Colombia: una pace “con il fiato sospeso”

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I colombiani amano le telenovelas, ogni sera possono scegliere tra gli unici due canali nazionali RCN e Caracol che presentano “Grupo Elite” e “Niña”. “Grupo Elite” racconta la storia del gruppo della polizia nazionale che insieme ai paramilitari del Clan Pepe (perseguiti da Escobar) ha scovato e ucciso nel dicembre 1993 a Pablo Escobar, il boss dei boss del cartello del narcotraffico di Medellin. Era la prova di forza di uno Stato che sfidando il terrore delle prime auto-bomba seminate in centri commerciali e dei baby sicari che assassineranno anche ministri della Repubblica (come il Ministro della Giustizia dell’epoca Lara), si alleano con paramilitari che si incaricano del “lavoro sporco” e poi chiederanno il sostegno politico con personaggi macabri come Salvatore Mancuso, capo autodefensas AUC, con passaporto italiano.

La telenovela “Niña” narra le vicissitudini di un’adolescente sequestrata e divenuta baby soldato della guerriglia che scappa dalla selva amazzonica e cerca con molte difficoltà di re-inserirsi nella società come studentessa di medicina perchè ha visto troppi bambini morire di fame e di mancanza di medicine nelle verdi campagne ancora abbandonate da uno Stato che non riesce neanche a difendere le scuole pubbliche dal fuoco incrociato dei gruppi armati illegali. Mercoledi 24 agosto le telenovelas sono state bruscamente interrotte dalla notizia “storica” che prima all’Avana vede la firma finale degli accordi definitivi di pace tra Governo Colombiano e le Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia FARC e successivamente, a reti unificate, il discorso del Presidente della Repubblica Santos da Bogotá.

Anche per chi come me da oltre un decennio vive nella regione andina, si stupisce amaramente del discorso Ivan Marquez, capo della Delegazione delle FARC-EP al Tavolo di Pace a L’Avana: “Abbracciamo con tutta la forza del nostro cuore il popolo della Colombia, per ripetere ad esso che la lotta guerrigliera che è stata messa in atto in tutti i punti della geografia nazionale non ha avuto altra ragione se non la nobilitazione della vita umana, nel quadro del diritto universale che legittima tutti i popoli del mondo a ribellarsi con le armi contro l’ingiustizia e l’oppressione. Purtroppo, in ogni guerra, ma specialmente in quelle di lunga durata, si commettono errori e si danneggia involontariamente la popolazione. Con la firma dell’accordo di pace, che comporta un impegno implicito di Non Ripetizione, speriamo di allontanare definitivamente il rischio che le armi vengano rivolte contro i cittadini.

La pace è per tutti e abbraccia tutti gli strati della nostra società chiamandoli alla riflessione, alla solidarietà, e ci dice che è possibile portare avanti il paese. Agli strati che sopravvivono nelle catacombe della disperazione, dell’oblio e dell’abbandono ufficiale, diciamo che è possibile, confidando nella forza interiore e nella decisione che tutti abbiamo dentro, uscire dalla miseria e dalla povertà”. Molti analisti sottolineano la gravitá di messaggio da campagna elettorale di Ivan Marquez, senza MAI chiedere perdono alle vittime che - dopo oltre 50 anni di conflitto armato ha causato l’assassinato di 260.000 persone, 8 milioni di vittime, con una crisi umanitaria esplosiva con 6,8 milioni di rifugiati interni, desplazados, come da molto tempo UNIMONDO ha documentato costantemente

La guerriglia delle Farc per l’ ennesima volta non rispetta impegni presi di liberare tutti i bambini soldato, tanto da provocare un comunicato “totalmente insoddisfatto” da parte della Defensoria del Pueblo (ombusman nazionale)a cui si aggiunge una tagliente presa di posizione di Human Rights Watch che parla di “impunita’ per i carnefici” – il direttore HRW Jose Miguel Vivanco denuncia che “se il Governo colombiano avesse davvero l’intenzione seria di rispettare il diritto delle vittime alla giustizia, dovrebbe correggere i gravi difetti degli accordi di pace” Il negoziatore del Governo Humberto della Calle dall’Avana spiega questa “pace imperfetta ma reale tutta da costruire, è un’opportunità di trasformazione per tutta Colombia, non si limita al silenzio delle armi”.

Stupisce molto che questo accordo storico avviene senza la solennità, senza la presenza di capi di Stato e i vertici dell’OnuEppure i cinque cardini su cui si fonda l’accordo di pace sono nodi strategici irrinunciabili per capire la storia e il futuro di un paese soggiogato da una violenza fratricida che dura da mezzo secolo: la questione agraria con una più equa ridistribuzione della terra, il futuro politico delle Farc – che potranno presentarsi alle elezioni del 2018 già certe di poter comunque contare su un diritto di tribuna di 5 seggi per ciascuna delle due Camere del Senato e dei Deputati (anche se non ottenesse i voti necessari), la fine del conflitto e il reinserimento sociale degli ex guerriglieri, la lotta al narcotraffico, la riparazione per le vittime e la giustizia transizionale.

La Colombia oggi è un paese ferito dove anche la celebrazione della pace diventa “un’arma di contrapposizione”. Quella sera del 24 agosto, si respirava tanta euforia e gioia nel Parco della Calle 60 di Bogotá dove si sono riuniti i politici di sinistra e difensori dei diritti umani per celebrare la festa della pace. Io stavo partecipando alla conferenzia internazionale “Terre e territorio nelle americhe: acaparramento, resistenze e alternative” promossa dal Transnational Institute TNI di Amsterdam e Universita’ Externado di Bogotà che ha riunito per tutta una settimana numerosi esperti e accademici di tutta l’America Latina che hanno dialogato con lider dei popoli indigeni, contadini e afro. E’ il volto multietnico e multiculturale di una Colombia che celebra con speranza la firma degli accordi di pace ma sente molta preoccupazione per la implementazione e traduzione nella vita quotidiana degli accordi in un paese ostaggio delle mafie, campione della diseguaglianza e iniqua distribuzione delle terre, dove i bambini dell’etnia Wayu continuano a morire di fame, che quotidianamente assassina difensori dei diritti umani, lider indigeni e contadini perche’ il diritto alla protesta sociale ancora non viene tollerato in questa “democrazia imperfetta”.

Non bisogna dimenticarsi dell’ex presidente Alvaro Uribe Vélez ha scatenato una feroce opposizione contro l’accordo firmato, orchestrando in tutte le regioni una campagna per il NO. Infatti il prossimo appuntamento decisivo sarà quello del 2 ottobre, quando il popolo sarà chiamato ad esprimere il suo giudizio sull’accordo di pace con un apposito referendum – molti sondaggi registrano la possibile vittoria del NO (una decisione sconcertante che cancellerebbe gli accordi firmati il 24 agosto, che significherebbe la vittoria della cultura della morte che continuerebbe a perpetrarsi in Colombia). E' la "fine della sofferenza, del dolore e della tragedia della guerra", ha commentato il presidente, Juan Manuel Santos, lanciando immediatamente la campagna referendaria per il "Si'". "Questa - ha sottolineato - e' un'opportunita' unica e storica per lasciarsi alle spalle il conflitto e dedicare i nostri sforzi a costruire un Paese piu' sicuro, equo, istruito, per tutti noi, per figli e nipoti".

La pace in Colombia tiene ancora con il fiato sospeso....

Cristiano Morsolinesperto di diritti umani in America Latina dove vi risiede dal 2001.

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