I “sogni di tregua” di Basir Ahang

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Basir Ahang - Foto: Promosaik.blogspot.it

Lo scorso 24 giugno era a Trento Basir Ahang. Giornalista, attivista per i diritti umani, documentarista, poeta Hazara che, come lui stesso ama ricordare, “viene da una terra che solo dall’ottocento è chiamata Afghanistan”. Invitato da Il Gioco degli specchi all’interno di una serie di eventi costruiti attorno alla Giornata del rifugiato dello scorso 20 giugno e coordinati dal Cinformi, Basir l’esperienza del richiedente asilo l'ha vissuta sulla sua pelle. Ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Italia nel 2008, dove è arrivato con un “viaggio da privilegiato”, su un C 130 dell’aeronautica militare, dopo tanti scali, un rumore assordante e il mal di schiena. “Nulla a che vedere con i difficilissimi viaggi che intraprendono migliaia di migranti che tentano di raggiungere l’Europa” ci tiene a precisare. Dal 2009, dopo il suo primo viaggio in Grecia, con il suo lavoro di giornalista e documentarista segue da vicino la drammatica situazione dei migranti che cercano asilo e protezione in Europa, racconta la difficile quotidianità del suo paese su Frontierenews.it e le persecuzioni che subisce il popolo Hazara, uno dei maggiori gruppi etnici dell’Afghanistan, su Hazarapeople.com

Del perché è arrivato in Italia “da privilegiato” Basir non ama parlarne, dice che è una storia passata, ma se oggi è un rifugiato è perché nel 2006 mentre si trovava in Afghanistan, e già collaborava con alcuni giornalisti di La Repubblica, è stato coinvolto nella liberazione del giornalista e fotografo Gabriele Torsello, rapito dai Talebani nella provincia di Helmand per 23 giorni e per questo è stato oggetto minacce ed intimidazioni che lo hanno costretto a fuggire dall’Afghanistan. Oggi in Italia Basir dice di trovarsi bene, ma ha dovuto constatare un’assoluta mancanza del rispetto giuridico dei diritti umani dei rifugiati che in questi mesi è sempre più evidente anche a livello europeo, come dimostra il recente accordo tra l’Unione Europea e la Turchia. “Tutto ciò che l’Europa ha da offrire ai rifugiati è costringerli a restare nei paesi da cui cercano disperatamente di fuggire. Ancora una volta, l'obiettivo principale non è proteggere le persone, ma tenerle lontane nel modo più efficace” ha spiegato Medici Senza Frontiere il 17 giugno annunciando che non prenderà più fondi da parte dell'Unione Europea e dei suoi stati membri, in opposizione alle loro dannose politiche di deterrenza sulla migrazione e ai sempre maggiori tentativi di allontanare le persone e le loro sofferenze dalle frontiere europee.

Del resto come in questi giorni ha dichiarato anche Amy Frost, responsabile per la Grecia di Save the ChildrenL’accordo tra Unione europea e Turchia viola il diritto internazionale, le evidenze raccolte sul campo sono sempre più corpose”. Dello stesso avviso è stata anche Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci che ha ricordato come “non solo l’accordo tra Unione europea e Turchia si è rivelato fallimentare e illegale: i ricollocamenti non funzionano, e soprattutto si continua a ignorare che è già in vigore uno strumento ancora più potente, la direttiva Ue 55 del 2001, che concede visti temporanei a chi fugge da guerre, dittature o persecuzioni”, ha sottolineato il vicepresidente di Arci. “Ma tale direttiva continua a rimanere disattesa senza una spiegazione plausibile: se messa in atto abbatterebbe il business dei trafficanti, garantendo viaggi sicuri ai rifugiati senza dovere attraversare il Mediterraneo”.

Le conseguenze? Per Basir i rifugiati, che spesso si ritrovano a fuggire da guerre terribili rischiando la vita innumerevoli volte durante il viaggio e arrivando in Europa, oggi “si ritrovano in condizioni disumane”. Questo perché a tre mesi dopo l’entrata in vigore dell'accordo tra Unione e Turchia, che i governi europei plaudono come un successo, “le persone bisognose di protezione ne pagano il vero costo umano. Più di 8.000 persone, tra cui centinaia di minori non accompagnati, sono bloccate sulle sole isole greche come diretta conseguenza dell’accordo. Hanno vissuto in condizioni disastrose, in campi sovraffollati, a volte per mesi. Temono un ritorno forzato in Turchia e sono ancora prive di assistenza legale, la loro unica difesa contro un’espulsione collettiva” ha spiegato Basir. Come se non bastasse la Commissione europea ha recentemente presentato una nuova proposta per replicare la logica dell’intesa Ue-Turchia in oltre 16 paesi in Africa e Medio Oriente. Gli accordi imporrebbero tagli commerciali e agli aiuti allo sviluppo per quei paesi che non arginano la migrazione verso l'Europa o che non facilitano i rimpatri forzati, premiando quelli che lo fanno. Tra questi potenziali partner ci sono la Somalia, l'Eritrea, il Sudan e l'Afghanistan, quattro dei primi dieci paesi di origine dei rifugiati. “Uno scenario degno di un’Europa che ha dimenticato l’umanità e il diritto internazionale” ha spiegato Basir. “Io sono stato molto fortunato, non ho avuto i problemi che riscontrano la maggior parte dei rifugiati e non ho dovuto rischiare la vita per arrivare fin qui. Ma essere parte integrante della società è un’altra cosa, mi sento piuttosto un membro di una grande comunità di rifugiati”. Anche per questo come ha ricordato il 20 giugno in un post “Oggi è anche la mia giornata, ovvero la giornata mondiale del rifugiato, una giornata per pensare a sessanta milioni di esseri umani come noi, che però per diversi motivi non possono vivere normalmente”. Una giornata regolarmente strumentalizzata dalla politica che anche quest’anno, “Dopo 365 giorni, ci concede 24 ore per riflettere sul nostro futuro nella società umana. Pensare che queste 60 milioni di persone sono parte di noi, sono umani e non sono fatti per essere soltanto uno slogan politico. Loro non hanno avuto la possibilità di scegliere. Comprendo che è molto difficile avvicinarsi alla realtà di queste situazioni considerata la disinformazione sull’argomento, eppure fermarsi a pensare un attimo non è mai troppo complicato, anche perché alla fine la maggior parte di noi vuole la stessa cosa: un mondo umano, un mondo di amore, un mondo di pace, un mondo di convivenza per tutti gli esseri umani”. 

Quando lo status di rifugiato di Basir veniva accolto, nel 2008, l’Europa garantiva protezione a vario titolo a circa 76.300 richiedenti asilo, oggi sono 287.000 le domande di asilo e come ha ricordato Basir sono circa 65.3 milioni le persone costrette alla fuga nel 2015, rispetto ai 59.5 milioni solo di un anno prima. Per la prima volta viene superata la soglia dei 60 milioni di persone in fuga. È una cifra incredibile è come se l’Italia intera fosse in marcia. A livello globale, con una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, questi numeri significano che 1 persona su 113 è oggi un richiedente asilo, uno sfollato interno o un rifugiato, un livello di rischio senza precedenti secondo l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR). Sono questi i dati del rapporto annuale Global Trends pubblicato in occasione del 20 giugno dall’ UNHCR. Eppure è bene ricordare che sempre secondo questo rapporto negli ultimi anni, mentre gran parte dell’attenzione era catturata dalle difficoltà dell’Europa nella gestione di rifugiati e migranti, la maggior parte di loro nel 2015 non era alle porte dell’Europa e l’86% dei rifugiati è accolta in paesi a basso o medio reddito e in prossimità di situazioni di conflitto.

“Un fenomeno di massa e mondiale non solo Europeo”, ma che ovunque riduce il migrante a diventare come Basir un “Esule vagabondo”, titolo di una sua bella poesia contenuta nella raccolta Sogni di tregua edita da Gilgamesh nel 2015 e che ci ricorda come per milioni di persone sia vera la strofa  “la mia patria non sono altro che le mie scarpe”. Un’immagine molto chiara della condizione di migliaia di migranti, che anche Ivano Fossati utilizza in Pane e Coraggio quando canta: “Nina ci vogliono scarpe buone e gambe belle Lucia; Nina ci vogliono scarpe buone pane e fortuna e così sia; ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole, da una terra che ci odia, ad un’altra che non ci vuole”. Ma la condizione del migrante per Basir non può lasciarci indifferenti e ci chiama ad una responsabilità: “Forse un giorno questo nodo si scioglierà; e la prossima generazione in questa città; dopo aver letto la storia; maledirà i propri padri” scrive Basir sempre in Esule vagabondo, mettendoci davanti alle nostre responsabilità come ha spesso fatto un altro giornalista, Gabriele Del Grande. Dal suo blog Del Grande, che ha viaggiato lungo tutti i confini della "Fortezza Europa" e lungo le molte sponde del Mediterraneo ci ricorda che “Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo”. Del Grande come Basir ci invita così a guardare a ciò che oggi sappiamo e non è inutile ricordarci che dal 1988, da quando Del Grande ha cominciato a tenere questa tragica contabilità, sono morte lungo le frontiere dell’Europa più di 27.000 persone, di cui 4.273 soltanto nel 2015.

Calvino diceva “Se alzi un muro pensa a cosa lasci fuori”. Oggi anche grazie all’incontro con Basir Ahang siamo sempre più convinti che come noi, anche migranti e rifugiati, hanno sogni di tregua e vanno considerati risorse umane oltre che economiche, non solo numeri sulla base dei quali vincere o perdere le prossime elezioni offrendo deterrenza anziché assistenza.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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