Vespaio Yemen

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Foto: nena-news.it

Un governo fragilissimo, l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale, in esilio nel Sud del Paese da ormai 4 anni; la quasi totalità della parte settentrionale del Paese, compresa la capitale Sanaa, dominata dai ribelli Houthi; un terzo attore, il Southern Transitional Council, che scompagina i già precari schieramenti politici in campo occupando campi militari e istituzioni governative: lo Yemen è un vespaio sempre più intricato, in cui ad una situazione umanitaria gravissima si accompagna l'estrema frammentazione politica e sociale che si è ulteriormente acuita con gli avvenimenti delle scorse settimane.

L'occupazione di Aden - A Riyadh, residenza del presidente in esilio Abdarabbuh Mansour Hadi, ha avuto luogo un incontro tra i rappresentanti di un esecutivo sempre più traballante, ora alle prese con una seria crisi politica determinata da un sollevamento popolare contro la legittimità governativa. Il 10 agosto infatti, gli uomini del Southern Transitional Council (STC), dopo giorni di intensi combattimenti che hanno lasciato sul terreno almeno 40 vittime di cui almeno 9 civili, hanno occupato le basi militari e diverse sedi istituzionali ad Aden, fondamentale città portuale e sede del governo in esilio. Operazione bellica che anche grazie al supporto della milizia Security Belt (che come l'STC gode dell'appoggio degli Emirati Arabi Uniti) ha permesso di conquistare, oltre al Palazzo Presidenziale, la Corte Suprema e la Banca Centrale.

Il governo Hadi ha parlato immediatamente di colpo di Stato, e l'11 agosto, giorno successivo all'occupazione, l'Arabia Saudita è intervenuta nella città portuale con un attacco aereo contro postazioni separatiste nei pressi del Palazzo Presidenziale. Il rischio di una escalation ancora più cruenta ha convinto le parti a venirsi parzialmente incontro: nel giro di qualche giorno gli esponenti dell'STC hanno infatti acconsentito a liberare il Palazzo Presidenziale e le altre sedi istituzionali, ma si sono rifiutati di rimuovere l'assedio delle basi militari, che gli assicurano il controllo diretto del porto. Poiché il governo Hadi aveva da subito posto il ritiro dell'STC dal porto come condicio sine qua non per intavolare una trattativa, questo rifiuto ha determinato il rinvio del vertice multilaterale predisposto a Riyadh per pianificare la risoluzione della crisi politica e l'assetto del futuro Yemen.

Le cause e la frammentazione - L'insurrezione dei separatisti, che ha acceso la miccia degli scontri del 7 agosto, è scaturita dall'attacco missilistico in cui all'inizio del mese, durante una parata militare, è rimasto ucciso Munir al Jafei, comandante delle Security Belt. Sebbene con ogni probabilità si sia trattato di un attentato per mano dei ribelli Houthi (che ne hanno esplicitamente rivendicato la paternità), l'STC accusa apertamente Islah, partito di carattere confessionale da molti considerato come il ramo yemenita della Fratellanza Musulmana, di aver partecipato all'offensiva; tutto ciò nonostante, sostenendo il governo Hadi, Islahsia teoricamente sul fronte opposto rispetto ai ribelli Houthi.

Con il pretesto di questa accusa l'STC mira non solo ad estromettere Islah dall'amministrazione della parte meridionale del Paese, ma soprattutto a dimostrare che, stante la debolezza del governo di transizione, l'unico assetto possibile del futuro non potrà che essere un ritorno alla divisione in Yemen del Nord e Yemen del Sud, in vigore dal 1967 fino alla riunificazione del Paese del 1990. L'istanza indipendentista dell'STC è per ora il punto su cui gli insurrezionalisti non sembrano voler negoziare, forti anche di un certo appoggio popolare che ha visto migliaia di persone manifestare ad Aden - con tanto di bandiera dello Yemen del Sud - in favore del ritorno alla divisione del Paese.

Fragili alleanze e interessi divergenti - L'occupazione di Aden ha mostrato in tutta la sua nettezza la precarietà degli schieramenti sul campo, e in particolar modo della coalizione saudita. Il governo Hadi, nato nel 2012 dalla transizione politica seguita alla deposizione dell'autoritario Presidente Saleh, è supportato da marzo 2015 da una coalizione internazionale guidata dall'Arabia Saudita, scesa in campo per contrastare il gruppo ribelle degli Houthi che aveva occupato la capitale Sanaa, tuttora sotto il loro controllo. La discesa in campo dell'Arabia Saudita, che ha oggettivamente portato ad una pesante recrudescenza delle ostilità, ha anche segnato un parziale mutamento della natura del conflitto, che, nato essenzialmente come guerra civile e plastica dimostrazione di un Paese molto diviso al suo interno, è via via evoluto in una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran (che sostiene e per alcuni finanzia i ribelli Houthi) per l'egemonia regionale.

La coalizione a guida saudita si avvale - oltre che del supporto logistico di Usa, Francia e Regno Unito - del sostegno di diversi Stati arabi a maggioranza sunnita, tra cui proprio quegli Emirati Arabi Uniti che nel corso dei mesi non hanno mai fatto mistero di appoggiare le istanze indipendentiste dell'STC. Il fronte comune con l'Arabia Saudita non è mai stato molto altro che un'intesa di convenienza per contrastare il nemico comune: i ribelli Houthi. Intesa fragile per costituzione, dato che al di là del comune tratto confessionale vede due attori con interessi sostanzialmente divergenti.

Oltre al più recente episodio dell'occupazione di Aden, gli scricchiolii dell'alleanza erano già avvertibili da luglio con l'annuncio del parziale e progressivo ritiro delle forze emiratine dalla città portuale di Hodeida, fondamentale snodo sul Mar Rosso e prima fonte di approvvigionamento per gli aiuti umanitari: a dispetto delle motivazioni ufficiali addotte da Abu Dhabi, che ha parlato di uno sforzo per andare verso una de-escalation militare della tragedia yemenita, la mossa è stata letta da più analisti (tra cui Mohamed Ben Abdallah) come l'inizio di un graduale avvicinamento all'Iran, in preparazione di uno scambio che vedrebbe nel futuro uno Yemen del Nord sotto il controllo degli Houthi (e dunque permeabile all'influenza iraniana) e uno Yemen del Sudamministrato dall'STC sotto l'egida emiratina.

Le mire geopolitiche - Vera o solo verosimile che sia, questa presunta strategia si spiegherebbe con la volontà degli Emirati di smarcarsi da quella posizione anti-Iran, che vede come capofila i sauditi, da cui Abu Dhabi non ha molto da guadagnare dal punto di vista pratico: la salvaguardia del commercio petrolifero passa anche dalla questione dello stretto di Hormuz, cruciale tratto di mare tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman che ha visto ripetuti episodi di boicottaggio tra Stati Uniti e Iran, in un clima di continua e sempre più pericolosa ostilità acuita dalle crescenti tensioni tra i due Paesi all'indomani della decisione di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall'intesa sul nucleare siglata nel 2015 da Barack Obama.

A questo intreccio di interessi si aggiunge, a fari spenti, la Russia di Vladimir Putin. Sebbene dall'inizio delle ostilità Mosca sia apparentemente rimasta nelle retrovie, l'evolversi della situazione potrebbe comportare un più marcato intervento nel conflitto. Come acutamente osservato in un bel pezzo di Jonathan Fenton-Harvey su Lobe Log, infatti, l'esigenza di consolidare il suo soft power nell'area e di sfruttare, al contempo, una base navale "amica" in acque - quelle del Mar Rosso - dove ne è sprovvista, potrebbe spingere la Russia ad appoggiare l'istanza dei separatisti dell'STC, in asse proprio con quegli Emirati con cui, dall'appoggio alle milizie di Haftar in Libia alla difesa dello status quo militare in Sudan, l'intesa ha già dimostrato di poter funzionare a dovere.

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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