Turchia: il golpe riuscito

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Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ - Foto: Nextquotidiano.it

Dopo quattro mesi regolati dallo stato di emergenza, dichiarato dopo il tentato e controverso golpe del 15 Luglio 2016, la settimana scorsa è iniziata con l’annuncio del governo turco di voler reintrodurre la pena di morte: una proposta che ha trovato degli interlocutori soddisfatti negli ultranazionalisti non ancora convinti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) di Tayyip Erdoğan.

Negli stessi giorni, un altro evento importante ha scosso il paese: il 31 Ottobre il direttore e 13 giornalisti del Cumhuriyet sono stati arrestati. Si tratta di uno dei maggiori quotidiani turchi, simbolo di un ormai eroso secolarismo. Ancora una volta, la causa degli arresti sono accuse di terrorismo, riferendosi indiscriminatamente con tale termine sia al movimento legato all’imam Fethullah Gülen che al Partito dei Lavoratori del Kurdistan PKK. Ai giornalisti è stato vietato di consultare il proprio avvocato per quattro giorni e sabato 5 Novembre è stato confermato l’arresto di 9 di questi, tra cui il direttore Murat Sabuncu, il noto editorialista Kadri Gursel e il vignettista Musa Kart. Il giornale era già nel mirino della poco indipendente giustizia turca da più di un anno: i giornalisti Can Dündar e Erdem Gül sono stati condannati per la rivelazione di segreti di Stato, dopo la pubblicazione di articoli e foto di camion ricollegabili ai servizi segreti turchi che trasferivano carichi di armi verso la Siria.

Il numero di giornalisti incarcerati in Turchia è salito a 142, contro gli 81 di appena due mesi fa- a riprova della estrema velocità con cui le cose stanno cambiando in un paese che dieci anni fa sembrava davvero poter aspirare a diventare membro dell’Unione Europea. Il 14 Novembre, i paesi membri dell’UE discuteranno un possibile congelamento delle negoziazioni per l’ammissione della Turchia.

Il fine settimana sembrava vicino, ma la notte di giovedì ha scosso di nuovo le sensibilità di milioni di persone. Il risveglio, ad Istanbul, è brusco: Erdal e Zeynep siedono in silenzio, lei singhiozza sommessamente. Cercano di accedere a YouTube, Facebook, Twitter, Whatsapp, per capire i dettagli di ciò che è successo nella notte, ma tutto sembra bloccato o estremamente lento. Solo cambiando il proprio VPN (Virtual Private Network) è possibile, in parte, accedere ad alcune notizie. Circa all’1:30 del 4 Novembre i due principali leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP) - Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ - sono stati arrestati, assieme ad altri dieci deputati dello stesso partito. L’arresto consegue ad accuse di legami- collusione e favoreggiamento- con il PKK e, secondo le fonti ufficiali, è una reazione alla negligenza dei deputati nel presenziare in tribunale per rispondere a tali accuse. In un comunicato rilasciato dall'HDP poche ore dopo gli arresti si legge che i deputati “non accetteranno di sottoporsi ad una persecuzione politica in un momento in cui la credibilità del sistema giudiziario nel nostro paese ha toccato il fondo”.

L’HDP è la terza forza politica in parlamento dopo aver preso 6 milioni di voti nelle ultime elezioni di Novembre 2015: i suoi deputati in parlamento sono 59. Il Partito è nato nel 2013 dal Partito della Pace e Democrazia (BDP); nel Giugno del 2015 ha conquistato il 12,7 % dei voti, ha superato la soglia del 10 % permettendo così ad un partito filo-curdo di sedere nel Parlamento turco per la prima volta nella storia del paese. Inoltre, il successo dell’HDP è il principale ostacolo al desiderio dell’AKP di Erdoğan di modificare la Costituzione turca e trasformare il paese in una repubblica presidenziale.

Selahattin Demirtaş, il leader dell’HDP arrestato il 4 Novembre, ha 42 anni, è avvocato, attivista per i diritti umani, fondatore di Amnesty International a Diyarbakır. I media, dopo la prima vittoria nel giugno 2015, lo hanno soprannominato “l’Obama curdo”. E’ un ecologista, impegnato per la difesa dei diritti degli omosessuali, insomma incarna in toto l’opposizione ad Erdoğan e al suo partito. Tra le file dell’HDP e nella sua base elettorale non ci sono solo curdi, ma anche turchi laici e non nazionalisti.

Due giorni fa, Demirtaş e la Yüksekdağ sono stati trasferiti in due carceri di massima sicurezza nel Nord Ovest del paese, mentre ancora i pm non hanno fornito prove concrete per le accuse di terrorismo che mantengono i leader dell’HDP in stato di arresto. Arresti, comunque, non inaspettati: lo scorso Maggio una legge ha rimosso l’immunità parlamentare e di conseguenza processi contro 55 parlamentari dell’HDP sono così iniziati in tutto il paese.

Domenica 6 Novembre, l’HDP ha annunciato di voler boicottare le attività del parlamento: di contro, il premier Yildirim ha minacciato di accusare di tradimento i 46 parlamentari HDP che non sono stati arrestati se non presenzieranno nell’Assemblea.

Infine, a conclusione di questa settimana intensa, l’esplosione di un’autobomba ha risvegliato Diyarbakir- capitale del Kurdistan turco- venerdì mattina, poche ore dopo gli arresti dei deputati dell’HDP. Almeno 30 persone sono state ferite e 8 sono decedute. Le prime accuse sono ricadute sul PKK, ma l’azione è stata rivendicata dall’ISIS. A questo evento, come di consueto, è seguito il divieto di trasmettere e divulgare notizie (Yayın Yasaği) via radio, tv e social media- pena dagli 1 ai 3 anni di reclusione.

Il giornalista turco di origine azera Mahir Zeynalov ha parlato con Nena News circa le ragioni per cui il governo turco pensa di non aver bisogno del processo di pace con il PKK: “Dopo che Erdoğan lanciò il processo di pace, alle elezioni del giugno 2015 ottenne il 41%, quasi il 10% in meno di quanto serviva per la maggioranza assoluta e la modifica del sistema politico da parlamentare a presidenziale. Quel 10% mancante sono elettori radicalmente nazionalisti. Ha abbandonato il processo di pace e a Novembre 2015 ha preso il 49%. La pace con i kurdi per lui è un ostacolo”. In una lucida analisi, Dimitri Bettoni riflette sulle ombre di una guerra civile in Turchia – in parte già in atto nel Sud Est del Paese: “La perdita della propria rappresentanza, eletta proprio un anno fa, potrebbe spingere i curdi alla disaffezione verso la ricerca di una soluzione politica e non violenta alle tensioni interne al paese”, scrive il giornalista. A tutto ciò si aggiunge, ovviamente, l’aperta partecipazione turca alle azioni belliche in Siria ed Iraq a danno delle popolazioni curde locali.

L’arresto dei deputati d’opposizione e la soppressione violenta delle proteste che hanno seguito gli eventi della settimana scorsa ha definitivamente sdoganato l’uso della parola “fascismo” per descrivere le politiche e i metodi del partito di Erdoğan, catapultando la Turchia ad una situazione in cui, secondo molti, non si trovava dagli anni ‘90: forti conflitti interni, accuse generalizzate di terrorismo a reprimere il dissenso, un’economia debole e la perdita di speranze in un cambiamento da parte dei cittadini.

I cittadini turchi si dividono in due gruppi: da un lato, chi ha una coscienza politica forte, partecipa attivamente a manifestazioni ed azioni antigovernative, e trasmette senza mezze misure l’insoddisfazione assoluta per ciò che sta accadendo, la perdita di speranze che ancora però non si è trasformata in resa. Dall’altro lato si trova chi per propria indole non si interesserebbe alle evoluzioni degli eventi politici, se non fosse che essi influenzano così profondamente la quotidianità della società turca da trasformare il loro modo di agire in un goffo tentativo di continuare a vivere allo stesso modo di sempre. In un certo senso, anche il loro è attivismo: si tratta di camminare, ridere, ballare, vestire come sempre di fronte ad una società che non si fa più remore nel dimostrarsi conservatrice e severa

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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