Honduras: Berta Cáceres non è morta, si è moltiplicata

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“Io sapevo che la lotta sarebbe stata dura, ma sapevo anche che avremmo trionfato. Me lo ha detto il fiume”. - Berta Cásares - 

Berta Cáceres è stata uccisa la notte del 2 marzo con tre colpi di arma da fuoco, mentre dormiva nella sua casa de La Esperanza, a ovest di Tegucigalpa. In Honduras e altrove molti immaginavano che la vita di Berta fosse in serio pericolo. Berta era dirigente del COPINH, il Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras, organizzazione da lei co-fondata negli anni 90. Assieme al suo popolo, i lenca, Berta era da tempo impegnata nella lotta contro la diga di Agua Zarca che causerebbe danni irreparabili al Gualcarque, fiume sacro agli indigeni. Grazie alle mobilitazioni del COPINH, sia la Banca Mondiale che l’impresa pubblica di costruzioni cinese Sinohydro abbandonarono il progetto. La compagnia honduregna DESA (Desarrollos Energéticos SA), al contrario, decise di continuare, grazie anche all’appoggio di varie banche ed imprese europee (tra cui le tedesche Siemens, Voith, e banche olandesi e finlandesi). Le proteste contro la diga fecero conoscere il movimento a livello internazionale, ma il conto da pagare fu salato per il popolo lenca, vittima di una forte repressione che condusse alla morte di un attivista ed al ferimento e tortura di numerosi altri. Questa lotta portò Berta a ricevere nel 2015 il prestigioso Goldman Environmental Prize, un prestigioso riconoscimento per coloro i quali si sono distinti nella difesa dell’ambiente.

Assieme a Berta la notte dell’assassinio c’era Gustavo Castro, attivista messicano, membro dell’organizzazione Otros Mundos Chiapas, unico testimone dell’omicidio. Gustavo è stato trattenuto in Honduras in circostanze non chiare per 27 giorni prima di poter ritornare in Messico, e le persone a lui più vicine hanno temuto fortemente per la sua incolumità. Le sue parole sull’assassinio di Berta aprono gli occhi sul senso profondo di questa lotta: “Berta non ha lottato per un fiume, il suo lavoro non era locale. E’ morta per qualcosa di cui tutti siamo responsabili: la biodiversità del pianeta. Non possiamo voltare le spalle alla sua causa”. Questo è il tema centrale in cui si inserisce l’assassinio di Berta Cáceres, così come quello di molti altri attivisti e leader indigeni che sono stati uccisi o hanno subito abusi e violenze soltanto per aver difeso i propri diritti e quelli della loro (e nostra) “Madre Terra”. In barba a tutti i trattati internazionali, al Convegno 169 dell’ILO che proclama il diritto per i popoli indigeni ad essere consultati quando sui loro territori si va ad operare con interventi invasivi e possibilmente lesivi dell’ambiente e delle comunità umane che in quell’ambiente vivono da secoli. Non si tratta dunque solo di un tema ambientale: la lotta di Berta era infatti fortemente politica e antisistemica, rivendicativa del diritto all’autodeterminazione per i popoli indigeni e per tutti coloro che aspirano a forme di vita alternative al sistema capitalista dominante. Ciò che suscita la volontà di lottare, per dirla con le parole di Berta, è la “depredazione capitalista, razzista e patriarcale”. Depredazione che prende il nome di estrattivismo, ossia l’estrazione incontrollata di risorse naturali a fini soprattutto dell’esportazione, che deriva dalla cieca fede nel “progresso”, in un modello di sviluppo che ha come obiettivo soltanto la crescita economica a tutti i costi. A costo dei fiumi, della biodiversità, delle persone che, come i lenca, possono trovarsi improvvisamente senza acqua per la costruzione di una diga, o con le falde acquifere inquinate dall’arsenico delle miniere d’oro, o con le case distrutte per fare spazio alle miniere di nickel.

In Honduras a partire dal golpe del 2009, che destituì di fatto il presidente Zelaya, si è registrato un aumento considerevole di progetti idroelettrici per generare energia a basso costo che va ad alimentare le attività delle imprese minerarie (e non certo il fabbisogno elettrico dei cittadini). Una delle figlie di Berta racconta come nel settembre 2010 con un unico decreto il governo abbia dato 240 concessioni per imprese idroelettriche e 850 per imprese minerarie. Anche la figlia di Berta è attiva nel COPINH e si trova in questi giorni in Europa per denunciare il coinvolgimento di imprese e banche europee nel progetto di Agua Zarca e chiedere giustizia per la madre presso il Parlamento Europeo. Quest’ultimo ha approvato all’unanimità una risoluzione urgente dove si chiede al governo honduregno di garantire un’investigazione trasparente sull’omicidio. La Commissione Europea, d’altro canto, ha offerto di finanziare un’investigazione indipendente attraverso la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH).

Dopo l’assassinio di un altro membro del COPINH, Nelson García, due finanziatori europei, Finn Fund (fondo d'investimento finlandese) e FMO (banca olandese per lo sviluppo) hanno comunicato il loro ritiro dal progetto e lo stop provvisorio ai finanziamenti, ma ciò pare non essere ancora sufficiente per riuscire a fermare definitivamente il progetto.

Intanto nei primi giorni di maggio sono stati eseguiti quattro arresti nei confronti dei presunti assassini di Berta Cáceres, almeno due dei quali legati, guarda caso, all’impresa DESA. Entrambi erano già stati denunciati dal COPINH per intimidazioni e minacce. La famiglia vorrebbe però conoscere i nomi dei mandanti dell’omicidio e invoca l’intervento della Commissione Interamericana per i Diritti Umani per avere la garanzia di un’investigazione indipendente.

Parlando del suo popolo, Berta raccontava: “siamo custodi ancestrali dei fiumi, il popolo lenca è protetto anche dagli spiriti delle bambine che ci insegnano che dare la vita in tanti modi per la difesa dei fiumi è dare la vita per il bene dell’umanità e di questo pianeta”. Per questo, come dicono le sue compagne, Berta non è morta, si è moltiplicata nelle lotte che avvengono in tutto il pianeta contro i danni sociali, politici e ambientali provocati dall’avidità estrattivista.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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