Cosa porteresti con te in un “viaggio della speranza”?

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Adama, foto  - Foto: Alberto Gianera ®

Vi è mai capitato di giocare con alcuni amici a “cosa vi portereste su un’isola deserta” o, in alternativa, “cosa vi portereste su un’astronave”? Si tratta di un indovinello di gruppo: chi avvia il gioco lancia il quesito e ciascuno è chiamato a dire il nome di un oggetto che pensa di voler portare con sé, tenendo sempre conto, è questa la premessa del gioco, che lo spazio a disposizione di ciascuno è davvero esiguo e quindi che occorre fare di necessità virtù. Niente di più falso in questo caso. Gli oggetti saranno o meno indicati come “opportuni”, e dunque sarà designato il vincitore, in base a un criterio deciso dal narratore, che ben poco ha a che fare con la funzionalità dell’oggetto in sé, piuttosto invece con la sua iniziale o con la posizione secondo cui sono seduti i giocatori. Mi è venuto in mente questo gioco pensando alla situazione reale di un migrante che intraprende un “viaggio della speranza”, come si è soliti dire, attraverso Paesi sconosciuti, senza mezzi di trasporto, in balia di trafficanti di uomini, per città, deserto e mare. Un collegamento un po’ sciocco, perché noi non siamo stati davvero chiamati a soppesare quell’oggetto necessario per il nostro viaggio sull’isola deserta o sull’astronave. Altre persone sì, e la lunghezza e l’imprevedibilità del viaggio o, a volte, l’emergenza che ha dettato la fuga rendono ancora più ardua la scelta del bagaglio da portare con sé.

Cosa hai portato con te durante il viaggio?” L’operatrice Chiara Benedetti e il fotografo Alberto Gianera lo hanno chiesto ad alcuni richiedenti asilo presi in carico dal Centro Astalli di Trento, nella convinzione che collegare un oggetto al viso e alla storia di una persona possa contribuire a trasmettere, al di fuori dello stretto ambito del Centro, la disperazione di una scelta tanto difficile quanto ardua. In cosa consiste, infatti, lo stretto necessario con cui riempire la propria valigia? A volte solo in una fotografia di persone care, in un simbolo religioso o in amuleto; altre volte in un valido strumento di comunicazione e orientamento come uno smartphone o in indumenti e scarpe. Quella scelta a volte può salvare la vita nel corso del viaggio oppure confortare l’animo nei momenti più difficili. Ne sono consapevoli Adama, maliano dal 2014 in Italia, che ha usato i pantaloni che indossava del Barcelona FC per asciugare e ributtare a mare l’acqua che inesorabile riempiva il gommone diretto verso le coste italiane rischiando di farlo inabissare nel Mediterraneo; e Soma, anch’egli maliano, che ricorda e mostra quel cellulare di un amico con cui aveva viaggiato attraverso l’Algeria e la Libia e che è morto nella traversata verso l’Europa. I volti e le storie di questi e queste giovani si intrecciano con gli oggetti densi di significato che presentano agli intervistatori, che hanno deciso di trasporre l’iniziativa in una mostra dal titolo “Effetti personali.

Il perché ce lo racconta lo stesso Alberto Gianera, intervistato per Unimondo. “Volevamo dare una scrollata all’approccio che oggi molti hanno dinanzi al fenomeno dell’immigrazione. Non si tratta solo di razzismo o xenofobia, l’essere guardingo verso il diverso talvolta può essere anche comprensibile. Tuttavia abbiamo pensato che sarà di certo difficile avere lo stesso atteggiamento dopo aver conosciuto più nel personale e nel profondo alcuni dei richiedenti asilo del Centro Astalli. L’individuazione e il racconto attorno a un oggetto caro che racchiude in sé la fatica, i timori e le speranze del viaggio compiuto consentono infatti a queste persone di tornare con la mente alla loro vita precedente, prima di essere ‘semplicemente’ dei rifugiati”. L’intenzione è dunque quella di raccontare delle storie, le loro storie, e di mostrare al contempo sia la straordinarietà del loro vissuto sia la non straordinarietà della stessa. “Di certo le storie di queste persone” argomenta Gianera “presentano situazioni assai diverse dalla ‘normalità’ vissuta dai corrispettivi italiani: si tratta di contesti familiari, politici ed economici assai differenti dai nostri standard di vita europei e per questo potremmo definirli ‘straordinari’. Tuttavia c’è ben poco di straordinario nella scelta di fuggire da un regime che usa la tortura e l’omicidio quali regolari strumenti di amministrazione del Paese, o da una persecuzione per ragioni religiose o per via della propria omosessualità, o anche da un sanguinoso conflitto armato. Non c’è affatto nulla di straordinario neanche nel voler cercare di avere una vita dignitosa, con un lavoro che consenta di mantenere la propria famiglia e di vivere serenamente, al sicuro e in pace, la propria vita”. Le persone ritratte nella mostra fotografica e nei riquadri testuali non rappresentano dunque eroi immortalati da Hollywood ma persone normali che, in situazioni di pericolo o di malessere, hanno optato per cercare un destino migliore rispetto a quello riservato loro dalla sorte. Una scelta assolutamente condivisibile, che molti italiani farebbero, hanno fatto in passato e stanno facendo oggi.

Che questa mostra, esposta per la prima volta all’OltreEconomia Festival dello scorso giugno, possa contribuire ad alimentare una comunicazione differente attorno al tema delle migrazioni è presto dirlo. È vero che progetti con questo taglio stanno oggi moltiplicandosi: è della scorsa estate il progetto dell’antropologo Luca Pisoni che ha intervistato circa 50 profughi eritrei in transito tra Bolzano e il Brennero. Anch’egli aveva inteso l’oggetto non come fino a se stesso, “quanto piuttosto un simbolo dietro il quale è possibile rinvenire significati connessi alla vita non solo dei singoli ma addirittura dell’intera società”, e anch’egli aveva raccolto immagini di oggetti legati alla religione e alla famiglia, perfino sotto forma di tatuaggio impresso sulla pelle.

Nella Giornata Mondiale del Rifugiato queste immagini meriterebbero le prime pagine dei giornali, insieme a un interrogativo: un oggetto può essere inteso come fondamentale dal momento che queste persone non possiedono nemmeno il diritto alla loro vita?

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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