La marea verde invade l’America latina

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É dal 1990 che il 28 di settembre si celebra la giornata per la depenalizzazione dell’aborto. La decisione venne presa durante il quinto Incontro Femminista Latinoamericano e del Caraibi, tenutosi in quell’occasione in Argentina. È proprio l’America Latina la regione con la legislazione più restrittiva in tema di interruzione volontaria di gravidanza.  I dati disponibili più recenti (2010-2014) raccolti dall’Instituto Guttmacher, un’organizzazione senza fini di lucro che promuove la salute riproduttiva, parlano di 6.5 milioni di aborti in tutta l’America Latina e Caraibi, con la stragrande maggioranza di essi avvenuti in condizioni di clandestinità, rappresentando perciò un grave pericolo per la salute e la vita delle donne

Come accennato, ciò é dovuto a legislazioni in gran parte sfavorevoli, che prevedono la proibizione totale dell’aborto (prevista in Salvador, Haiti, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Suriname) o la sua possibilità solo in casi estremi (rischio di vita della madre, violenza sessuale, gravi malformazioni del feto, infermità mentale della madre). Solo a Cuba, Guyana, Porto Rico e Uruguay non vi sono restrizioni in quanto alle motivazioni per l’interruzione, fermo restando l’intervento entro le 12 settimane di gravidanza.  Casi atroci sono conseguenza di tali legislazioni, come quello drammatico e paradossale di Evelyn Hernández, una studentessa salvadoregna di 18 anni che ebbe un aborto spontaneo nel 2017 in seguito alle ripetute violenze sessuali da parte di un pandillero, (membro di una gang criminale). La ragazza é stata condannata a 30 anni di carcere per omicidio aggravato, motivato dal fatto che non aveva cercato assistenza medica durante la gravidanza (la ragazza affermava però di non essere al corrente del suo stato interessante). 

In Argentina, dove si praticano 450.000 aborti clandestini all’anno (dati di Amnesty International), le massicce mobilitazioni femministe non sono bastate ad impedire l’affossamento della proposta di legalizzazione dell’aborto, rigettata lo scorso agosto. Nonostante un intenso dibattito a livello istituzionale, mediatico e della società civile e l’approvazione da parte della camera dei Deputati della proposta di legge solo due mesi prima, la legge non ha avuto il via libera dal Senato. Un rapporto dell'UNICEF del 2017 afferma che in Argentina ogni tre ore vi é una bambina tra i 10 e i 14 anni che partorisce. In questo senso si riportano casi orribili di bambine violentate che rischiano la vita al momento del parto e che spesso vengono sottoposte a tagli cesarei d’urgenza nel tentativo di salvare loro la vita, situazioni che Amnesty International equipara a violenza istituzionale e tortura. Lo stesso rapporto di Amnesty International riporta dati allarmanti sulle morti per aborto, che costituiscono la prima causa di morte materna. 

Il Cile, paese che fino al 2017 prevedeva il divieto assoluto di aborto, anche terapeutico, ha parzialmente depenalizzato il reato in caso di rischio di vita per la madre, violenza sessuale e gravi malformazioni fetali, tramite riforma del Codice Sanitario e del Codice Penale. Si é giunti a tale risultato dopo anni di mobilitazioni e lotte delle donne nel tentativo, finalmente riuscito, di fare pressione sulle istituzioni. Le stesse mobilitazioni non sono purtroppo servite in Ecuador, dove l’Assemblea Nazionale ha recentemente bocciato per soli 5 voti un disegno di legge per la depenalizzazione dell’aborto—ora prevista solo in caso di violenza su disabili mentali e pericolo per la salute della madre— anche in casi di violenza sessuale, incesto e malformazione del feto. Qui le mobilitazioni in occasione del 28 settembre sono state particolarmente massicce, e le immagini di un gruppo di suore (sì, di suore) su di un autobus che sventolano striscioni e fazzoletti verdi (simbolo della lotta per la depenalizzazione dell’aborto) hanno fatto il giro del mondo. 

In Honduras l’interruzione di gravidanza é vietata in ogni circostanza e punita con la reclusione da 3 a 6 anni, in un clima di forte stigmatizzazione e persecuzione nei confronti di donne anche solo sospettate di avere abortito, in un paese dove d’altro canto l’impunità per gravi crimini violenti come stupro e omicidio raggiunge tassi elevatissimi. Un sondaggio indica tuttavia che l’opinione pubblica honduregna non é contraria alla depenalizzazione dell’aborto, almeno nei casi di stupro, malformazioni e pericolo per la vita della madre, con il 60% degli uomini e il 64% delle donne che si dichiarano favorevoli. 

Dal Messico arrivano invece buone notizie: la settimana scorsa lo stato di Oaxaca, nel sud del paese, é diventato il secondo, dopo lo stato di Città del Messico, a depenalizzare completamente l’aborto, con 24 voti a favore e solo 10 contro. Avendo il Messico un ordinamento federale, vi é autonomia legislativa degli stati, per questo si assiste a misure molto diverse tra loro, da quelle più restrittive a quelle qui citate molto più avanzate. Il Ministero della Salute dello stato di Oaxaca ha riportato un’incidenza di 2.300 aborti clandestini all’anno, anche se il numero potrebbe in realtà arrivare a 9.000, vista l’evidente difficoltà di avere costanza di tutte le interruzioni volontarie di gravidanza. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala che nei paesi con legislazioni che permettono l’aborto in casistiche ampie, l’incidenza e le complicanze derivate da aborti in condizioni di non sicurezza sono di gran lunga minori rispetto ai paesi con maggiori restrizioni.  Sebbene vi siano evidenze statistiche sulla pericolosità degli aborti clandestini riportate da fonti autorevoli, come le citate Amnesty e OMS, molti paesi in Latinoamerica (e non solo, basti pensare all’incidenza degli obiettori di coscienza nel nostro paese) restano ancora reticenti all’approvazione di legislazioni più permissive. Sarà il movimento femminista, agguerrito e ormai giunto ad una grande visibilità internazionale a livello di media e opinione pubblica, a poter dare la spinta nella direzione corretta. Almeno questo é quanto auspicano tutte le persone che hanno a cuore la vita e la salute delle donne. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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