno della contabilità per esempio le cosidette foreste senza considerare che all’interno di quella voce ci sono per esempio anche le terre incolte che erano state abbandonate dall’agricoltura e nulla si disse rispetto al consumo di suolo e alla cementificazione che invece sta continuando imperterrita in tutto il paese. Quindi ripeto: sull’Italia stendiamo un velo pietoso.

Rispetto all’Europa obbiettivamente negli ultimi anni c’è stata una diminuzione delle emissioni ma c’è stata anche in seguito alla questione collegata alla crisi economica e finanziaria. L’Europa è stata una delle poche potenze mondiali che ha effettivamente aderito al protocollo di Kyoto e che quindi è all’interno di un sistema effettivamente vincolante.

Ma c’è un problema: l’Europa non parla la stessa lingua al proprio interno, quindi quello che decide alla COP sulla questione climatica, va in controtendenza su quello che decide in altri tavoli, ad esempio i trattati bilaterali sul commercio, penso al TTIP e a trattati multilaterali come l’organizzazione mondiale del commercio dove invece esistono dei sistemi sanzionatori, quindi si capisce bene cosa significa: se l’Italia e l’Europa, firmano e ratificano un accordo di libero scambio dove c’è un sistema sanzionatorio e nello stesso tempo firmano un accordo sul clima dove i sistemi sanzionatori non ci sono è chiaro dove sta la priorità e dove sta la gerarchia. Dunque questo è un elemento di sostanza rispetto alla governance internazionale e al ruolo che l’Europa sta avendo.

Oggi siamo qui alla ZAC, la Zona di Azione per il Clima, uno spazio alternativo ed in aperta opposizione alla COP. Secondo te qual’è il ruolo reale che uno spazio come questo dovrebbe assumere?

Questi spazi dovrebbero avere il ruolo, e non sempre ce l’hanno, di interconnettere l’opposizione reale ad un modello di sviluppo che non funziona, in cui la COP riveste in realtà un ruolo relativo, poichè la COP di fatto non è che uno spazio all’interno del quale si incrociano e si scontrano interessi. Quindi non soltanto unire l’opposizione, ma anche costruire alternative concrete e reali. Per fare questo o si creano convergenze, cosa che in parte qui si sta tentando di fare, tra diversi movimenti nel mettere in rete territori e dunque nel mettere in rete economie locali, produzioni locali e dunque le reali alternative o se no rischiamo di perdere un treno.

Dunque noi dobbiamo sempre più unire il conflitto con la proposta e dobbiamo farlo in un ottica per cui l’articolazione dei movimenti deve sempre più radicarsi sul locale, che non vuol dire autarchia, ma vuol dire la costruzione di un sistema alternativo in cui i Paesi e gli enti locali, o comunque la democrazia reale, ritornano ad avere potere. Bisogna ridare sovranità politca ai governi, con tutti i limiti che hanno, anche nella pianificazione economica, che significa riuscire a rimettere in ballo degli strumenti che vengono definiti protezionistici, ma protezionistici non sono, e che servono per tutelare un modello di sviluppo che sia compatibile con la lotta al cambiamento climatico.

Tutto ciò che viene fatto alternativamente e che svuota i territori è una ricetta che non funziona e che è destinata a fallire.

Le risposte di Alberto sono lucide e precise. Avvertiamo nel suo tono di voce un certo disappunto ma fortunatamente misto a quella forza e speranza che contraddistingue chi ha fatto di queste battaglie la propria vita. Alberto ci parla di sovranità politica ed economica per i governi ma egli stesso conosce l’amaro scetticismo che nasce dalla consapevolezza di accordi distruttivi e vincolanti come il patto di stabilità interno, che Marco Bersani (coordinatore nazionale di Attac Italia) in un suo intervento al CSV di Trento ha definito “patto di destabilizzazione sociale”, o il TTIP che lui stesso ha citato. Noi come giornalisti, ricercatori o attivisti non possiamo che cercare di tirare le fila di questo gran caos, sperando che si inverta la rotta di questo nostro pianeta che sta pian piano affondando portandosi a fondo già da tempo il senso di rispetto, di giustizia e di salvaguardia dell’uomo verso l’uomo, e non solo dell’uomo verso l’ambiente.Ariele Pitruzzella & Daniele Saguto 

In Medias Res

L'associazione In Medias Res nasce nel Luglio del 2015 a Trento come naturale prosecuzione del progetto di media-attivismo "Agenzia di Stampa Giovanile", realizzato da un collettivo formato da giovani con background e formazione differenti. Il progetto nasce in seno all'associazione Jangada nel 2012 e in collaborazione con l'associazione Viração Educomunicação in Brasile, in concomitanza con il Summit Rio+20 e cresce entrando in contatto e collaborando negli anni con diversi enti e associazioni a livello locale ed internazionale (tra gli altri l’Assessorato alla Cooperazione e allo Sviluppo della Provincia Autonoma di Trento, l'Universita di Trento, l'Osservatorio Trentino sul Clima, il consorzio dei Comuni della provincia di Trento BIM dell’Adige, la Fundación TierraVida in Argentina e la Rete+Tu). L'associazione si occupa principalemtene di divulgazione libera e indipendente di tematiche legate all'ambiente, alla società e all'economia attraverso la pubblicazione di articoli e video (negli ultimi anni ha realizzato reportages durante le Conferenze delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici - COP18 di Doha, COP19 di Varsavia, COP20 di Lima), percorsi formativi nelle scuole e laboratori e eventi aperti alla cittadinanza.

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