Imboscate e petroliere in fiamme: lo Yemen senza tregua

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Foto: tpi.it

Mentre l’attacco della Turchia al nord della Siria sta velocemente accelerando cambiamenti destinati a incidere su tutta la regione, in Yemen la guerra continua.  Circa 500 soldati uccisi, altri duemila arrestati e resi prigionieri, oltre al sequestro di diversi convogli militari, dei quali alcuni dati alle fiamme dopo essere stati capovolti e distrutti: l'attacco che i ribelli Houthi dichiarano di aver messo a segno a Najran (frontiera meridionale dell'Arabia Saudita) nell'ultima settimana di settembre sarebbe, se fosse possibile verificare i fatti in maniera indipendente, il più clamoroso successo sul campo contro le forze saudite da quando è iniziata la guerra in Yemen.

Uno sviluppo inatteso che si va a sommare all'imponente attacco che, all'alba dello scorso 14 settembre, ha colpito due impianti petroliferi della Aramco in Arabia Saudita, compromettendone seriamente la produttività e riducendone la capacità operativa di circa 5,7 milioni di barili al giorno. Sebbene, come vedremo, della paternità di quest'ultima offensiva sia più che lecito dubitare - nonostante la rivendicazione dei ribelli Houthi - , il combinato disposto con i presunti fatti di Najran mette in mostra le difficoltà della coalizione saudita che, pur mettendo quotidianamente in mostra i muscoli di una campagna aerea che ormai va avanti da marzo del 2015, si ritrova impantanata nella palude dello Yemen.

L'IMBOSCATA DI NAJRAN - L'attacco sarebbe avvenuto a Najran, regione meridionale dell'Arabia Saudita alla frontiera con lo Yemen, che già nei mesi scorsi era stata teatro di alcune delle innumerevoli offensive portate avanti dai ribelli Houthi con il massiccio ausilio di droni. Secondo la ricostruzione degli Houthi, parte delle vittime saudite rimaste sul terreno sarebbero state abbattute proprio tramite il lancio di droni e di missili, che avrebbero colpito i soldati nemici mentre cercavano di arretrare. In un video rilasciato dagli stessi Houthi durante una conferenza stampa, si vedono alcuni veicoli - che sembrano riportare il contrassegno delle forze militari saudite - capovolti e dati alle fiammediversi uomini tratti in arresto, il sequestro di notevoli quantità di armi da fuoco e munizioni

Un portavoce degli Houthi, Yahya Saree, ha aggiunto che il definitivo sconfinamento dei ribelli Houthi in terra saudita non è stato che il culmine di una più vasta operazione avviata nei tre giorni precedenti, che ha portato anche alla cattura di tre brigate militari saudite. L'altro portavoce, quello della coalizione saudita Turki al-Malki, non ha tardato molto a smentire la versione degli Houthi, additando una ingannevole copertura mediatica come responsabile di aver fatto passare per vero ciò che invece per i sauditi non è altro che una "farsa". Aspri scontri tra le due fazioni si sono avute negli ultimi tempi in un'altra regione al confine tra i due Paesi, Kitaf, nella provincia di Saada, considerata la roccaforte degli Houthi; anche in questo caso le versioni delle due parti divergono: gli Houthi dichiarano di aver reso prigionieri decine di soldati dell'esercito regolare yemenita (sostenuto dalla coalizione a guida saudita), i sauditi affermano di aver sventato l'attacco, mostrando a loro volta riprese video di raid aerei contro le postazioni ribelli.

L'ATTACCO AGLI IMPIANTI PETROLIFERI - Sebbene i dettagli della vicenda siano ancora da definire, soprattutto per quello che riguarda il numero effettivo di soldati coinvolti, l'operazione di Najran segna un innegabile punto a favore dei ribelli Houthi, tanto più rilevante quanto più lo si collega all'altro fondamentale fatto di settembre, l'attacco alle raffinerie di Abqaiq e Khurais, appartenenti al colosso petrolifero Aramco (di proprietà della monarchia saudita). I droni utilizzati per l'offensiva hanno causato danni molto ingenti ai due impianti, tanto da far diminuire la produzione giornaliera di greggio di più di 5 milioni di barili al giorno, quasi la metà dell'output quotidiano (circa 9,7 barili). Abqaiq è uno fra i più importanti impianti di raffinazione mondiali, vi vengono lavorati oltre i due terzi del petrolio saudita per un risultato finale che ammonta a quasi il 5% della produzione globale; il duplice attacco ha dunque fatto impennare i prezzi del petrolio di quasi il 20%, prima che l'annuncio di Donald Trump, che si è detto disponibile a compensare il vuoto di produzione con le riserve statunitensi, facesse parzialmente rientrare l'allarme. I ribelli Houthi hanno rivendicato l'attacco, ma diversi elementi sembrano lasciare più di un'ombra sull'effettiva paternità dell'operazione.

Le immagini satellitari pubblicate dal dipartimento statunitense mostrano 17 punti di impatto, gli Houthi invece hanno parlato di dieci droni. Le incongruenze più macroscopiche, tuttavia, sono quelle legate all'analisi della provenienza dell'offensiva e al livello tecnologico dei droni utilizzati: come ha rilevato Daniele Raineri sul Foglio, infatti, i punti di impatto indicano un'offensiva partita da nord o nord ovest, quindi dall'Iraq o più verosimilmente dall'Iran, mentre sarebbe da escludere la provenienza da sud, cioè appunto dallo Yemen. Riguardo alla tecnologia utilizzata, sebbene sia certamente vero che gli Houthi hanno rivendicato decine di attacchi con i droni soprattutto negli ultimi mesi, nell'attacco alle raffinerie probabilmente sono stati usati anche dei missili Quds 1 di quasi certa produzione iraniana, che non avendo gittata così ampia da poter coprire la distanza (1.000 km) tra le postazioni Houthi e le raffinerie, sono compatibili con un lancio da distanze più brevi: proprio come l'Iran, che però nega ogni accusa.

Terreno di scontro sempre più evidente per una guerra per procura di attori esterni che si contendono la leadership regionale a colpi di droni e attacchi indiscriminati, dilaniato da una divisione interna che vede contrapposti un sempre più fragile governo Hadi, i ribelli Houthi e il "terzo attore" incarnato dai separatisti del South National Council (che solo pochi mesi fa hanno occupato i palazzi politici di Aden in aperta ostilità con le istituzioni del governo in esilio Hadi), l'incubo dello Yemen non sembra conoscere fine, né il suo dramma umanitario avere un minimo di sollievo.

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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