America Latina: la regione più pericolosa per i difensori dei diritti umani

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E’ recentemente uscito un rapporto di Oxfam dall’eloquente titolo “El riesgo de defender” (il rischio di difendere). Il rapporto analizza ed evidenzia la recrudescenza dei delitti nei confronti di chi difende i diritti umani nella regione latinoamericana e caraibica. Tale situazione, secondo Oxfam, è da mettere in relazione soprattutto con il modello economico dominante, che esacerba la disuguaglianza andando ad impattare negativamente sui diritti fondamentali della popolazione. Il ruolo degli stati nel contrastare tale fenomeno è ritenuto da Oxfam inadeguato, data la scarsa propensione degli stati a compiere i propri doveri in materia di rispetto dei diritti umani e della cooptazione delle istituzioni statali da parti di forti gruppi di potere che ne limitano il ruolo in tal senso.

L’organizzazione internazionale Global Witness riporta dati agghiaccianti: in tutto il mondo nel corso del 2015 almeno 185 persone che lottavano in difesa dei diritti umani sono state assassinate. Di queste, ben 122 sono state uccise in America Latina. Nel 2016, nei primi quattro mesi dell’anno, 24 persone sono state assassinate in Brasile, 19 in Colombia, 7 in Guatemala, 6 in Honduras e almeno due in Messico.

E’ interessante l’analisi che Oxfam propone nell’individuare le principali cause di tale drammatica situazione in America Latina. Tre i principali fattori: 1) la prevalenza della cultura patriarcale come causa della particolare violenza nei confronti delle donne che difendono i diritti umani (un esempio per tutti è quello di Berta Cáceres, di cui parlammo diffusamente alcuni mesi fa); 2) la stretta connessione esistente tra l’espansione dei progetti ed attività estrattive e l’incremento delle violazioni dei diritti umani nei territori dove tali progetti si sviluppano; 3) la prevalenza di un potere di fatto che prescinde dalle istituzioni statali, cooptate come sono da gruppi di potere economico, politico e criminale che neutralizzano la funzione dello Stato inteso come garante dei diritti fondamentali di tutta la popolazione.

L’America Latina è come detto una delle regioni più complesse al mondo per quanto riguarda la difesa dei diritti umani. Basti pensare che si tratta della regione con la più alta disuguaglianza nella concentrazione di ricchezze, con un coefficiente Gini pari a 0,48. 175 milioni di persone vivono in situazione di povertà e i tassi di morti violente sono tra i più alti al mondo, pur non contando le morti avvenute in conflitti armati. Oxfam riporta inoltre 448 mila persone rifugiate, più di 7 milioni di persone trasferite in forma coatta, e una media di più di 100 mila persone centroamericane che annualmente emigrano verso gli Stati Uniti a causa della situazione di povertà e violenza in cui si trovano a vivere. Tutti questi fattori rendono ancora più rilevante, e allo stesso tempo pericoloso, il lavoro di chi cerca di opporsi a tali violazioni. Il tutto aggravato dalla debolezza degli stati, che non sono in grado di farsi garanti dei diritti umani e dall’assenza di un modello economico capace di offrire uguali opportunità alle diverse fasce della popolazione. A tal proposito appare particolarmente grave la recente crisi della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, che si è vista tagliare una parte ingente dei fondi che la sostenevano.

Secondo Front Line Defenders il 41% degli assassinii nei confronti di chi difende i diritti umani in America Latina è da mettere in relazione con la difesa dell’ambiente, il territorio e i popoli indigeni, mentre il 15% con la difesa dei diritti delle persone LGBT. Un rapporto di Amnesty International segnala che le aggressioni prevalenti sono attacchi contro la vita e l’integrità delle persone, violenza di genere, punizioni in seguito all’esercizio della libertà d’espressione, molestie e minacce, discredito, diffamazione e criminalizzazione.

Come accennato, la predominante cultura patriarcale in America Latina determina rischi multipli per le donne che difendono i diritti umani. Esse si trovano infatti a dover affrontare rischi ed aggressioni specifiche, dato che con la loro azione non solo stanno sfidando il potere statale ed economico, ma anche norme culturali, religiose e sociali molto radicate in certi contesti. Le aggressioni e intimidazioni nei loro confronti non solo sono volte ad annullare la loro azione in difesa dei diritti umani, ma anche a rafforzare stereotipi discriminatori. Questi costituiscono la base per screditare il loro lavoro, generando le condizioni per attacchi più violenti che finiscono poi per mettere a rischio le loro stesse vite. Ls dimensione specifica dell’aggressione contro le donne difensore dei diritti umani è stata riconosciuta anche dall’Assemblea Generale dell’ONU, che nella risoluzione del 18/12/2013 ha espresso la sua preoccupazione per “la discriminazione e la violenza sistematica e strutturale che devono fronteggiare le difensore dei diritti umani e i difensori dei diritti delle donne”. L’ONU ha chiesto inoltre agli stati l’elaborazione e implementazione di politiche di genere specifiche per garantire la protezione delle donne che decidono di schierarsi a favore dei diritti umani. Tra il 2012 e il 2014 i paesi in cui si è registrato un aumento piuttosto accelerato di questo tipo di aggressioni contro le donne che difendono i diritti umani sono stati El Salvador (da 51 a 55 aggressioni), Guatemala (da 126 a 313) e Messico (da 118 a 308) e purtroppo pare non vi sia nessun indizio di un possibile miglioramento della situazione. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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