Sandokan e i migranti della Malesia

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Foto: Thestar.com

Atterriamo a Kota Kinabalu (Malesia) una sera di fine aprile. Fuori dall'aeroporto prendiamo un Grab - la versione di Uber nel Sud Est Asiatico – e ci dirigiamo verso il nostro alloggio. Nel traffico ci sorpassa un furgoncino aperto stipato di persone; è sera e non si vede bene, ma sembrano tutti giovani uomini. Il furgoncino ha gli stemmi nazionali sulla fiancata. Chiediamo all'autista – cinese - di cosa si tratta, e con una risatina (imbarazzo? Ah, le differenze interculturali!) ci risponde che sono immigrati irregolari che vengono arrestati e portati via: da qualche parte, per qualche tempo. Probabilmente filippini, aggiunge: perché la maggior parte degli immigrati irregolari nello stato di Sabah (Borneo malese) provengono da là.

Agli occhi di noi occidentali, poco abituati alle fisionomie altre rispetto al caucasico (alzi la mano chi sa distinguere un senegalese da un kenyota, un giapponese da un coreano, e via di seguito) filippini e malesi sembrano tutto sommato abbastanza uguali. D'altronde riuscirebbe un malese a distinguere un italiano da un albanese (per citare un esempio a caso)? Ai loro occhi molto probabilmente anche noi siamo tutti uguali.

Sia come sia, i diritti civili, economici, e sociali non sono scontati per i migranti, in nessuna parte del mondo e a prescindere dalle somiglianze/differenze fisiche. Nel caso dei filippini a Kota Kinabalu, la maggior parte di loro vive in una sorta di baraccopoli costruita su delle palafitte che si trovano tra l'isola principale del Borneo malese e le isolette situate a pochi chilometri dalla sua costa. Lavorano in città – il mercato filippino è molto conosciuto, anche tra i turisti – e ogni tanto vengono organizzata delle retate in cui qualcuno finisce dentro “per un po' di tempo, da qualche parte”: da qui il furgoncino. Secondo i report di Amnesty International (AI) dopo un periodo in prigione queste persone vengono rimpatriate a prescindere da quello che potrebbe succedere “a casa loro”.

Come succede in ogni parte del mondo, se ottenere un visto di lavoro fosse un qualcosa di anche lontanamente fattibile credo che ogni migrante lo chiederebbe, perché l'illegalità costa tanto e può portare a parecchi problemi. Come succede in Europa, anche in Malesia avere un visto per lavorare non è facile: una expat mi fa presente che lo puoi ottenere solo se l'attività di cui ti occupi non può essere svolta da un/a malese. Prendiamo un esempio privilegiato, non di un filippino; un occidentale di qualsiasi Paese che di mestiere fa l'impiegato amministrativo; va in Malesia in ferie, gli piace e vuole rimanere. Può? No, perché gli impiegati amministrativi possono essere locali. Dotrebbe reinventarsi in un qualche mestiere per cui non ci sono figure locali (se sei italiano, traduttore potrebbe essere un'opzione: immagino non ci siano tanti malesi che conoscono la nostra lingua). Per quanto riguarda la cittadinanza, in Italia il discorso è complesso ma non impossibile: bisogna risiedere legalmente sul territorio per 10 anni, soddisfare una serie di requisiti economici, inoltrare le varie pratiche burocratiche, pagare il dovuto ed aspettare i tempi amministrativi (mediamente 4/5 anni) prima di avere una qualsiasi risposta.

In Malesia invece è tutto molto più semplice: la cittadinanza è impossibile da ottenere per tutti, a prescindere - ad averla sono solo le persone che hanno sia la madre che il padre malese. La doppia cittadinanza non è permessa (in Italia sì, se prevista dal Paese di origine). Ho anche scoperto che se sei ebreo in Malesia non ci puoi entrare per legge: il Paese è a maggioranza musulmana, in città trovi abbastanza spesso cartelloni pubblicitari a supporto della Palestina.

In parte leggere, vedere, ascoltare queste storie mi ha stupito; da parte mia mi sono limitata ad osservare le differenze - senza cercare cos'è meglio o cos'è peggio - consapevole che tutto è perfettibile. Per quel poco che ho visto la Malesia è un vero melting pot – forse anche per questo motivo la rigidità delle leggi mi ha impressionata. Il Paese è composto da malesi solo per metà (50,4% secondo la World Population Review); il resto è un mix di cinesi, indiani, e minoranze etniche. Le persone mi sono sembrate estremamente tranquille; non ho visto nessun tipo di discussione in cui si alzavano i toni, né mi sono mai sentita in pericolo. In Italia nel discorso politico e nei mass media in generale si mettono spesso insieme temi che non necessariamente hanno a che vedere l'uno con l'altro – come immigrazione e sicurezza, immigrazione e traffico di droga. Il tema della sicurezza – per come lo conosciamo noi almeno – non credo si ponga più di tanto. A livello di traffico di droga non mi sono sentita di fare domande: in Malesia vige la pena di morte in caso di spaccio. Pene più lievi, ma sempre in termini di punizione fisica anche in caso di immigrazione irregolare: il codice malese (Immigration Act 1959/63) prevede multe - non meno di 30.000,00 Ringgit, circa 6.500,00 €, che per il costo della vita in Malesia è un importo davvero elevato - carcere - non meno di 5 anni, non oltre i 10 - , e fustigazioni - non più di 6 bastonate. Sta al tribunale valutare se applicare una di queste tre opzioni, una combinazione di due di esse, oppure tutte e tre. Un mix di prigione, multe, e fustigazioni sono riservate anche a quei datori di lavoro che si servono di manodopera irregolare.

Se la situazione non è rosea per i migranti, anche le minoranze etniche non se la passano benissimo; nonostante si tratti di persone con cittadinanza malese a tutti gli effetti, gli interessi economici prevalgono. Secondo un altro report di AI datato novembre 2018 le comunità indigene in tutta la Malesia vengono sistematicamente perseguitate, arrestate, intimidite mentre cercano di resistere in maniera pacifica ai tentativi di essere cacciati dalle loro terre ancestrali – prevalentemente per via della coltivazione intensiva di olio di palma. Le associazioni che operano in questo ambito a livello internazionale sono una piccola nicchia: una di queste è The Borneo Project, che ad aprile 2019 segnalava come un'area di 4.400 ettari vicino al parco nazionale Mulu (stato di Sarawak) sia attualmente nelle mire della deforestazione per l'olio di palma – nonostante il parco sia una riserva patrimonio UNESCO; hanno creato una petizione online per fermare completamente i lavori. Vi è poi la Fondazione Bruno Manser (nella loro homepage si trova la stessa petizione) che opera a favore delle popolazioni indigene del Borneo. Vale la pena spendere due parole per Bruno Manser, figura quasi sconosciuta ai più: antropologo ed attivista, ha condotto vari studi nel Borneo. Attivo sostenitore dei diritti dei Penan, popolazione locale, nel 1990 deve scappare dalla Malesia dopo essere stato dichiato persona non grata dallo Stato. Inizia a seguire la situazione a distanza; dato il continuo peggioramento, nonostante il divieto nel 2000 decide di rientrare di nascosto nel Sarawak. Da allora non si sa più niente di lui: nel 2005 viene ufficialmente dichiarato disperso; la fondazione porta avanti il suo lavoro.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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